A una settimana dalla pubblicazione del suo quattordicesimo album solista “Make-Up is a Lie“, Steven Patrick Morrissey calca di nuovo il palco della amata/odiata Londra (il 28 febbraio) dopo un’assenza lunga tre anni. Il ritorno è in grande stile, inserito in un tour mondiale (che toccherà l’Italia in data unica il 9 marzo al Fabrique di Milano) e sostenuto da un nuovo contratto discografico che lo riporta alla vecchia label Sire/Warner Records. Pare così scrollarsi di dosso le polemiche che lo vedevano lamentarsi di una sorta di “incomprensione discografica” che lo portava – causa anche il suo carattere – a non sentirsi sufficientemente supportato dall’industria, ma fortemente consapevole del suo pubblico internazionale, sempre comprensivo e solidale.
Sono proprio i fan a dimostrare stasera di essere il suo punto centrale: in più di una occasione, durante lo show, lo ribadisce asserendo che “nonostante le difficoltà che il mondo sta vivendo, a lui interessa la sua community”. All’O2 Arena di Londra, il Moz si esibisce davanti a 20 mila persone (sold out) con un concerto che scorre liscio per 18 brani in una venue che sa dell’incredibile, nonostante qualche pecca acustica in alcune zone. Un luogo dove si comprende quanto da queste parti maneggiano con cura il settore del music business che, ad occhio e croce, genera un indotto economico strabiliante.
In circa un’ora e quaranta minuti Morrissey propone le sue canzoni senza perdere colpi, con una voce che si mantiene cristallina anche se più matura, ma che tiene sicuramente botta. A supportarlo una band che fa bene il suo dovere, senza scimmiottare la sua ex compagine ma mostrando personalità: alla chitarra il sodale Jesse Tobias; alla batteria Matt Walker (che ritorna a collaborare); al basso il colombiano Juan Galeano; e poi due figure femminili che esaltano ulteriormente in brillantezza il sound, ovvero le new entry Camila Grey alle tastiere e l’italiana Carmen Vandenberg alla seconda chitarra, conosciuta anche per far parte del duo Bones e per essere, definita dallo stesso Moz, “la chitarrista più veloce”.
Lo show è introdotto da una serie di immagini, foto e video che ritraggono icone dello star system cinematografico e musicale: in heavy rotation si alternano i vari personaggi che Moz ha sempre amato e che spesso ha messo in copertina dei suoi singoli e album. Tra i video introduttivi, con un certo stupore, compare anche Little Tony che canta “Cuore matto”, ma non ci stupiamo più di tanto visto che ha sempre dichiarato un certo amore per la musica italiana di quel periodo e su tutti Rita Pavone. Durante il live si susseguono invece Kirk Douglas, Bruce Lee, Brigitte Bardot, Marlon Brando e Pasolini.
L’inizio aiuta a carburare: dall’album “Vauxhall and I” canta “Billy Budd“, un brano del ’95; segue da “Ringleader of the Tormentors” “I Just Want to See the Boy Happy” del 2006. Dalla terza traccia si incomincia a far sul serio ed ecco “Suedehead“, oramai un classico che appartiene al debutto da solista “Viva Hate”, da molti considerato un album che sarebbe potuto essere tranquillamente l’ultima release degli Smiths. Inutile dire che il pubblico apprezza molto. Poi si passa alle nuove tracce del prossimo album e il filotto vede “Notre-Dame“, il title track “Make-Up Is a Lie” e il secondo singolo “Amazona“, ovvero una cover alquanto sorprendente dei Roxy Music del mai amato Bryan Ferry (si ricorda il dissing che Moz fece nei confronti del cantante inglese a causa delle sue posizioni animaliste che accusavano Ferry di essere insensibile alla causa. Ah! Ça va sans dire che ai bar dell’O2 Arena hot dog e burger erano rigorosamente plant based). Il brano però è scialbo, tutto qui.
Il primo momento di intensa emozione di stampo smithsiano arriva con un brano “insolito”, ovvero “A Rush and a Push and the Land Is Ours” tratto dall’album ‘canto del cigno’ “Strangeways, Here We Come”. Bella, aggressiva con il suo tipico growling vocale. Seguono “Now My Heart Is Full” da un saccheggiato “Vauxhall and I”. “The Monsters of Pig Alley” passa inosservata perché si tratta di un inedito, ovvero traccia ancora non pubblicata da “Make-Up is Lie”. Poi un’altra mazzata al cuore: da “The Queen Is Dead” canta la morbida “I Know It’s Over” e anche qui tutti a cantare. Quindi un poco di insano nazionalismo con la vibrante “Irish Blood, English Heart” dall’album “You Are the Quarry”, un leggero tocco politico con “World Peace Is None of Your Business” dall’album omonimo per tornare a intonare in coro “Everyday Is Like Sunday“, altro cavallo di battaglia dell’era solista. “How Soon Is Now?” è un altro must targato The Smiths.
Ci si avvia alla chiusura con un trittico micidiale: “Best Friend on the Payroll” (da Southpaw Grammar), “Jack the Ripper” (da World of Morrissey) e “I Will See You in Far-Off Places” (da Ringleader of the Tormentors) che confermano il giusto equilibrio di una set list per tutti i fan. Classica uscita per il cambio da camicia a t-shirt (che verrà gettata ai fan sottopalco, pronti a lottare per un pezzetto sudato), un saluto e un ringraziamento in lingua inglese, spagnola e italiana recitato dai musicisti e via. Con le lacrime agli occhi arriva “There Is a Light That Never Goes Out“. Su questa il delirio di voci che cantano e l’emozione è tanta.
Il Moz c’è! Nonostante gli alti e bassi in questa sua lunga carriera, nonostante le bizze e i concerti saltati, nonostante le sue prese di posizione politiche discutibili ma sempre condite da provocazioni costruite a tavolino. Un artista che ha fatto della sua coerenza il punto di forza: che piaccia o meno, si sa chi è, cosa fa, dove va. Seguirlo è una scelta arbitraria che sta solo a noi fare, tutto il resto è un contorno più o meno digeribile.
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