Con “occhi pieni” di sorpresa assistiamo “allo strano caso di” Zoh Amba!; nel prosieguo dell’articolo si capirà il perché ma, terminato l’ascolto di “Eyes Full”, ho pensato a Jim O’Rourke.
- Premessa
Mi sono avvicinato alla musica di Zoh Amba anni fa, grazie alle sue collaborazioni con Bill Orcutt, William Parker, Chad Fowler, Matthew Shipp (“Alien Skin” e “O Life, O Light Vol. 1” del 2022; “O Life, O Light Vol. 2” e “The Flower School” del 2023), per aver poi preso parte al progetto Beings con Steve Gunn, Jim White e Shahzad Ismaily (“There Is A Garden” del 2024), e per la sua collaborazione con Lee Ranaldo.
Sassofonista, compositrice, chitarrista e cantante, la musica di Zoh Amba si è da sempre (prevalentemente) mossa (attraverso il suo sax tenore) su coordinate free jazz/avant-garde jazz, tanto da trovare nel 2022, a 21 anni, spazio anche nel catalogo della Tzadik Records, etichetta legata a John Zorn, con “O, Sun”, lavoro che vedeva la partecipazione dello stesso Zorn all’alto sax e che si mostrava prossimo a un jazz “più accessibile” (“O, Sun”, “Gardener”…), senza trascurare (ovviamente) momenti free (“Northern Path”, “Holy Din”…).
Se da un lato la propensione a suonare una musica più “ostica” ha caratterizzato la produzione di Zoh Amba fino al suo recente “Sun” (del 2025), Amba è stata comunque solita alternare esecuzioni “free” sia con momenti d’ascolto più “morbidi” (ma sempre) di matrice jazz, che con richiami a un certo “folk” (come “Sweet One” da “The Flower School” del 2023 realizzato con Chris Corsano e Bill Orcutt, come la “Morning Sea” di “There Is A Garden” (del 2024) dei Beings o “Champa Flower” dal citato “Sun”), omaggiando così le sue origini in Tennessee, o alle commistioni con Lee Ranaldo di chitarra elettrica e acustica.
Ed è il Tennessee (e in particolare la città natale di Amba Kingsport) che adesso, nel 2026, trova la sua giusta collocazione emotivo-geografico-musicale nel “benvenuto” porto da “Eyes Full” (Matador Record), come a chiare lettere si evince ancor prima dell’ascolto dalla esplicita copertina del disco!
- “Eyes Full”
‘Eyes Full is distinctly, instinctively tied to Zoh’s hometown of Kingsport, Tennessee and the rediscovery of their first instrument, the guitar. The album courses with a type of muddy, loose acoustic blues, punctuated with bursts of feedback-laden electric guitar and sweet burnishes of Appalachian folk’ si legge sul sito della Matador (https://matadorrecords.com/blogs/news/zoh-amba-dead-end-street) consultato il 14.6.26.
Ed ancora, sempre dallo stesso sito, la dichiarazioni d’intenti di Amba: ‘The record looks closely at the lives of working-class folk in small towns who bust their asses off while trying to find any salvation they can. “I hope these songs touch people’s hearts,” Amba says. “They’re about people who really need to be seen and heard.”’.
Se la musica segue quindi una direttrice rock-indie-folk degli Appalachi, i contenuti lirici sono di stampo sociale, rivolti alle difficoltà che la “classe operaia” deve quotidianamente affrontare soprattutto nelle piccole realtà cittadine.
Con una formazione “base” composta da Zoh Amba (voce, chitarra acustica, chitarra e lettrica e sassofono), Kevin Hyland (chitarra elettrica), Landon George, (basso) e Jim White (batteria), l’LP si apre con l’acustica “OCD” (a cura però della sola Amba alla chitarra e alla voce) che fa vibrare le corde tra folk e bluegrass, concedendosi una chiusura ritmica sostenuta, tesa e “fuori schema” (tema quest’ultimo che caratterizzerà l’intero lavoro).
“Another Time” esplora territori prossimi a un cantautorato rock di matrice indie anni Novanta che in “Dead End Street” si distingue per le digressioni noise dei suoni e nell’arrangiamento.
Continua nel solco tracciato “Thousand Years”, brano che fa “la parte” della ballata, tirata fino al punto di detonare in un’esplosione ripetutamente abortita.
Se “Southern Soil” porta l’ascolto su coordinate da “folk deviato”, “Eyes Full” è composizione esatta nel suo essere tanto orecchiabile quanto disturbante (on line è reperibile anche una suggestiva e più intima versione live con Lee Ranaldo alla chitarra elettrica e Amba alla chitarra acustica e voce).
Girato il vinile, risulta riuscita anche “Blueberry Thorn”, al contempo delicata, ruvida e in stile anni Novanta, caratterizzata dal violino di Gabby Fluke-Mogul.
“Emahoy” è gioco acustico a due chitarre, gioco che si elettrifica (in parte) nel folk rock di “Weed Eating”.
Un Bob Dylan grunge e sgraziato fa la sua apparizione in “Odd Jobs”, mentre in “Child You’ll See” Amba imbraccia il sax tenore per evocare la sua passione verso la musica free e “cacofonica”, cacofonia che pervade anche lo sfondo della noise “PG Tips”.
In chiusura “Smile With Your Eyes”, istintiva e primordiale nel suo cambio di registro.
Ultima menzione per la voce di Zoh Amba che si rileva perfettamente a suo agio e indovinato strumento aggiunto nell’economia sonora del disco.
- Conclusione
Con la pubblicazione di “Eyes Full”, prendendo in prestito il titolo del celebre romanzo di Robert Louis Stevenson, possiamo affermare che Zoh Amba certifichi di essere (in senso positivo) “uno strano caso” musicale… capace di dare alle stampe un ottimo, solido e “deviato” disco fatto di canzoni indie rock e indie folk. Come detto in apertura, la capacità di Amba di passare con disinvoltura dalla più spinta sperimentazione a “canzoni” della qualità di quelle contenute in “Eyes Full”, mi ha fatto venire in mente la medesima dote che alberga in Jim O’Rourke…
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