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Tom Smith: immancabile appuntamento solista anche per il leader degli Editors dopo nove album

di Francesco Postiglione
5 Gennaio 2026
in Focus On, Recensioni
Tempo di lettura: 6 minuti
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La moda degli esperimenti solisti per chi si è costruito una carriera nelle band non si ferma più e così anche il frontman degli Editors, Tom Smith, ha annunciato il 5 dicembre scorso l’uscita del suo album d’esordio solista, There Is Nothing In The Dark That Isn’t There In The Light, per l’etichetta Play It Again Sam, dopo aver pubblicato a giugno un primo assaggio con Lights Of New York City, e condiviso giorni fa il nuovo brano estratto dal disco, Life Is For Living.
In questo caso non si tratta esclusivamente di un’operazione commerciale, o di facciata, o di pura moda: basta sentire la prima traccia del disco, Deep Dive, o la seconda, How Many Times, per capire che c’era esigenza di esprimersi, per l’eclettico Tom, al di là delle scelte musicali degli ultimi anni degli Editors, che da Violence, fino alle Blanck Mass Sessions, al greatest hits Black Gold per arrivare al possente splendido ultimo disco EBM avevano privilegiato la componente elettronica rispetto alla sessione classica basso-chitarra-batteria.

Per la verità in questo disco solista Tom lascia indietro anche i classici strumenti plug-in del rock: Deep Dive è totalmente chitarra acustica e voce, mentre How Many Times introduce nel finale sessioni di tastiere, archi e batteria, ma pur mantenendo l’impianto acustico, e la terza Endings Are Breaking My Heart è di nuovo un pezzo quasi totalmente acustico, solo chitarra e voce.

Insomma, Tom Smith sembra aver voluto concepire e realizzare il “suo” Nebraska (per citare il caso più famoso di composizione one-solo-man, riportato ai fasti di recente dal film Deliver Me From Nowhere). Anche l’ultimo singolo scelto, Life Is For Living, ha un intro acustico, che poi si apre ad archi e percussioni.
Parlando di questo nuovo singolo, Tom Smith ha dichiarato: “Life is for living, any way you want, life is for living, live it ‘till it’s gone…” Io e Iain [Iain Archer, produttore del disco] ci siamo imbattuti insieme in questa frase, che ci è sembrata un’affermazione potente, capace di restituire la natura onirica e piena di speranza del brano.”

E anche se il singolo evolve nel finale verso una musicalità orchestrale piena di violini e ariosa, che fa esplodere la potente malinconia molto editorsiana del brano, il pezzo resta piuttosto unplugged.

Un solo di chitarra, archi e voce è anche Broken Time, e nell’ascoltatore dunque l’impressione “nebraskiana” si consolida sempre più. Del resto per chi li conosce bene gli Editors non sono del tutto nuovi a pezzi acustici, anche se sono stati in passato per lo più inseriti nei loro b-side e inediti vari.

Ma a questo punto, proprio quando l’ascoltatore sta prendendo confidenza con un disco dalla chiara matrice acustica, a partire dalla sesta traccia l’album svolta piuttosto sorprendentemente: il primo singolo lanciato del disco, Lights Of New York City, comincia con una tromba, (sempre su base di chitarra acustica) e si appoggia ben presto a un pianoforte, ma poco dopo la metà traccia evolve verso una soluzione strumentale da orchestra completa, dove tromba e tastiere, in sfumature waitsiane, sono protagoniste, e la chitarra lascia spazio al piano.

Souls è pienamente una canzone Editors: potrebbe stare con arrangiamenti appena più elettrici in qualsiasi disco degli Editors più recenti, (quelli da Weight of Your Love in poi), specie in un disco come Violence, a cui si avvicina molto per accordi e melodie, e certamente non è un pezzo solo acustico, anche se rimane una ballata.

Certo, non v’è traccia in questi pezzi delle evoluzioni elettro-punk di EBM, operate dagli Editors come band grazie alla collaborazione del Dj e produttore Blanck Mass: ma qualcosa di quello stile, di quella ricerca, affiora nel finale del disco, in Souls appunto ma ancor di più in Northern Line, e in Leave, tutte canzoni in puro stile e musicalità Editors, dove compaiono per la prima volta da protagonista la chitarra elettrica con i suoi riff, e in Leave anche una batteria e un ritmo decisamente rock.

E’ come se nella seconda metà del disco (che poi si conclude tornando all’inizio, con un solo di voce e piano, in Saturday) Tom volesse avvicinarsi di nuovo alla sua band, di cui peraltro è leader e indiscusso autore di brani, avvicinarsi di nuovo allo stile che li contraddistingue, e quasi tranquillizzare l’ascoltatore e i fan ricordando che è nel disco c’è pur sempre il leader e vocalist degli Editors, a suonare.

E tuttavia, siamo di fronte a una prova di maturità nella misura in cui il disco suona complessivamente abbastanza diverso dalla produzione della band, tanto da giustificare la scelta solista. Se non troppo diverso negli accordi, nelle melodie, nella struttura di base armonica dei pezzi, il disco lo è per la scelta degli strumenti impiegati (chitarra acustica, certo, ma anche pianoforte e archi invece di plug basso e batterie).

La spiegazione di ciò che è diverso, ma anche di ciò che al fan degli Editors tornerà musicalmente molto simile, ce la dà proprio Tom in un’intervista a Rolling Stone: «Dopo EBM sentivo la necessità fisiologica di fare qualcosa di completamente diverso, avevo bisogno di spogliarmi. Di tornare alla sorgente di tutto, che per me è una chitarra acustica. Tutte le canzoni degli Editors sono nate così, ma negli anni, con la band, si prendono altre strade. Stavolta volevo restare lì, a quel punto zero».

E chi conosce gli Editors sa che questa confessione è vera e non una trovata: anche le più elettroniche (da Smokers Outside the Hospital Doors, a Papillon a Karma Climb a Nothing a Life is a Fear) nascono con un impianto acustico, e infatti nei concerti non è infrequente ascoltarle in questa veste, veste impiegata nel disco solista che riconcilia Tom con la band e con il loro imprinting più puro, che è quello del rock malinconico stile New Wave.

Qui, nel disco solista, rimanere al punto zero ha semmai significato giocare con alcuni strumenti (fiati, violini, ecc.) dando un impianto più cantautorale all’universo musicale da cui di solito pescano gli Editors, che è classic-rock quando non contaminato da synth.

Perciò, alla fine, l’episodio solista di Smith (a cui si uniscono due dischi fatti in passato in duetto con Anddy Burrows) è una buona e godibile variazione allo schema di base, ma senza rinnegare né la band né il suo passato né la sua ispirazione di base. Una variazione forte radicata in una continuità stabile, per fortuna dei fan.

https://tomsmith.os.fan/
https://www.instagram.com/thmssmth

Prec.

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