Dopo vent’anni di carriera e cinque album all’attivo, il musicista, compositore e accademico statunitense John Maus ha pubblicato il suo nuovo album, Later Than You Think, per etichetta YOUNG. L’album affronta temi come il lutto, la giustizia, la rinascita, la trasformazione e il conflitto spirituale, alla ricerca della bellezza, della verità e del reale.
Scritto, prodotto e registrato nelle Ozarks del Missouri sud-occidentale, Later Than You Think include 16 brani e abbraccia musicalmente contrasti, contraddizioni e complessità: il rigoglioso e lo spoglio, il sacro e il profano, minimalismo e sperimentalismo. L’album riafferma l’impegno di John Maus per una sincerità radicale e una verità emotiva, alimentata dal confronto, dalla fede e dalla trasformazione, spinta dall’urgenza di credere che il abbia ancora valore cercare un senso e che il tempo sia ormai limitato. Quest’urgenza gli arriva da eventi devastanti a livello biografico dal 2019 in avanti.
John Maus, laureato in musica sperimentale al Cal Arts e definito Pop Star Filosofo, stimato dal pioniere della grime britannica Skepta, che ha campionato il suo brano I’m Only Human, al rapper Gen-Z nettspend, fino al regista Josh Safdie, con già cinque album all’attivo, Songs (2006), Love Is Real (2007), We Must Become The Pitiless Censors of Ourselves (2011), Screen Memories (2017) e Addendum (2018), si sposa nel 2017 con l’amore della sua vita e va in tour l’anno dopo col fratello Joe al basso. Niente potrebbe andargli meglio, con gli ultimi due dischi che arridono al successo e il matrimonio con l’amore della sua vita.
Ma nel 2019, ancora in tour, il fratello muore per una malattia al cuore non diagnosticata. Subito dopo muore lo zio che era stato un padre per entrambi i fratelli, e a quel punto inizia a scricchiolare il suo matrimonio per via dello stress post traumatico di questi lutti improvvisi. “Avevo bisogno di qualcosa o qualcuno che mi facesse attraversare le lacrime, qualcosa che mi desse la pace che il mondo non riusciva a darmi” racconta oggi in un’intervista e lo ripete nella canzone Let me Through di questo nuovo disco. Abbraccia dunque la fede cattolica e piano piano cerca di riprendersi, ma nel gennaio 2021 è al centro di una gigantesca polemica perché si trova a Capitol Hill proprio poco prima degli scontri e dell’assalto al Parlamento, anche se non era coinvolto, ma ha dovuto spiegarlo lungamente e faticosamente ai suoi fan, cosa che alla fine fa pubblicando un estratto dell’enciclica papale Mit Brennender Sorge del papa Pio XI scritta all’epoca dell’ascesa del nazismo.
Per tutti questi avvenimenti, ha ripreso a scrivere canzoni solo nel 2023, e questo disco è il risultato della frenetica composizione di una canzone a settimana, da allora, per 20 settimane di fila, superando il blocco dello scrittore di cui racconta in Losing Your Mind: “Can’t write a word so you lock yourself up / So they say you’re losing your mind”.
E’ evidente sin da queste citazioni che Later than You Think è il disco più autobiografico di un compositore che di solito si dedica a temi trascendenti e spirituali. Ma in realtà in questo disco Maus riesce a fondere i due aspetti, perché i buchi neri della sua vita recente, una volta superati, trovano sublimazione e significato universale nelle canzoni in cui racconta di impazzire o aver bisogno di superare il dolore, della volontà di scomparire (in Disappear) ma anche di ricostruire la propria vita, nella canzone omonima, o di recuperare la voglia di gridare al mondo (Shout, in cui alla fine afferma “Io sono duraturo, ho una bocca per gridare al mondo con un suono del tutto nuovo”), e soprattutto della capacità di mettere da parte ciò che pure noi stessi abbiamo contribuito a costruire: nel singolo centrale del disco Because we built it, Maus interlaccia il piano personale autobiografico con quello sociale e politico quando canta: “Because we built it…We can watch it go up in flames, Because we killed him…We will watch it go up in flames” dedicando la canzone alle proteste dopo l’assassinio di George Floyd in 2020, ma in realtà anche ispirandosi al mettere da parte il dolore incenerendo la parte nera di se stessi, e anche pensando alla possibilità di distruggere il sistema che, appunto, noi stessi abbiamo costruito.
Temi sociali sono presenti anche in Tous Les Gens Qui Sont Ici Sont D’ici, in cui recupera una frase del filosofo Alain Badiou contro ogni razzismo e apartheid anche solo culturale, e in Pick me Up, mentre due inni latini di cui uno, Adorabo, cantato in canto gregoriano (oltre a I Hate Antichrist, primo singolo del disco) sono qui presenti per citare la nuova dimensione spirituale recuperata con la conversione al cattolicesimo avvenuta di recente.
Musicalmente, l’album si mantiene sulla scia del pop ipnagogico a cui Maus ci ha abituato, essendo un capofila di questo genere musicale insieme all’amico Ariel Pink.
Because we Built it, la canzone che lancia il disco e perciò è posta all’inizio, e anche la seguente Disappears, nonché Out of Time, Let me Through, sono una citazione e insieme un omaggio ai Joy Division, mentre il resto del disco si muove più verso musica elettronica convenzionale, con loop di batterie elettroniche, bassi potenti e sintetizzatori che la fanno da padrone (esempio tipico sono Tonight, Water, Losing Your Mind, Shout, Reconstruct Your Life, Came & Got), in una citazione continua degli anni ’80 di cui del resto il pop ipnagogico vuole essere una nuova versione.
I Hate Antichrist, col suo basso a scandire il ritmo, e l’organo da chiesa che entra nel mezzo, rappresenta una originale variazione al tema di base scandito dagli altri pezzi, e non a caso si sente qui il primo assolo di tastiera e chitarra dall’inizio del disco.
Degni di nota, dal punto di vista musicale, sono anche Let the Time Fly, una ballad oscura e cupa scandita dal basso, mentre Tous Les Gens Qui Sont Ici Sont D’ici ricorda il dark dei Cure dei primissimi dischi e merita una citazione anche Pick me Up, altra ballata in cui bassi, organi e sintetizzatori lasciano spazio, forse per la prima volta dalla prima traccia, a una sonorità più ariosa, limpida, scandita da tastiere dal suono solare, per una canzone che verte su solidarietà e recupero sociale. E queste atmosfere un po’ meno oscure fanno da anticipazione alla fine del disco, volutamente affidata al canto gregoriano di Adorabo, con i suoi Alleluiah che sembrano sancire, a conclusione del disco, la pace finalmente ritrovata dopo le traversie di questi anni.
Se così stanno le cose per l’uomo John Maus, non possiamo che esserne felici. Ma per fortuna la pace cantata da Adorabo arriva dopo un viaggio musicale fatto di traversie e oscurità di cui il disco è pieno, e che ne fa la sua ricchezza, anche se l’ascolto non sempre è facile proprio per via dei toni cupi, e va detto che se un difetto si può trovare in questo disco è la ripetitività ossessiva del suono, che peraltro è un marchio di fabbrica e dunque certo non può essere una critica. John Maus è ancora lui, sempre lui, dopo venti anni di carriera, festeggiati qui al meglio della forma.
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