È mancato poco dal sold out l’ultima data del mini tour dei Si Boom Voilà al Bronson di Ravenna, culla della musica alternativa. “Il tour dei club”, come l’ha definito la band per sottolinearne la matrice indie e la dimensione intima, è cresciuto data dopo data in hype e partecipazione. Contro molte previsioni, compresa quella della band stessa. “Tecnicamente era un mezzo suicidio iniziare il tour il giorno dopo l’uscita dell’album”, commenta la bassista Roberta Sammarelli nei ringraziamenti sul suo profilo Instagram. Non c’è stato nemmeno il tempo per i fan di digerire l’uscita dai Verdena che Roberta aveva già comunicato l’esistenza di una nuova band, del disco e degli imminenti live. Alla faccia delle strategie promozionali. E l’impressione è che la missione del nuovo combo, co-capitanato da Giulio ‘Ragno’ Favero (One Dimensional Man e Teatro degli Orrori), sia proprio questa: fottersene completamente delle regole, da quelle del music business in poi. Poca promozione “ufficiale”, tanta voglia di divertirsi, provocare e connettersi al pubblico.
Ma che musica fanno i Si Boom Voilà? (Anche il nome non aiuta, diciamo.) E invece la questione è proprio lì: non gliene può fregare di meno di definirsi. Il verdetto del palco sputa fuori una sorta di punk/wake rock da cabaret, speziato con abbondante salsa dadaista, tanto nei testi — farciti da un’arguta ironia antiborghese — quanto nella presenza scenica. A farla da padrone, nonostante l’evidente traino dei due veterani indie Favero e Sammarelli, è il frontman Michelangelo Mercuri. Una sorta di bambino pestifero e iperattivo nel corpo di un omone di oltre un metro e novanta, con il dono del mutaforma musicale. Mercuri riesce a volteggiare con naturalezza tra pose e cantati spesso antitetici: dai toni wave di Vivere così al berciare hardcore di Santi Numeri — quando si dimena sul palco come fosse il cantante dei Downset — alla quasi serietà da cantautorato classico italiano, fino ai tanti siparietti e posture teatrali. Il tutto senza perdere un filo di intensità e credibilità. A tratti la rappresentazione della band sembra un format che rinnega sé stesso dall’interno. Un Truman Show consapevole fin da subito delle regole del gioco e in grado di piegarle al proprio volere.
Come impatto, la resa sonora dello show non fa una piega. Gogna ragazzo gogna, Mentre succhiamo e Un pezzo degli Swans, oltre ai titoli geniali e surreali, sono un trittico di pura adrenalina. Quest’ultima, allungata a dismisura da un intermezzo noise psichedelico da paura. Si tira un po’ il fiato con Lavori in corso, dove la matrice post-rock funge a Mercuri per seminare pensieri più introspettivi tra la selva dei soliti nonsensi. Saldi di fine tutto è un’altra summa del modus operandi dei Si Boom Voilà: criticare il cinico arrivismo dell’uomo contemporaneo con una comicità spinta all’estremo, che spinge Mercuri a utilizzare persino il vocoder per sbeffeggiare l’imperante esercito della trap. E chi l’ha detto che i pezzi forti vanno messi in apertura? Per quella strana creatura che è il singolo Pinocchio, il cantante piazza una scala in mezzo alla folla e canta muovendosi a scatti come una marionetta che ha imparato dall’indimenticata performance di Alberto Camerini in Rock ‘n’ Roll Robot. Quando finalmente si decidono a suonare Voilà, si scatena il pogo e la durezza del testo che urla “I fascisti non sono mai andati via” viene assorbita e sfogata da Mercuri, che si scatena insieme al pubblico.
Insomma, con i Si Boom Voilà si impara a ridere piangendo delle nostre miserie, nella speranza di non dimenticarsi di agire o, quantomeno, di sdegnarsi.
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