Più volte su queste pagine si è accostata la musica alla letteratura, soprattutto quando si è “trattato” di progetti poetici, di contenuto e di “spoken”; in particolare, in occasione della recensione del quinto capitolo “Coin Coin” di Matana Roberts, si osservò: ‘E a ben ascoltare, la miscellanea di jazz, free jazz, reading, avanguardia, folk …, intrisa di un misticismo legato alle radici della tradizione “americana”, è dirompente nei lavori discografici di Matana Roberts che diventano una “collana” di romanzi storico/sociali, narrazione in musica e parole … con in primo piano il popolo afroamericano (verrebbero alla mente, in una ipotetica comparazione al femminile tra musica e letteratura, le scrittrici Alice Walker e Toni Morrison …“Dear one, There is something quiet rancid going in America right now, more so than any time I have seen …” – si legge tra l’altro nelle lunghe note di copertina)’.
Stesso riferimento, come parallelismo, fu operato per Moor Mother quando con “The Great Bailout”, invertendo la rotta e “guardando negli occhi un’eredità violenta”, diede alle stampe un disco profondo, intenso e senza compromessi.
Ora la “letteratura” fatta “musica” è nella “poetica” di Aja Monet, atteso che Aja Monet è anche autrice di “libri” di poesie tra cui “My Mother Was a Freedom Fighter” (2017), “Florida Water: Poems” (2025)…
- Aja Monet
Nel 2023, con “When The Poems Do What They Do”, Aja Monet raccontò della “tempesta perfetta”, e i venti che soffiavano avevano la forza delle parole e dell’“essenzialità” che affondava le radici nella percussione dell’anima (“I’m the djembe drum/Rhythms spun between love-drunk knees” – recita “I Am”); ora sono “shattered winds” (come recita “Hollyweird”).
Il jazz più “raffinato” e le altre contaminazioni “nere” ed “etniche” erano sì presenti ma in più discreta misura (“Black Joy”, “Unhurt”, “Weathering”, “The Devil You Know”, “Yemaya”….); la musica seppur di spessore risultava essere Charta Bambagina su cui scrivere incisivi versi di denuncia sociale, razziale, di genere…
Con “The Color Of Rain” (Drink Sum Wtr) Aja Monet si sintonizza su “Elsewhere Radio” (come recita “Elsewhere”)… “sofistica” gli arrangiamenti, arricchendo la componente musicale che assume un’identità “propria” ma sopratutto (a tratti più) “spendibile”; pregio o difetto questo? Entrambi!
Se infatti per una (mia personale) vocazione ritenga che “When The Poems Do What They Do” giri più spontaneo e “The Color Of Rain” più “artefatto”, è al contempo innegabile che le sue “architetture” gli conferiscano una superiore “grammatura” in termini (oggettivamente) artistici e in alcuni frangenti di fruibilità (non mancheranno momenti più sperimentali sebbene mai “ostici”).
- “The Color Of Rain”
Aperto il vinile gatefold, lo spazio centrale è occupato da un circolare poetico “a moonifesto” (“the moon broke into ocean…” ), mentre in basso (guardando) sulla destra, le note di copertina continuando con registro poetico scrivono (tra l’altro): “we started recording this album during a strawberry moon in june… the poems are music…surrealism is a marvelous unleashing of the mind…”.
Messo il primo dei due LP sul piatto, la “narrazione” inizia con le belle eteree atmosfere di “Say It With Your Chest”.
“Elsewhere” dà spessore e marca con i suoi più netti richiami alla musica “black” e a ballate di stampo “funk”, oltre a fregiarsi della partecipazione di Meshell Ndegeocello e Georgia Anne Muldrow alla voce.
Con “Withness” si torna a una musica d’accompagnamento, prima che un’eccezionale “Hollyweird” incarni non solo l’esatto equilibrio tra spoken e “suonato”, ma graffi con forza da sperimentazione mitteleuoropea anni settanta.
Girato il primo vinile, “Skinfolk” prosegue nel solco più d’ambiente, puntellando con percussioni (bongos) e sussurri di voce e tromba.
“For The Congo” con la sua anima tribale richiama alla memoria il precedente “When The Poems Do What They Do”.
Se “I Came To The Poem” è al contempo “dedica” e “dichiarazione” e “To Sister” (con Ganavya al “canto” e Brandee Younger all’arpa) è “preghiera” e “invocazione”, “I Know That I Don’t Know” si mostra compostamente sperimentale e free.
Messo il secondo LP sul piatto “Working Class Musicians” riporta l’ascolto su più sicuri territori da “coro gospel” prima che la musica di “Love Is A Choosing” (con Mereba alla voce) “assopisca” l’orecchio…
“Song Of Myself” gioca e suggestiona con la manipolazione e l’alterazione, mentre “Melting Clocks” ritorna, nella sua prima metà, a esplorare e a sperimentare vecchio stile per un’esecuzione che potrebbe essere accreditata anche a Laurie Anderson, prima di virare verso un più ordinario “rap” (il brano vede la partecipazione di Mick Jenkins e Vic Mensa alla voce e ai testi); va detto che nella sua particolare costruzione “Melting Clocks” appare pienamente convincente.
“Every Media Minute” è ancora narrazione su tessiture d’ambiente così come “Indigo” in cui le parole e i versi emergono da “risacche “ di “oceani sonori”.
Necessaria infine è la lettura dei testi (presenti nel disco), non potendo prescindere da essi per una piena e completa comprensione del valore di “The Color Of Rain”.
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