Ogni tanto ricado nel vizio… nel mio vecchio vizio chiamato “jazz”; di recente, su queste pagine, si è parlato con entusiasmo dell’ultimo lavoro discografico di Immanuel Wilkins “Blues Blood” e della sua partecipazione come sassofonista “alto” nel bel “Beyond This Place” di Kenny Barron e nel “progetto” Out Of/Into; si è parlato poi di Keith Jarrett, di James Brandon Lewis (anche con i The Messthetics), di Kamasi Washington, di Nduduzo Makhathini, di Yussef Dayes (e allungando il tiro e ampliando il raggio… di Matana Roberts, di Jamie Branch, di Rob Mazurek, di Jeff Parker, dei Fire! Orchestra, dei Fire!, di Colin Stetson, di Meshell Ndegeocello…); un mondo, quello del jazz, che sin da ragazzo ho rispettato e amato: ancora oggi, quando devo regalare un LP, la mia scelta spesso ricade o su “Nefertiti” di Miles Davis, su “A Love Supreme” di John Coltrane o su “Facing You” di Keith Jarrett.
– Premessa
Quando negli anni novanta acquistai lo storico disco del 1970 a firma Charlie Haden, “Liberation Music Orchestra” e poi sempre di Haden “The Ballad Of The Fallen” (del 1983), oltre a Carla Bley (in primo piano in entrambi i lavori), tra i tanti musicisti coinvolti (Gato Barbieri, Don Cherry, Michael Mantler, Paul Motian, Mick Goodrick…) figurava anche il sassofonista Dewey Redman; Redman lo conoscevo poiché aveva preso parte ad alcuni dischi di Keith Jarrett (tra cui “Death and the Flower” che particolarmente amavo per “Prayer”) e di Ornette Coleman. Interessandomi più approfonditamente a Dewey Redman scoprii che aveva un figlio, anch’egli noto sassofonista, Joshua Redman che stava emergendo come “nome” nel mondo jazz di quegli anni novanta e con cui aveva pubblicato a nome Dewey Redman / Joshua Redman “Choices” nel 1992 e poi, come citato come “featuring”, nel 1994, “African Venus” (contenete sempre registrazioni del 1992).
– Joshua Redman
Comprai quindi di Joshua Redman “Freedom In The Groove” in uscita nel 1996: soldi ben spesi, in Italia si pagava ancora “in lire”.
A “Freedom In The Groove” seguirono di quegli anni novanta, oltre al citato “Choices”, gli ascolti di “Joshua Redman” e “Wish” (entrambi del 1993; “Wish” con Pat Metheny alla chitarra e Charlie Haden al contrabbasso), “Mood Swing” (del 1994, con Brad Mehldau al pianoforte), la collaborazione con il grande Milt Jackson per “The Prophet Speaks” (del 1994), “Blues for Pat: Live in San Francisco” (del 1995 ancora con Metheny)… e poi, nel tempo, degli anni seguenti, “Beyond” (del 2000), la collaborazione con Paul Motian e The Electric Bebop Band (del 2004 per la JMT Records, etichetta/edizione che mi aveva fatto conoscere Steve Coleman, Tim Berne, Hank Roberts, Cassandra Wilson, i Miniature, gli Strata Institute…), “Momentum” (del 2005; disco con ospiti, tra gli altri, Jeff Parker, Flea e Meshell Ndegeocello), “Back East” (del 2007), “Trios Live” (del 2014), la collaborazione con Brad Mehldau del 2016 per “Nearness”…
Disco dopo disco, Redman si mostrava sassofonista e compositore versatile capace di spaziare tra jazz e fusion, lambendo sonorità anche più “urban” e di interpretare celebri composizioni altrui non solo “standards” ma anche non di stampo jazz, quali ad esempio “I Got You (I Feel Good)” (su “Joshua Redman”), “Tears in Heaven” (su “Wish”), “Eleanor Rigby” e “The Times They Are a-Changin’” (da “Timeless Tales (For Changing Times)” del 1998, sempre con Brad Mehldau al pianoforte), “The Crunge” (da “Momentum”) e “The Ocean” (da “Trios Live”) – Redman dimostra di amare particolarmente “Houses of the Holy” dei Led Zeppelin – , ed ancora …“Streets of Philadelphia” (da “Where Are We” con Gabrielle Cavassa del 2023).
Ora, a trent’anni da quella scoperta… leggo dell’uscita del nuovo disco di Redman “Words Fall Short” (Blue Note) e senza indugi decido di acquistarlo.
Ebbene, malgrado sia cambiata la moneta, non più in vigore la Lira… sono stati ugualmente Euro ben spesi.
– “Words Fall Short”
Redman aveva licenziato nel 2023, quale primo lavoro per la Blue Note, “Where Are We” con Gabrielle Cavassa alla voce, disco che personalmente non mi aveva colpito molto poiché troppo ancorato a una pacata forma canzone.
Con “Words Fall Short” (seconda incisione per la Blue Note), Redman torna a proporre un vibrante classico-contemporaneo jazz di qualità.
Messo il vinile sul piatto, “A Message To Unsend” è introdotta dal pianoforte di Paul Cornish (il 22 agosto 2025 in uscita sempre per la Blue Note il suo “You’re Exaggerating!” con la partecipazione di Jeff Parker) che evoca “classicità” e dal delicato tenor saxophone di Redman, per un’esecuzione che lentamente, grazie al pianoforte e alla sezione ritmica affidata a Philip Norris (contrabbasso) e a Nazir Ebo (batteria), si decompone e frammenta in fraseggi jazz per lasciare spazio al “tenore” di Redman.
Nella splendida “So It Goes” il sax tenore di Redman dialoga con il sax tenore di Melissa Aldana; dopo l’intro e gli “unisoni” parte prima Aldana con il tema, poi Redman, poi nuovamente i due tenori assieme, poi ancora Aldana in “solo”…. un breve passaggio in duo ed è la volta dell’assolo di Redman… e così “discorrendo” per un brano che lascia il segno.
“Words Fall Short” è aperta dal contrabbasso di Norris mentre Redman, posato il tenore, passa al sax soprano, per un altro momento d’ascolto più che riuscito.
“Borrowed Eyes” (Redman imbraccia nuovamente il sax tenore) è lenta, notturna e “fumosa” ballata che chiude un ottimo Side 1.
Girato il vinile, “Icarus” si candida ad altra “hit” e il sax tenore di Redman questa volta divide la scena con la tromba di Skylar Tang; sul sito https://www.joshuaredman.com/album-worlds-fall-short consultato il 12 agosto 2025 si legge ‘Redman first heard trumpeter Skylar Tang—who is featured on the funky, nine-meter “Icarus”—when she was just a sophomore in high school.“She had huge ears,” he recalls, “and she already had tremendous patience, adeep maturity and sensitivity…Every note had a meaning.” Tang is now a student in a joint Columbia University/Julliard School program. When Redman invited her to attend a soundcheck before the quartet’s Jazz at Lincoln Center concert, he texted her the sheet music for “Icarus” on a whim the night before.“She came in the next day with the whole thing memorized…She played it perfectly…and sounded like she understood the song better than I did! Once again I heard how that melody benefitted from the presence of another voice, and we recorded it with her a few weeks later’.
I giri proseguono con il sax soprano di una sostenuta “Over The Jelly-Green Sea” (con una splendida chiusura) e di una più introspettiva “She Knows”, composizione questa in cui Redman e compagni si spingono fino ai confini con territori “d’avanguardia”.
Il brano di chiusura “Era’s End”, sempre con Gabrielle Cavassa, è rivisitazione vocale di “A Message To Unsend” che, sebbene porti con sé il peccato originale del citato “Where Are We”, trova una sua giusta collocazione in “Words Fall Short” lavoro che così si completa in modo equilibrato, “vario” e “letterario” nei titoli.
Sempre dal citato sito (https://www.joshuaredman.com/album-worlds-fall-short consultato il 12 agosto 2025) infatti si legge: ‘Several of the titles are borrowed from passages Redman admires in books by Cormac McCarthy (“BorrowedEyes”), W.G. Sebald (“Over the Jelly-Green Sea”) and Kurt Vonnegut (“So It Goes”). The album’s title track is taken from Yiyun Li’s PEN/Jean Stein Award winning Where Reasons End.“The novel is short and incisively beautiful, a conversation the author imagines with a son who recently committed suicide,” Redman explains. “She grapples with language and how to understand the incomprehensible; and at the end she tells her son that ‘Words fall short, yes, but sometimes their shadows can reach the unspeakable. ‘That’s also true of notes, of ideas, of actions…Any attempt to express our meanings and feelings will never fully succeed, as perfection is unattainable. But it’s that struggle, that fallibility, that makes us so marvelously and exquisitely human.”’
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