Il 2 novembre del 2018, all’età di 49 anni, moriva Roy Hargrove, la cui tromba aveva “segnato” il jazz della fine del millennio che fu e l’inizio del millennio in corso.
Ora, nel 2026, sono state pubblicate in formato “solido” le registrazioni dal vivo del 4 maggio del 2000 che Hargrove tenne all’International Jazzfestival di Bern con il suo quintetto.
- Roy Hargrove: premessa
Sebbene Hargrove fosse più che attivo da oltre un decennio, l’esordio “solista” risale al jazz di “Diamond in the Rough” del 1990 (con le interpretazioni di “Ruby My Dear”, “Whisper Not”, “Easy to Remember”, “Proclamation”…), che nel 1992 si fosse confermato come trombettista di spicco con “The Vibe” (con “The Vibe”, “Caryisms”, “The Thang”, “Pinocchio”, “Milestones”…) e che nel 1994 avesse dato alle stampe “With the Tenors of Our Time”, lavoro con le illustri partecipazioni al sassofono di Joe Henderson, Stanley Turrentine, Joshua Redman… (si ascoltino “Soppin’ the Biscuit”, “Shade of Jade”, “Mental Phrasing”…), per una mia grave pecca, appresi di lui solo nel 2002, grazie alla sua collaborazione con i a me più (ovviamente) noti Herbie Hancock, Michael Brecker, John Patitucci e Brian Blade, nel bell’omaggio a Miles Davis e John Coltrane “Live At Massey Hall”, live contenente le registrazioni dal vivo del 25 ottobre 2001; in quel disco, il nome di Hargrove compariva in copertina insieme a quelli di Herbie Hancock e Michael Brecker.
Sei anni dopo, nel 2008, il suo nome tornò nuovamente a bussare alla mia porta con la pubblicazione, a firma The Roy Hargrove Quintet, di “Earfood”, disco probabilmente che ha segnato definitivamente la sua consacrazione.
- “Nothing Serious” e “Earfood”
Va detto che tra il 2006 con “Nothing Serious” e il 2008 con (appunto) “Earfood”, Hargrove toccherà probabilmente il punto più alto della sua produzione pubblicata in vita, restituendo brani quali “Nothing Serious”, “Strasbourg / St. Denis”, “A Day in Vienna”, “Trust”, “Invitation”, “I’m Not So Sure”, “Joy Is Sorrow Unmasked”, “Starmaker”, “Mr. Clean”…
- L’eclettismo di Roy Hargrove
Approfondendone la discografia appresi poi che Roy Hargrove era in grado di muoversi tanto tra sonorità jazz più “classiche” bebop, hard bop (oltre ai lavori già citati, le collaborazioni con Antonio Hart tra cui quelle per “Public Eye” del 1991 e “The Tokyo Sessions” del 1992, la partecipazione a “New York Stories” del 1992, la “raccolta” di standards Approaching Standards” del 1994, l’essenziale non celato tributo “Parker’s Mood” del 1995 in trio con Christian McBride e Stephen Scott – del 1995 anche “Family” – , la collaborazione del 1996 con Oscar Peterson per “Oscar Peterson, Meets Roy Hargrove and Ralph Moore”, le collaborazioni con Jimmy Cobb del 2007 per “Cobb’s Corner” e del 2008 per “Jazz in the Key of Blue” …), quanto virare verso contaminazioni, come nel sound Afro-Cubano del riuscito (fin dall’apertura affidata a “O My Seh Yeh” e poi con “Una Mas”, “Afrodisia”, “Mambo for Roy”…) “Habana” (del 1997) con i Crisol e di “Grande-Terre” (postumo del 2024 ma contenete registrazioni del 1998 sempre con i Crisol tra cui “Rhumba Roy”, “Afreaka”, “Priorities”…), come in lavori con l’orchestra quale “Moment to Moment” (del 2000) – un disco però per me troppo “morbido” e “borghese” (ma influisce anche la mia insanabile idiosincrasia verso gli “archi” nel jazz) o nelle sonorità black e urban di “Hard Groove” (del 2003), dell’EP “Strength” (del 2004) e di “Distractions” (del 2006), tutti con i The RH Factor.
Tra i due LP spicca “Hard Groove” nella sua miscellanea di jazz, funk e hip-hop (come da subito con “Hardgroove”) e che vede anche la partecipazione di Steve Coleman (nella rocambolesca “Out of Town”), Meshell Ndegeocello, Erykah Badu (in “Poetry”), Stephanie McKay (in “Forget Regret”) oltre ovviamente a D’Angelo in “I’ll Stay” degli immortali George Clinton e Eddie Hazel (Hargrove aveva preso parte nel 2000 al suo celebre “Voodoo”) presente anche in “Distractions”; “Distractions” è invece un disco che personalmente non ho mai apprezzato pienamente, soprattutto se si considera che è “coevo” al già citato ottimo “Nothing Serious” (da ricordare in ogni caso “Distractions” – divisa in più parti – “Crazy Race” e “The Scope”, brano presente però non in tutte le versioni). L’EP “Strength”, vista anche l’assenza di nomi “noti”, mantiene una forma in parte meno “mainstream” e un gusto più retrò (“Rich Man’s Welfare”, “Strength”, “Listen Here”, “Bop Drop”).
Con “Emergence” del 2009 Roy Hargrove darà prova di saper ben parlare anche il linguaggio delle “big band” (con una incredibile “Requiem”); non a caso il disco uscirà a nome Roy Hargrove Big Band!
- I dischi postumi
Malgrado la presenza di Hargrove sulle scene musicali tra partecipazioni, collaborazioni, progetti solisti e in gruppo risalga alla fine degli anni Ottanta e consti di numerose pubblicazioni (di cui sopra si è data solo una scremata indicazione), dopo la sua morte non sono mancate le pubblicazioni postume (alcune, come “Grande-Terre” già su citate) che hanno recuperato materiale registrato nel corso degli anni.
Tra esse da ricordare sicuramente quella meritoria in duo pianoforte e tromba/flugelhorn con Mulgrew Miller per “In Harmony” del 2021 (contenente registrazioni live del 15 gennaio 2006 e del 9 novembre 2007); tra i brani anche “Invitation” (presente pure in “Nothing Serious”, composizione che ho sempre amato fin da quando l’ascoltai la prima volta su “Invitation” di Jaco Pastorius), il blues a firma Hargrove “Blues for Mr. Hill”, il calypso di “Fungii Mama” e tanti altri classici: “What Is This Thing Called Love?”, “I Remember Clifford”, “Monk’s Dream”… “In Harmony” ha la capacità di trasportare l’ascoltatore in un tempo lontano ma sempre affascinante…
Nel 2023, con “The Love Suite: In Mahogany – Live At Jazz At Lincoln Center” sono state poi “rese note” le registrazioni del concerto del 22 settembre 1993 all’Alice Tully Hall del Lincoln Center di New York, con un giovane e già più che ispirato Roy Hargrove e con una band che in “Intro the Outcome” si spinge a suonare per quasi venti minuti… va detto che nel 1993 era stato già pubblicato un live “Of Kindred Souls” con analoga “formazione”.
Di inizio 2026 solo le altrettanto valide registrazioni contenute in “Live at KNKX”, EP composto da quattro brani dal vivo inediti registrati in quintetto presso gli studi della radio pubblica KNKX di Seattle nel 2009 e nel 2017.“Live at KNKX” anticipato nel 2025 dal singolo “Top of My Head”, passando per “The Seattle Vibe” e “Angels”, trova in “Soulful” una degna chiusura.
- “Bern”
Come già anticipato, nel 2026 è stato pubbllicaton”Bern” (Time Traveler Recordings) contenente le registrazioni dal vivo del 4 maggio del 2000 che Roy Hargrove tenne all’International Jazzfestival di Bern con il suo quintetto che oltre a Hargrove (Trumpet e Flugelhorn) vedeva: Sherman Irby (Alto Saxophone); Larry Willis (Piano); Gerald Cannon (Bass); Willie Jones III (Drums).
Messo LP sul piatto, il Side A si apre con una strepitosa “Stranded” (di Frank Lacy) che nei suoi sedici minuti di esecuzione contrappone a un inizio e una fine sostenuti e affidati (principalmente) ai fiati un parte centrale di solo pianoforte (pianissimo) lenta e intensa….
È, poi, la volta di “Depth” (di Hargrove); anch’essa parte sostenuta (con il contralto di Irby) per poi planare verso un più introspettivo momento affidato però alla tromba di Hargrove prima che, in crescendo, torni sempre guidato dalla tromba ad aumentare i giri.
Girato il vinile è la volta della classica “ballad” “Never Let Me Go” (di Ray Evans e Jay Livingston), notturna e intima con Hargrove al flicorno e che nei minuti finali si riserva un “breve” e moderato aumento di intensità; “standard” che ricordo nella lunga versione per solo pianoforte di Bill Evans (su “Alone”) e nella versione in trio di Keith Jarrett, Gary Peacock e Jack DeJohnette (da Standards, Vol.2).
Con “Caryisms” (di Hargrove) torna il “groove”, con il suo ritmo, le sue pause… e tra i solchi emergono richiami “black” al funk, al blues, all’R&B, al gospel (con tanto di coinvolgimento del battito di mani del pubblico) per un momento d’ascolto più gradito.
La passione di Hargrove verso i ritmi latini (e come sopra visto in particolar modo afro-cubani) emerge nella conclusiva “Circus” (di Lou Alter e Bob Russell), brano reso nel jazz celebre dagli Art Blakey and the Jazz Messengers, di cui viene data qui una degna interpretazione.
“Bern” (insieme a “Live At The Village Vanguard” dell’Immanuel Wilkins Quartet) è stata sicuramente una più che gradita pubblicazione di jazz live di questo 2026… per la tromba di Roy Hargrove che continua a suonare viva anche dopo la sua morte.
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