Cresciuto a pane, Nutella e psichedelia pop, Robyn Hitchcock è indubbiamente uno dei musicisti più sottovalutati della sua generazione. Non è certo da meno rispetto a pesi massimi come Joe Jackson, Elvis Costello o Graham Parker, ma tant’è. Intelligente, creativo, geniale e dotato di una voce davvero singolare, Hitchcock non ha mai nascosto la sua profonda passione per Syd Barrett e John Lennon.
Musicalmente, proprio come molti colleghi cresciuti a fine anni Settanta, muove i primi passi sotto l’impulso dell’ondata punk. Tuttavia fin da subito riesce a fondere quelle spigolosità con la psichedelia all’interno del suo storico progetto con i Soft Boys. Abbandonata presto la band, inizia a scrivere in solitaria pagine fondamentali della storia della musica britannica con album splendidi, diventando uno dei musicisti più longevi e prolifici in circolazione.
Dischi come I Often Dream of Trains (1984), Gotta Let This Hen Out! (1985), Element of Light (1986), Jewels for Sophia (1999) o Propellor Time (2010) sono veri e propri capolavori senza tempo. In queste opere il pop, una psichedelia onnipresente, il blues, il rock e a tratti persino il country si configurano come elementi chiave per comprendere a fondo l’artista in tutte le sua peculiarità. I suoi numerosi progetti paralleli – inclusi i Venus 3 – lo hanno visto collaborare negli anni con figure del calibro di Nick Lowe, John Paul Jones, Peter Buck, Bill Rieflin e Gillian Welch, raccogliendo una stima sconfinata da parte degli addetti ai lavori per la sua eccezionale creatività compositiva.
Venendo al recente The Confuser l’album mette in mostra tutta l’eccentricità, l’arguzia e naturalmente palate di rock e psichedelia a cui l’autore ci ha abituati. È un lavoro che sta comodamente al fianco delle sue produzioni migliori. Registrato a Nashville e co-prodotto insieme a Brad Jones (impegnato qui anche alle tastiere), il disco vede la partecipazione dello storico compagno di vecchie battaglie sin dai tempi dei Soft Boys, Kimberley Rew, con il quale Hitchcock sembra divertirsi moltissimo a dialogare tra le sei corde. Niente romanticismo d’accatto o prevedibili quadretti psych-pop: i 10 brani in scaletta si rivelano una sorpresa continua in cui convivono felicemente la Beatlesmania, il fantasma di Barrett e il miglior cantautorato alla Bob Dylan. Che The Confuser sia un album inaspettatamente accessibile lo dimostra subito la traccia d’apertura, il rock di stampo prettamente FM “I Am This Thing”. Da grande appassionato di black music, trovo invece esilarante la successiva “My Dead Astronaut”, guidata da accattivanti ritmiche funk. “Yesterday’s Rain” serve poi come promemoria del fatto che Hitchcock non ha perso né la capacità né la voglia di fare del sano rock, mentre l’onirica “Breathless” è il classico esempio del suo talento: una splendida slow song in cui una sognante psichedelia tratteggia uno dei momenti migliori dell’intero lotto.
C’è ancora tanta poesia nella malinconica e graffiante “Ghost In The Sunlight“, una traccia che paga il giusto dazio a Sgt. Pepper’s. Si prosegue con la travolgente “Building From The Ruins“, un funk-rock che non sfigurerebbe affatto tra le mani dei Funkadelic. Con “The Vanishing Kind” ci si sposta invece nei territori di un pop elegante che solo lui sa rendere così prezioso, complice una performance vocale sempre impeccabile. Il rock torna protagonista grazie agli scambi di riff chitarristici tra Robyn e Rew nella godibile “How To Feel Alright“, seguita dall’onirica ed evocativa “Monday for Me“, un concentrato purissimo del talento d’ispirazione beatlesiana del Nostro. A chiudere i battenti ci pensa infine la favolosa “Wasted“, un’ironica ode ai piaceri e ai correlati problemi dell’alcol; una country song conclusiva che sottolinea, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che ci troviamo di fronte a uno dei musicisti britannici più fondamentali degli ultimi quarant’anni.
In conclusione, questo nuovo capitolo ci regala un Hitchcock in grande forma e pronto per un tour promozionale che toccherà anche l’Italia nel mese di novembre. Il sottoscritto sarà sicuramente presente sotto il palco e, chissà, magari ci scapperà anche una recensione del live.
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