“You know… The Blues is your buddy when you are up end your comforter when you are down” (dalle note di copertina di “Lookout Highway”).
- Premessa
Esistono certezze in musica. Una di queste è racchiusa nell’armonica di Charlie Musselwhite.
Quando si è bambini (almeno così fu per me) si ha un’idea dell’armonica a bocca legata a quell’immagine che solitamente accompagna un suonatore solitario, spesso disteso di notte accanto al fuoco, in un deserto americano, sotto un cielo di stelle e con la tesa del cappello calata sugli occhi, perso nel proprio mondo di ballate folk e di blues…
Accade poi che ascoltando “So What” da Kind of Blue di Miles Davis (probabilmente il brano jazz che ho sentito più volte e che ho tentato di suonare sul basso ripetutamente, soprattutto nella versione “veloce” eseguita al contrabbasso da Ron Carter), si resti affascinati dall’introduzione di pianoforte così incredibilmente elegante ed “europea” di Bill Evans.
Accade che di Bill Evans, dopo i suoi classici “Portrait in Jazz”, “Sunday at the Village Vanguard”, “Waltz for Debby”… si decida di acquistare (in “abbinata”) lo splendido “You Must Believe in Spring” e “Affinity”.
Accade quindi che messo a “girare” “Affinity” parta “I Do It for Your Love” di Paul Simon e che dopo le prime note di pianoforte, un suono melodioso e meraviglioso, nel suo fraseggio di uno strumento a fiato, riempia la stanza.
Accade così che il mio giovane orecchio resti sbalordito nel realizzare che quello strumento è l’armonica a bocca di Toots Thielemans.
Accade che si scopra che l’armonica a bocca non sia soltanto uno strumento da suonatore solitario, spesso disteso di notte accanto al fuoco, in un deserto americano, sotto un cielo di stelle e con la tesa del cappello calata sugli occhi, perso nel suo mondo di ballate folk e di blues…
Al di là del “romantico” e personale ricordo del mio rapporto con l’armonica a bocca (me ne feci perfino regalare una cromatica con il caratteristico registro), prima della rivelazione di Toots Thielemans, l’armonica l’avevo sentita suonare oltre che dai “padri fondatori neri” Big Walter Horton, Will Shade, Little Walter, Sonny Boy Williamson II… per diverse ragioni (nel tempo, prima e dopo la scoperta di Thielemans) da James Cotton (per la sua collaborazione con Muddy Waters), da Junior Wells (per le sue collaborazioni con Buddy Guy e la sua partecipazione a “Blues Brothers 2000”), da Sugar Blue (che aveva preso parte a “Some Girls” dei The Rolling Stones), da Bobby Rush (in particolare per le sue “Chicken Heads” con i Gov’t Mule e Buddy Guy), da Sonny Terry e Frank Frost (li ricordo nelle musiche del film “Crossroads” del 1986), da John Mayall (indimenticabile in “Room to Move” da quel capolavoro che è “The Turning Point”), da Bob Dylan, da Alan Wilson (come nella celebre “On the Road Again”), da Neil Young, da Paul Butterfield (fondamentale “East-West” a firma The Paul Butterfield Blues Band), da William Clarke, da Grant Dermody (ascoltando “Flood Water” dal bel “Booker’s Guitar” di Eric Bibb), da Jimmy Hall (con i Wet Willie), da Bruce Springsteen, da Ozzy Osbourne… ma sopratutto da Charlie Musselwhite, armonicista emblema del blues bianco (che in alcuni “passaggi” si “avvicinava” a Toots Thielemans; penso alle versioni di Musselwhite di “Yersterdays” e di “Christo Redemptor”) che nel solco tracciato dai citati “padri fondatori neri” aveva codificato un proprio linguaggio.
- Charlie Musselwhite
Di Musselwhite il primo disco che comprai fu “Stand Back!”, il suo LP d’esordio del 1967; oltre che per la sua fama, a Musselwhite c’ero arrivato anche grazie l’ascolto di Robben Ford che aveva suonato giovanissimo proprio con Musselwhite.
Accade, poi, che Nicola Olivieri, appassionato ed esperto di blues e bluegrass, “posti” la copertina dell’ultimo disco Musselwhite… e che io gli chieda un parere e che, fidandomi ciecamente di lui, decida di acquistarlo a scatola chiusa (tra i suoi ottimi recenti suggerimenti, di pregio anche “Live Vol. 1” di Billy Strings con una splendida “Away From The Mire”).
Accade così che, a circa sessant’anni da quel “Stand Back!”, Charlie Musselwhite, dopo una costante e instancabile carriera musicale come “ospite” (tra i tanti di John Lee Hooker, Tom Waits, Bonnie Raitt, Gov’t Mule, George Thorogood, Cat Stevens, Hot Tuna…), in collaborazione (Elvin Bishop, Ben Harper…) e come protagonista, dia alle stampe “Lookout Highway” (Forty Below Records), confermando come esistano certezze in musica e che una di queste sia nella sua armonica.
Ripercorrere per iscritto la discografia di Musselwhite risulta “impossibile”; personalmente oltre a “Stand Back!”, ricordo “Stone Blues” e “Louisiana Fog” entrambi del 1968, “Takin’ My Time” del 1971, “Ace Of Harps” del 1990, “One Night in America” con Robert Ford alla chitarra del 2002 (Ford, come anticipato, è giovanissimo compagno di chitarra di Musselwhite sin dai citati “Louisiana Fog” e “Takin’ My Time”), la collaborazione con Ben Harper del 2013 per “Get Up!” (insieme pubblicheranno anche “No Mercy in This Land” nel 2018), “100 Years of Blues” con Elvin Bishop del 2019, “Live At The Belly Up” del 2020 con gli Hot Tuna (impossibile non citare il loro “Hot Tuna” del 1970) , il recente “Mississippi Son” del 2022…
- “Lookout Highway”
“Lookout Highway” (Forty Below Records) è un solido, elettrificato disco di blues da patto con il diavolo a un crocicchio polveroso di un assolato deserto statunitense…
Nelle note di copertina del vinile si legge “This recording was years in the making. I am pleased that we were able to try out some new things as well as staying solidly in the blues tradition. I hope you enjoy the ride”.
Messo il “green crystal clear” LP sul piatto, una cadenzata, viscerale e ruvida “Look Out Highway” ruba subito la scena (unica pecca la dissolvenza in uscita sull’assolo di armonica che rivendicherebbe una coda ben più lunga).
Le piacevoli sorprese continuano con la bellissima “Sad Eyes”, trascinante e sinuosa, da caldo tramonto, con l’organo di Chris “Kid” Andersen a far da sfondo ad esatte chitarre (nel disco le chitarre sono accreditate a Matt Stubbs e allo stesso Musselwhite).
Se “Storm Warning” è classico blue aspro, “Baby, Won’t You Please Help Me” è narrativa nella voce e nel suo assolo di armonica.
“Hip Shakin’ Mama” con il suo “esatto” ritmo da “scuotimento” porta al fumoso blues di “Highway 61” in cui Musselwhite percorre la sua personale strada.
Girato il vinile l’ottima “Ready For Times To Get Better” (di Allen Reynolds) è nella voce di Musselwhite e di Edna Luckett, per una versione che offusca quella country-pop di Crystal Gayle (belle invece le versioni di Marshall Chapman e di Joe Sun).
Come per il Side A, anche il Side B prosegue tra blues più vibranti (“Ramblin’ Is My Game”) e blues più “notturni” (“Blue Lounge”) fino a che non irrompe il “classico” e coinvolgente riff di “Ghosts In Memphis”, brano che si riserva nel finale anche un’indovinata parte “rap” con Al Kapone.
“Open Road” chiude degnamente un solido, elettrificato disco di blues da patto con il diavolo a un crocicchio polveroso di un assolato deserto statunitense…
https://www.charliemusselwhite.com/

































