Tre anni fa, nel recensire “Playing Robots Into Heaven”, si titolò “Il paradiso di James Blake che arricchisce la sua fama e la sua discografia”; oggi, con la pubblicazione di “Trying Times” (Good Boy Records), James Blake arricchisce ulteriormente la sua fama e la sua discografia.
Premetto che a Blake sono particolarmente legato dal ricordo della pubblicazione del suo primo LP omonimo del 2011, disco che per me “segnò un’epoca, incarnando, in modo quasi eucaristico, nell’elettronica contemporanea il cantautorato di alta scuola”.
Malgrado ciò, parlando di “Playing Robots Into Heaven”, e ripercorrendo la carriera atistica di Blake, si ebbe modo di scrivere: ‘Si è arrivati poi al 2023, e il talento non può non essere accompagnato da lungimiranza e intelligenza, e così Blake, con rinnovata abilità, ha effettuato nuovamente un cambio di rotta, recuperando dalla propria cultura del passato un enciclopedico volume d’elettronica che ha utilizzato quale “fonte” per “Playing Robots Into Heaven” (Republic/Polydor), assestando un colpo da maestro e condensando Deconstructed Club, “Breakbeat”, Intelligent Dance Music … in un’opera omnia rivelandosi, rispetto a tanti suoi colleghi di genere, un figlio eletto del suo tempo dimostrando di essersi nutrito, di aver digerito e metabolizzato la sua contemporaneità’.
Ebbene, quella “rinnovata abilità” Blake ha dimostrato di saperla impiegare anche in “Trying Times”, lavoro ben costruito e che mantiene “alta” la sua discografia attingendo a sonorità “black”, immergendole in quel modo sonoro elettronico e “artificiale” di cui si è mostrato padrone.
- “Trying Times”
Se “Walk Of Music” riporta indietro a quel lontano 2011, “Death Of Love” si mostra cupa, anima “nera”, tanto “meccanica” quanto “umana”.
“Had A Dream She Took My Hand” spezza l’ascolto con il suo essere ballata retrò (in stile musica black anni cinquanta), filtrata e trasmessa però da un’emittente del futuro.
Con “Trying Times” la componente AOR emerge per una moderna-classica ballata di cantautorato-folk, con un Blake in equilibrio tra “qualità” e “fruibilità”.
Se accattivante è “Make Something Up”, “Didn’t Come To Argue” è caratterizzata dalla partecipazione di Monica Martin rivelando un’anima soul, per essere poi fratturata da un inaspettato e riuscito cambio di marcia.
Con “Days Go By”, Blake torna a giocare con l’elettronica e con gli effetti…prima che “Doesn’t Just Happen”, con Dave (403), intrappoli l’ascolto tra stringenti e claustrofobiche sonorità urban-rap.
La breve “invocazione” di “Obsession” (che sembra appartenere al “Tommy” dei The Who), conduce a “Rest Of Your Life” con il suo gusto da electro-club-mondano.
In “Through The High Wire” riaffiora il Blake “artigiano” del suono, per una composizione da vecchi stilemi.
Mentre “Feel It Again” è la personale visione di Blake di una ballata “black” per pianoforte e voce, con “Just A Little Higher” si torna a un cantautorato-folk, per una composizione che dimostra come Blake non abbia perso la sua indubbia capacità di scrivere anche belle “canzoni”.
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