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Ozzy Osbourne: un “idolo” da omaggiare o un “simulacro” da sfatare?

di Marco Sica
4 Agosto 2025
in Focus On, Primo Piano
Tempo di lettura: 18 minuti
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“Non fare di me un idolo mi brucerò…” (canta Giovanni Lindo Ferretti con i C.S.I. in “A Tratti”) 

Il 22 luglio del 2025, è morto John Michael Osbourne, meglio noto come Ozzy Osbourne, storica voce dei Black Sabbath, autore di celebri dischi solisti, ma soprattutto musicista che ha incarnato in “scena” e fuori dalle “scene” uno “status”. 

Lo ricordiamo in uno speciale a lui dedicato, chiedendoci se sia stato un “idolo” da omaggiare o un “simulacro” da sfatare.

  • Coincidenze

Il 22 luglio, ero in Spagna, a Siviglia; era la sera del mio arrivo e mentre mi trovavo in Plaza Jesús de la Pasión, passate le otto di sera, da internet apprendo della morte di Osbourne. Pochi minuti dopo aver letto la notizia, incrocio un uomo con indosso una maglietta dei Black Sabbath; mi rivolgo quindi a mia moglie che era lì con me e le faccio notare la particolare coincidenza. Il giorno della mia partenza da Siviglia, incrocio questa volta un ragazzo con indosso una maglietta di Ozzy Osbourne… mi rivolgo nuovamente a mia moglie e le faccio notare nuovamente la particolare coincidenza… di un arrivo e di una partenza…    

  • Premessa 

Prima di addentrarci nel vivo della nostra disamina, è necessario fare una premessa: ci limiteremo (per quanto possibile) a parlare dell’Ozzy Osbourne “cantante” e “performer”, tralasciando la narrazione degli eccessi che hanno caratterizzato la sua vita (privata) e contribuito anche ad accrescerne l’“oscura fama”.

Vero è anche che non si possa comunque trascurare l’evidenza data dal fatto che il “culto” legato al “personaggio” Osbourne (e alla sua vita “sopra” e “fuori” dal palco), formatosi nel tempo, abbia inevitabilmente condizionato il “giudizio” sulla sua “arte”, ora fondendosi, ora sovrapponendosi o addirittura prevalendo su di essa. 

  • L’Inghilterra degli anni settanta 

“Selling England by the pound” cantavano nel 1973 i Genesis danzando con il  loro “Moonlit Knight”; e l’Inghilterra degli anni settanta, in musica, valse sicuramente molte sterline riuscendo in Europa a codificare molteplici linguaggi musicali destinati a diventare simbolo e fonte di ispirazione per le future generazioni; ciò (spesso) anche oltre gli effettivi meriti “stricto sensu”.

Tempo fa, su queste stesse pagine, si fu critici tanto con i Deep Purple, ritenendoli “fermi a quel (poco) di buono fatto negli anni settanta”, quanto con i Pink Floyd, affermando di non condividere “l’iperdulia mariana” che li accompagna sia tra i loro “devoti” fan che tra alcuni “addetti ai lavori”; riguardo ai The Beatles, poi, si affermò che ‘il fenomeno “Beatles” è stato così tanto rilevante non solo da meritare un nome proprio “Beatlemania” (paragonabile per identità ad un antroponimo) ma da filtrare, attraverso una lente distorta, ogni gesto compiuto dai “Fab Four” alterandone i contenuti e i confini a dismisura, facendo perdere spesso di vista una più giusta e ponderata dimensione’.

Per sgombrare dubbi d’accusa di una mia non “simpatia” nei confronti della musica “britannica” degli anni (sessanta e) settanta, tengo a precisare che nell’olimpo dei più bei dischi di tutti tempi pongo da sempre “Rock Bottom”di Robert Wyatt, da me definito “perfetto e non perfettibile” e tra i gruppi da me più amati i King Crimson.

Come però già in altre occasioni rilevato, il rock inglese (ma si può anche estendere al rock britannico) negli anni ‘70 (e nel finire degli anni sessanta) ha saputo parlare un linguaggio al contempo innovativo ed immediato rispetto ad altre realtà europee di maggior pregio (per qualità e sperimentazione) quali la musica tedesca (Klaus Schulze, Faust, Tangerine Dream, Neu!, Can, Popol Vuh…) ma sicuramente meno “fruibili”.

Ebbene, tra i musicisti inglesi degli anni settanta che hanno maggiormente influenzato le generazioni successive in modo “inversamente proporzionale” ai loro meriti artistici, il podio va riservato ai Black Sabbath e alla loro storica voce Ozzy Osbourne.

  • Ozzy Osbourne e i Black Sabbath 

I Black Sabbath hanno applicato una delle più efficaci formule artistiche in base alla quale la semplicità e l’immediatezza, quando veicolate con altrettanta immediatezza e “alternativa” fruibile estetica, raggiungono sicuramente un “certo” risultato, partendo fin da una quanto mai indovinata scelta del nome (probabilmente tra le più riuscite di ogni tempo).

In precedenza ho fatto riferimento ai King Crimson; nel 1969 su “In the Court of the Crimson King” sarà presente l’eccelsa “21st Century Schizoid Man” (brano che Osbourne tra l’altro riproporrà come cover); ebbene, anche ad un orecchio poco attento, non può sfuggire come sebbene vi sia un’assonanza di tematiche lirico/musicali con il mondo dei Black Sabbath, la “qualità” e “l’immediatezza” di “21st Century Schizoid Man” siano agli antipodi con con esso.

A ben ascoltare, infatti, della “ricca” discografia dei Black Sabbath l’unico LP veramente degno di nota è “Paranoid” (del 1970), disco che metteva a fuoco alcune buone intuizioni espresse nell’omonimo “Black Sabbath”, uscito alcuni mesi prima e che resta per lo scrivente (se non il migliore) sicuramente il loro lavoro più sincero e per taluni versi più rappresentativo. 

Con “Black Sabbath”, di fatto, Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward aveva operato un inasprimento e un incupimento di un rock blues oramai collaudato e in voga già da anni (basta ascoltare “The Wizard” – brano che se suonato con il flauto traverso al posto dell’armonica rimanda ai primi Jethro Tull con cui Iommi aveva collaborato – e “N.I.B.”), genere che aveva trovato in Inghilterra nei Cream il lato “pop” (Osbourne inciderà anche una sua “ Sunshine of Your Love”) mentre negli Stati Uniti la sua primigenia forza nei Blue Cheer già a partire dagli ultimi anni sessanta (Blue Cheer che con “Vincebus Eruptum” e “Outside Inside”, entrambi del 1968, avevano anticipato tanto l’hard rock quanto il futuro stoner e l’heavy metal, senza contare l’impeto degli statunitensi MC5 e del loro violento e brutale “Kick Out The Jams”, live registrato nel 1968 e pubblicato nel 1969; ma come detto … selling England by the pound…).

Se in “Black Sabbath” brani come “Behind the Wall of Sleep” codificavano il caratteristico cantato “cantilenante” e l’eponima canzone celebrava in modo impeccabile e memorabile il loro rito pagano, “Sleeping Village” e la loro versione di “Warning” mostravano alla perfezione tutti i loro limiti, limiti che però avrebbero fatto anche la loro fortuna; “Black Sabbath”, come detto, si mostra, con il senno di poi, il loro lavoro più sincero e rappresentativo, primo tassello di un trittico che con “Paranoid” e “Master Of Reality” costituirà la loro massima espressività. 

Con “Paranoid” i Black Sabbath compiono il personale piccolo e irripetibile miracolo riuscendo a condensare e a bruciare “sull’elettrica” pira funeraria, in un solo disco, tutta la loro (migliore) ispirazione… trasformando i limiti in virtù e rendendo la semplicità un dono dell’inferno; anche i testi diventano meno “banali”, più “lirici” e con lo sguardo distolto dal “mondo delle streghe” e più proteso verso introspettiva e ambientazioni sci-fi.  

In “Paranoid” tutto assume identità e diventa granitica ed eterna lapide grazie anche alla chitarra di Tony Iommi, alle sue distorsioni e al suo power chord che faranno scuola (a contribuire a definire il suono dei riff di Iommi fu l’incidente che da ragazzo gli menomò la mano destra privandolo di falangi; Iommi essendo mancino utilizzava la destra sulla tastiera e quindi costruì un “modo” unico e personale di suonare la chitarra in ragione della sua menomazione definendo così un suono che sarà d’ispirazione per generazioni di chitarristi).

In un contesto fatto di brani memorabili quali “War Pigs” (con la sua denuncia alla guerra), il toccante isolamento umano e mentale di “Paranoid” e “Iron Man”, brani precursori di genere come “Electric Funeral” con il suo incedere rallentato e rarefatto e brani mortalmente desertici da apocalisse post atomica come “Planet Caravan”… composizioni più ordinarie e non sempre ben strutturate quali “Hand Of Doom”, “Rat Salad” e “Fairies Wear Boots”, malgrado vestano l’abito del riempitivo, trovano la loro ragione d’esistere.

“Master Of Reality” (del 1971), pur non riuscendo a conservare la spontaneità di “Black Sabbath” e la forza di “Paranoid”, si dimostra raffinato esempio di come si possa tranquillamente “perfezionare” per poi replicare un “cliché” in modo funzionale, facendo diventare una felice intuizione “costume” da dare in pasto a un pubblico (giovane) affamato di provocatoria semplicità. Con “Master Of Reality” i Black Sabbath serrano i ranghi e i ritmi, e tra cavalcate (“Children of the Grave”), intermezzi da epica medievale (“Embryo”), ballate (“Solitude”), riff demoniaci (Into The Void”) restituiscono l’ultimo disco da ascoltare del periodo Osbourne prima di perdersi in scialbe ripetizioni, copia di sé stessi (per continuare il parallelismo con gli States nello stesso anno, l’altro grande istrionico teatrante del rock, lo statunitense Alice Cooper, dopo gli esordi di matrice “zappiana”, si consacrerà con “Love it to Death” e “Killer”).

Con “Vol. 4” (del 1972), i Black Sabbath arrivano, infatti, a pubblicare anche brani discutibili, quali la “natalizia” disperazione di “Changes” e la strumentale “Laguna Sunrise” o brani con richiami southern come “St. Vitus Dance”, per una nave che, a parere dello scrivente, ha perso la rotta; per non allontanarci troppo dai confini del “genere” e del “territorio”, basti pensare che lo stesso 1972, in Inghilterra, vedrà l’uscita di “Machine Head” e di “Made In Japan” dei Deep Purple nonché la registrazione dello splendido “Space Ritual” degli Hawkwind.

Non fa meglio il successivo “Sabbath Bloody Sabbath” (del 1973) con i suoi pretenziosi strumentali (“Fluff”) e i suoi arrangiamenti oramai lontani dalla lugubre atmosfera degli esordi, più votati a un mainstream radiofonico, con incursioni anche verso il progressive come in “Spiral Architect” (con tanto di archi); celebre è poi la partecipazione al disco di Rick Wakeman in “Sabbra Cadabra”. Se in passato si poteva imputare ai Black Sabbath l’eccessiva essenzialità, “Sabbath Bloody Sabbath” certifica come quello fosse sicuramente il territorio più congeniale ai Black Sabbath, poco inclini a seguire più complesse “partiture”.   

“Sabotage” (del 1975) consegna agonizzanti sussurri di una band ormai “consumata”, intrappolata tra i suoi riff (“Hole in the Sky” e “Symptom of the Universe” – quest’ultima con tanto di inaspettato finale blues/acustico), reminiscenze psichedeliche (come nella prima parte di “Megalomania”), inopportune “operette” (“Supertzar” con i suoi cori), abboccamenti progressive (ma i Black Sabbath non sono i Rush di “2112”) e, come suggerisce il titolo, brani da passaggi radiofonici “Am I Going Insane (Radio)”.

Per tornare al tema “selling England by the pound” è giusto ricordare che oltre oceano, negli U.S.A., in quegli stessi anni i Blue Öyster Cult davano alle stampe due capolavori quali “Tyranny and Mutation” (del 1973) e “Secret Treaties” (del 1974), tra i più bei dischi di genere di tutti i tempi.

Prima di abbandonare il gruppo, Ozzy Osbourne sarà la “voce” dei Black Sabbath nei successivi (trascurabili) “Technical Ecstasy” (del 1976) e “Never Say Die!” (del 1978).

Quello che pubblicheranno i Black Sabbath in sua “assenza” esula dalla nostra trattazione che è incentrata sul “solo” Osbourne ad eccezione del successivo paragrafo per le ragioni che facilmente emergeranno dalla lettura dello stesso. 

  • Ozzy Osbourne: la “voce” dei Black Sabbath

Nel 1980, “vedovi” di Osbourne, i Black Sabbath ritrovano ispirazione e pubblicano il buon disco di heavy metal “Heaven and Hell” con Ronnie James Dio (già voce dei Rainbow di Ritchie Blackmore; da ricordare il loro “Rising” del 1976), mentre nel 1983 (dopo “Mob Rules” del 1981 sempre con R. J. Dio) “Born Again” con Ian Gillan (nella pausa che Gillan si è preso dai Deep Purple). È indiscutibile che le voci di Ronnie James Dio e di Ian Gillan siano ben più “potenti” e “impostate” di quella di Osbourne e la differenza è di palmare evidenza soprattutto nelle versioni live dell’epoca dei classici dei Black Sabbath; paradossalmente però “la resa” non è come nelle interpretazioni di Osbourne. I Black Sabbath erano nel loro mondo (o)scuro una “macchina perfetta”, mondo che la voce “essenziale” ma “carismatica” di Ozzy Osbourne (nei primi tre dischi), inchiodata magistralmente ai riff di Iommi, aveva saputo narrare nel modo più giusto ed esatto possibile, dimostrando come non sempre la “tecnica” sia in arte una virtù vincente.    

  • Gli anni ottanta tra musica metal e cinema horror

Gli anni ottanta, già a partire dal 1980, furono un decennio cruciale per l’heavy metal. 

In un non peregrino parallelismo, la musica hard rock/metal mutò dagli anni settanta agli anni ottanta in modo simile a come accadde per il cinema horror; se gli anni sessanta si erano conclusi con “Night of the Living Dead” di George A. Romero (1968) e “Rosemary’s Baby” di Roman Polański, gli anni settanta avevano visto la proiezione sugli schermi di “The Exorcist” di William Friedkin (1973), “The Texas Chain Saw Massacre” di Tobe Hooperè (1974), “Profondo Rosso” di Dario Argento (1975), “Carrie” di Brian De Palma (1976), “Halloween” di John Carpenter (1978) fino a giungere all’horror fantascientifico nel primo “Alien” di Ridley Scott (1979).

Gli anni ottanta, partendo da “The Shining” di Stanley Kubrickè (1980) e “Friday the 13th” di Sean S. Cunningham (1980), passando per “The Evil Dead” di Sam Raimi (1981), “Poltergeist” di Tobe Hooper (1982), “The Thing” di John Carpenter (1982), “A Nightmare on Elm Street” di Wes Craven (1984), “The Fly” di David Cronenberg (1986), arrivavano fino a “Hellraiser” di Clive Barker (1987)…

E così in musica se nel 1978, con il disco omonimo “Van Halen”, la chitarra di Eddie Van  Halen e la voce di David Lee Roth avevano iniziato a scrivere nuove pagine di musica heavy, gli AC/DC nel 1979 pubblicavano “Highway to Hell” e sempre nel 1979 i Motörhead “Bomber”; il 1980 e il 1981 videro in contemporanea l’uscita di dischi eccezionali quali “Back in Black” degli AC/DC (1980), “Iron Maiden” e “Killers” degli Iron Maiden (rispettivamente del 1980 e 1981), “Ace of Space” dei Motörhead (1980), seguito dall’incredibile live “No Sleep ’til Hammersmith” (1981) … solo per citare i più celebri, ma andrebbero menzionati anche i Judas Priest di “British Steel” (1980), i Raven di “Rock Until You Drop” (1981), i Riot di “Fire Down Under” (del 1981), “Welcome To Hell” dei Venom (del 1981)…

Il 1982 sarà poi l’anno di “The Litanies of Satan” di Diamanda Galás (ma questa è un’altra incredibile e irripetibile storia).

  • Ozzy Osbourne solista

Ed è proprio in questo “pesante” inizio di decennio eighties (all’insegna del cambiamento) che il “peso” specifico di Ozzy Osbourne, come cantante e come “catalizzatore”, emerge grazie alla sua capacità di rinnovarsi senza tradire se stesso.

Chiuso il sodalizio con i Black Sabbath, Osbourne firma un patto di sangue con il chitarrista Randy Rhoads (Osbourne e Rhoads costituiranno un’accoppiata deflagrante); grazie anche a Rhoads e alle sue doti chitarristiche a passo con i tempi (in parte di scuola Eddie Van Halen), nel 1980 vedrà la luce “Blizzard of Ozz” e nel 1981 “Diary of a Madman”.

“Blizzard of Ozz” è un disco tanto “duro” quanto “orecchiabile”, con brani memorabili (“I Don’t Know”, “Crazy Train”, “Suicide Solution”, “Mr. Crowley”…), disco riuscito anche nei momenti più commerciali e da classifica come la ballata “Goodbye to Romance” e più “sentiti” e classicheggianti come “Revelation (Mother Earth)”.

“Diary of a Madman” prosegue nel solco del suo predecessore, con violenza e compassione verso l’orecchio come chiarisce da subito “Over the Mountain”; con lei la tenebrosa “Believer”, le ballate “You Can’t Kill Rock and Roll” e “Diary of a Madman”, per un lavoro che lascia il solo rimpianto della morte prematura di Rhoads avvenuta il 19 marzo del 1982.

A questo punto è opportuno fare una riflessione/precisazione; nel 1987 verrà pubblicato “Tribute” live contenente registrazioni con Rhoads alla chitarra (in copertina comparirà anche il suo nome, mentre le note riporteranno una toccante dedica di Osbourne).

Il disco ha in scaletta sia brani dell’Osboune solista che del periodo Black Sabbath (“Iron Man”, “Children of The Grave”, “Paranoid”…). In quest’ultimi è evidente il differente approccio di Rhoads rispetto a Iommi; ebbene, malgrado la sua bravura, le esecuzioni sono prive del fascino che le caratterizzava e Rhoads appare addirittura “eccessivo”. Ancora una volta emerge come Osbourne e i Black Sabbath fossero perfettamente complementari. Tale evidenza risulterà anche dal live “Speak of the Devil” (a firma Osbourne) del 1982, con Brad Gillis alla chitarra, che conterrà solo brani dei Black Sabbath.

Nel 1986, David Lee Roth, con Steve Vai alla chitarra (e Billy Sheehan al basso), opererà con “Eat ‘Em and Smile” la “spettacolarizzazione” di quanto proposto da Osbourne e Rhoads; ciò grazie a un Steve Vai che, forte dell’esperienza con Frank Zappa e delle sue “impossible guitar parts”, stava operando la transizione che da “Flex-Able” (del 1984) lo avrebbe portato alla consacrazione con “Passion and Warfare” (del 1990).

Gli anni ottanta iniziarono però a far sentire l’invadente presenza delle loro sonorità, così come l’assenza di Rhoads nelle “chitarre”, e nonostante Osbourne chiami nel tempo alla sua corte i bravi chitarristi Brad Gillis, Jake E. Lee e Zakk Wylde, il risultato finale non convince più come un tempo, apparendo spesso anche poco riuscito.

Ne è esempio “Bark at the Moon” (del 1983 con Jake E. Lee alla chitarra) infarcito di sound anni ottanta (si sentano per tutte”You’re No Different“, “Now You See It (Now You Don’t)”, “Waiting for Darkness”, “Spiders” e la discutibile “So Tired”).

“The Ultimate Sin” (del 1986 con Jake E. Lee) appare “hair” e “poco ispirato” così come il più “heavy” “No Rest for the Wicked” (del 1988 con Zakk Wylde alla chitarra)…; siamo oramai nella seconda metà degli anni ottanta e il “metal” ha figliato generi e sottogeneri, eletto i nuovi eroi e parla una lingua che non è più quella di Ozzy Osbourne. Il 1986 è l’anno di “Master of Puppets” dei Metallica, di “Peace Sells… But Who’s Buying?” dei Megadeth, “Reign in Blood” degli Slayer, “Trilogy” di Yngwie Malmsteen, mentre nel 1987 uscirà “Appetite for Destruction” dei Guns N’ Roses e Joe Satriani pubblicherà “Surfing With The Alien”…

Va ricordato per dovere di cronaca che nel 1985 Osbourne salirà sul palco del Live Aid con i Black Sabbath e nel 1986 troverà il tempo anche di impersonare il Rev. Aaron Gilstrom nel film (“Morte a 33 giri”). 

A questo punto la nostra disamina potrebbe anche terminare, avendo “raccolto” elementi sufficienti per dare una risposta all’interrogativo posto.

È però opportuno prima aprire una parentesi sul disco successivo a “No Rest for the Wicked”, “No More Tears” (del 1991 e con ancora Zakk Wylde alla chitarra) e sulla reunion dei Black Sabbath. “No More Tears” è un lavoro con cui Osbourne tornerà al successo (commerciale) rilanciando con prepotenza il proprio nome nel mondo della musica (metal). 

Premetto da subito che a differenza di taluna “critica” specializzata che si è espressa in modo favorevole in merito “No More Tears”, lo scrivente lo ritiene (semplicemente) un prodotto ottimamente “confezionato”, “modaiolo” e che poco (o nulla) ha a che vedere sia con l’Osbourne dei primi Black Sabbath che con l’Osbourne solista dei tempi di Randy Rhoads; ciò malgrado la presenza in fase di scrittura di Lemmy Kilmister in alcuni brani. Se da un lato “No More Tears” suona sicuramente coevo al suo tempo, la componente “AOR”, sebbene confinata nel mondo metal, lo allontana dall’immagine maledetta di un Osbourne divenuto ostaggio del suo stesso personaggio/divo. 

Altro doveroso richiamo va fatto alla reunion con i Black Sabbath (nella formazione originaria Osbourne, Iommi, Butler, Ward) per il celebrativo live del 1997 (inciso su “Reunion” del 1998, disco che conterrà anche due inediti in studio), e poi in studio (senza Ward) nel 2013, per un “nostalgico” ritorno al passato di un “13” tanto classico quanto fuori tempo massimo e che se pubblicato quarant’anni prima avrebbe avuto ben più senso;  “13”, con i grevi e “tombali” riff di Iommi e l’incedere cupo, testimonia  però ancora una volta quale fosse l’habitat naturale per il quale Ozzy Osbourne sia nato.

Quanto verrà poi pubblicato successivamente da Ozzy Osbourne come lavoro in studio negli anni novanta (“Ozzmosis” del 1995) e duemila (partendo da “Down to Earth” del 2001 fino a “Patient Number 9” del 2022) è argomento ampiamente trascurabile; come in parte accaduto negli anni ottanta, gli anni novanta vivranno l’ennesima rivoluzione del metal e delle sue sempre più ramificate derivazioni con l’ascesa di una nuova “variegata” generazione (Kyuss, Type O Negative, Tool, Queens of the Stone Age, Dream Theater, Korn, Deftones, Nine Inch Nails, Fear Factory, Incubus, My Dying Bride, Cathedral, Electric Wizard, Meshuggah…), parte della quale (paradossalmente) ispirata proprio dai Black Sabbath di Osbourne.     

Osbourne, da faro illuminante che ha tracciato la via, viaggia ora alla deriva perdendosi anche tra inutili cover (si ascoltino le pubblicazioni del 2005, per un’operazione a dire il vero poco comprensibile apparendo i brani più simili a cover di lusso eseguite da una “dotata” cover band su palchi di pub “vittoriani” che a reali reinterpretazioni),  e “dispendio” di ospiti illustri (Jeff Beck, Eric Clapton, Tony Iommi, Mike McCready, Chad Smith…) come in “Patient Number 9” (del 2022); dal 2002 al 2005 andrà in onda finanche la serie TV “reality” sulla famiglia Osbourne “The Osbournes”.

  • “Back To The Beginning”

Per restare in tema di reunion, va poi detto che enormemente significativo è stato il riscontro – ma soprattutto l’affetto dei fan – registrato per l’ultimo concerto dei Black Sabbath, “Back To The Beginning”, tenutosi a Birmingham il 5 luglio 2025, pochi giorni prima della morte di Osbourne; evento di cui si è volutamente scelto di non trattare “musicalmente” nel presente articolo dato il suo valore squisitamente “benefico” e con un Osbourne “promotore” più che cantante (suo malgrado, per le precarie condizioni fisiche); così come enormemente significativo è stato anche vedere (dalle immagini circolate della serata) non solo l’oceanica folla che ha preso parte all’evento, ma soprattutto la presenza di tantissimi giovani (emozionati e commossi) a testimonianza dell’influenza intergenerazionale di Ozzy Osbourne.

  • In conclusione…

… tornando all’interrogativo iniziale, per dare una risposta alla domanda se Ozzy Osbourne sia “artisticamente” un “idolo” da omaggiare o un “simulacro” da sfatare, possiamo con sincerità d’animo affermare che, sebbene la sua voce e personalità abbiano rappresentato a loro modo un “unicum” nell’universo musicale, voce e personalità amate da più generazioni, il meglio Osbourne lo abbia realizzato quando ha trovato musicisti a lui complementari (prima i Black Sabbath – soprattutto nel biennio 1970/1971 – e poi Randy Rhoads) restituendo, nella sua lunghissima carriera di frontman e solista, (pochi) ottimi dischi che hanno fatto la storia; come osservato già in precedenza, l’incidenza del “personaggio” Osbourne sul palco e fuori dal palco, con i suoi eccessi, ha in ogni caso contribuito ad accrescere la sua fama ben oltre i suoi meriti artistici.     

“Non fare di me un idolo mi brucerò…” cantavano i C.S.I. 

https://www.ozzy.com/
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