Thurston Moore non è solo fondatore dei Sonic Youth, l’architetto del noise che ha cambiato il corso del rock alternativo. È anche, e forse soprattutto, un eterno cercatore di suoni, un fanatico dalla curiosità insaziabile che spazia dagli attacchi punk più crudi alle astrazioni più libere del jazz. Moore, che da quando vive a Londra pare abbia ritrovato l’energia di mettersi in gioco e sperimentare, ha ripercorso la colonna sonora della sua vita, rivelando le tracce indelebili che hanno forgiato la sua sensibilità artistica, dalla prima scintilla all’ultimo saluto.
La playlist esce proprio a ridosso di una sua nuova pubblicazione editoriale, infatti continua la sua esplorazione sonora con il libro ‘Now Hazz Now: 100 Essential Free Jazz & Improvisation Recordings [1960-80]’, in uscita domani 5 dicembre per la sua Ecstatic Peace Library. La ricerca, evidentemente, non ha fine.
L’Alba primitiva: tutto comincia con un’eco familiare. A soli 4 o 5 anni, un giradischi anni ’60 e «Louie Louie» dei The Kingsmen, portata in casa dal fratello maggiore. «Fu la prima volta che sentii una canzone rock ‘n’ roll che sembrava molto intima», ricorda Moore. Un inno grezzo e ipnotico che diventò «parte della famiglia».
Audacia vinilica: A 10 anni, nel 1968, arriva il primo disco di proprietà: In-A-Gadda-Da-Vida degli Iron Butterfly. «Ciò che era così affascinante era che il brano titolo occupava un intero lato del disco, una cosa audace per l’epoca». Un’early lesson nella potenza della durata e dell’ambizione.
L’imbarazzante live: Il primo live? Rick Wakeman al New Haven Coliseum nel 1975. «È un po’ imbarazzante… Il concerto non mi emozionò particolarmente, ma ero felice di essere lì». Una tappa necessaria per un ragazzo di campagna in viaggio verso l’Eden di New York.
La Colonna Sonora di Casa: Per un nomade della musica come Moore, «casa» è un concetto sfuggente. A risvegliarlo, un classico: «’Für Elise‘ di Beethoven. Mio padre la suonava al piano. Quella, per me, rievoca ‘casa’».
L’Invidia Sana del Punk: La canzone che avrebbe voluto scrivere? «’God Save The Queen‘ dei Sex Pistols». Moore ammira il furto linguistico, la pericolosità della dichiarazione anti-monarchica e quel cinico «We mean it, man» che «fonde tutto ciò che c’era prima». Per lui, il momento più alto di Johnny Rotten.
L’Orecchiabilità Perenne: Il tormentone che non lo abbandona dal 1973 è «I Need Somebody» di Iggy and The Stooges. «Se sento qualcuno dire la parola “somebody”, penso alla fine di quella canzone… All’improvviso, è semplicemente lì nel mio cervello».
La canzone bandita: «’Sultans Of Swing‘ dei Dire Straits». Pur riconoscendone il genio, la associa all’equivalente new wave di «Hotel California»: «Mi fa uscire di testa. Mi riporta a un sentimento di rifiuto politico verso il ‘suonare bene’ nel contesto del punk rock».
L’improbabile ballo dal film horror: A farlo scatenare è un brano kitsch e ossessivo tratto dal cine-horror trash Night Train to Terror (1985). «Il cantante continua a dire ‘Dance with me!’… Prima di questa intervista, l’ho risentita, mi sono alzato e ho iniziato a ballare per la stanza!».
La Lacrima per Diana: L’unico brano capace di commuoverlo è il funereo «Song for Athene» di John Tavener, ascoltato durante i funerali della Principessa Diana. «Vedere la Regina inchinarsi completamente [alla sua bara] fu un momento molto intenso».
Il Karaoke con i Sparks (e O’Rourke): Moore evita il karaoke («Lo trovo estremamente snervante»), ma fa un’eccezione per «This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us» degli Sparks. La interpretò in Svezia con l’ex-Sonic Youth Jim O’Rourke, travestito da Ron Mael, baffi inclusi, «con gran confusione del pubblico!».
L’Addio in Bellezza: Per il suo funerale, ha scelto un inno velvettiano di gioia ambigua: «We’re Gonna Have A Real Good Time Together» dei Velvet Underground. «Vorrei che tutti battessero le mani e cantassero: “We’re gonna laugh and dance and shout together!”». Un ultimo, perfetto ossimoro dal Principe del Nihilismo, per un eterno cercatore di verità nel rumore.
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