“CORO Grazie alle Muse
mi librai in alto,
e accostandomi a molte dottrine
non trovai nulla più potente di Necessità...”
(“Alcesti”; Euripide “Le Tragedie” – Universale Economica Feltrinelli/Marsilio)
- Anánke/Ἀνάγκη
L’Anánke, la necessità… sia essa divinità orfica, sia ciò che di nulla più potente identifica Euripide nell’Alcesti, sia colei che per Parmenide governa l’Essere (non è singolare come lo stesso Eracle nell’Alcesti affermi: “ma si pensa che essere e non essere siano ben distinti”), sia la necessità a cui Democrito attribuisce, insieme al caso, l’origine di tutto ciò che esiste, sia la necessità che con il caso, in tempi più recenti, così abilmente è stata spiegata da Jacques Monod…, la necessità è indubbio motore dell’esistenza; necessità che può anche divenire “virtù” come nel celebre “motto” di San Girolamo.
E del “facis de necessitate virtutem” di Sofronio Eusebio Girolamo ha incarnato la vera “virtù” l’Alcesti di Euripide, colei che “morirà nella gloria, perché è la più eccellente tra le donne che vivono sotto la luce del sole” (dal Coro dell’“Alcesti”; Euripide “Le Tragedie” – Universale Economica Feltrinelli/Marsilio).

- Alcesti
Angelo Tonelli, nell’introduzione della raccolta “Euripide Le Tragedie” – Universale Economica Feltrinelli/Marsilio), scrive testualmente: “Exemplum lampante dell’andamento spesso enantiodromico, contraddittorio, del pensiero di Euripide, è la sua rappresentazione della donna. I suoi personaggi più grandi sono donne, da Alcesti ed Evadne a Medea, da Fedra a Ecuba, da Elena a Elettra, a Efigenia, a Macaria, a Polissena, e ognuna di esse incarna un archetipo del femminile: la sposa devota fino all’autosacrificio, la strega onnipotente, innamorata e terribile, la folle d’amore e di orgoglio, la mater dolorosa, la figlia devota del padre, la vittima del sacrificio che si trasforma in eroina e viene consegnata alla gloria. La donna è grandiosa, anche quando assume connotati sinistri, come Medea, o in forma diversa, Fedra, Elettra, Ecuba. Ma contemporaneamente, proprio per questa sua potenza, conculcata dalla civiltà patrilineare, è demonizzata, temuta, e disprezzata.”.
Alcesti è quindi un “archetipo” della donna, personaggio principale di una tragedia che si consuma non nel finale (che, come è noto, è a lieto fine), non nei suoi toni (che sono da dramma satiresco), ma nel peso e nel valore dei sentimenti, delle azioni e della contrapposizione tra virtù/non virtù dei suoi protagonisti.
Alcesti è colei che muore e si sacrifica per amore e che torna in vita e, come da tradizione tanto “pagana” quanto cristiana, alla vita e alla parola dopo tre giorni.
E qui nuovamente attuale è quanto osservato nel commento dell’Alcesti (sempre dalla citata raccolta di tragedie) laddove, richiamando Platone e il suo Simposio, è scritto: “<<Soltanto gli amanti accettano di morire l’uno per l’altro, e non solo gli uomini, ma anche le donne. A testimoniarlo per i Greci basta Alcesti, la figlia di Pelia, l’unica che accettò di morire al posto dello sposo, anche se egli aveva un padre e una madre. Ma l’amore di Alcesti superò il loro affetto tanto da farli apparire estranei al figlio, congiunti soltanto di nome. E questa azione sembrò così eccellente non solo agli umani ma anche agli dei, che presi da ammirazione per quello che aveva fatto le concessero il privilegio che accordarono a assai pochi autori di grandi gesti: rimandare la loro anima dal regno dei morti. Anche gli dei ammirarono sommamente la virtù e l’ardore ispirati dall’amore>> (Platone, Simposio 179 b-d).”
- L’ “Alcesti” secondo Filippo Dini
E del “facis de necessitate virtutem” di San Girolamo ha fatto tesoro anche Filippo Dini, firmando, in modo “virtuoso”, la regia dell’“Alcesti” (nella traduzione di Elena Fabbro), rappresentazione andata in scena al Teatro Grande di Pompei nell’ambito della rassegna Pompeii Theatrum Mundi, e che ha raggiunnto un esatto equilibrio tra la classicità e una modernità dal gusto a tratti anche sapientemente “pop”.
Sul palcoscenico con Dini (che ha interpretato anche Ferete) di pregio l’intensamente drammatica Deniz Ozdogan (Alcesti) e Denis Fasolo capace di dare corpo e voce a un Eracle “sopra le righe”.

Particolarmente bravi anche Aldo Ottobrino (Admeto), Luigi Bignone (Thanatos), Riccardo Gamba (Cane/Cerbero) e il giovanissimo Giorgio Signorelli (Eumelo); con loro Alessio Del Mastro (Apollo), Sandra Toffolatti (Ancella), Bruno Ricci (Servo), Virginia Cafiero (Figlia di Alcesti) e il Coro, capitanato da Carlo Orlando, e composto da Simonetta Cartia, Gennaro Di Biase, Riccardo Gamba, Lucia Limonta, Margherita Mannino, Carolina Rapillo, Ottavia Sanfilippo, Roberto Serpi, Chiarastella Sorrentino, Dalila Toscanelli, Carla Bongiovanni e Francesca Totti.
È poi “necessario” riportare quanto da Filippo Dini affermato in merito all’“Alcesti” e ad Alcesti: “Alcesti fa paura perché è la storia di una donna che, spinta soltanto dalla furia beata del suo amore per il marito, sceglie di morire al suo posto. E fa paura perché ritorna dall’Ade. Quattro secoli prima di Cristo, una donna straordinaria si sacrifica per amore e ritorna dalla morte. La donna che torna da laggiù non è quella che è partita, ora questa Alcesti ha visto e fatto esperienza dell’orrore e della disperazione oltre ogni limite, quella che si ricongiunge al marito è l’essere più sacro e misterioso che si possa immaginare nella letteratura e nell’arte di tutti i tempi. Penso alla tragedia di Euripide e non posso non pensare, oggi, al percorso della donna nella storia, dall’inizio dei tempi ad oggi, alla sua evoluzione, alle sue tragiche morti quotidiane, alla sua possibilità di tornare indietro dall’orrore e poter affrontare finalmente, l’oggetto del suo infinito amore” (come dal comunicato stampa).
Più volte, su queste pagine, si è osservato come si sia riscontrato nel teatro e nel cinema un’operazione tesa a rivisitare “vecchi” romanzi, vecchi “drammi” o “commedie”, vecchie “novelle” con licenze che talvolta erano apparse forzature in un’ostinata ricerca di trasformare un testo “antico” in una moderna messa in scena, carica della denuncia sociale e di costume che è propria dei giorni nostri, con il “collaterale” rischio di causare una progressiva “cancellazione” dei contenuti e delle forme del “soggetto” originale; altre volte, invece, che si fosse voluto necessariamente trovare nell’“antico” l’esistenza di un messaggio “attuale”, quale monito dei “saggi” del passato per le future generazioni (tra cui la nostra); già nel commentare le “Baccanti”, nella rappresentazione resa da sempre al Teatro Grande di Pompei da Theodoros Terzopoulos, si era richiamata e contestualizzata la su scritta osservazione (si rimanda alla lettura dell’articolo).
Ebbene, non solo Filippo Dini ha dimostrato come si possa mettere ancora oggi in scena un testo antico in modo anche saggiamente contemporaneo, ma soprattutto come si possa con pertinenza e senza retorica fare un sano “parallelismo” tra la “donna” Alcesti e le donne nella storia, nel comune percorso di sofferenza, sacrificio e rinascita che le accomuna.
Va comunque detto che sulla figura di Alcesti e sull’interpretazione del suo sacrificio si sono spese pagine di commenti e di studi che ancora oggi faticano a trovare un univoco parere; si consideri che l’“Alcesti” risale a più di quattro secoli prima della nascita di Cristo, figlia di un tempo e di un mondo che, seppur abbiamo studiato e studiamo con accuratezza e dedizione, è a noi lontano.
“CORO Molte sono le forme delle cose divine,
molti eventi inattesi portano a compimento gli dei:
e quello che ci aspettavamo non è accaduto,
mentre il dio ha trovato un varco per l’imprevedibile.”
(“Alcesti”; Euripide “Le Tragedie” – Universale Economica Feltrinelli/Marsilio)
- La xenía e la sacra ospitalità
“Ohimè, di che uomini ancora arrivo alla terra?
forse violenti, selvaggi, senza giustizia,
oppure ospitali, e han mente pia verso i numi?”
(dal Libro VI dell’Odissea – Einaudi Edizioni)
Sacrificio e rinascita della donna, grandezza della donna, ma non di meno inviolabilità dell’ospitalità, come quella che Admeto non nega a Eracle neanche nella sofferenza del lutto per la morte di Alcesti, quell’ospitalità sacra, quella “xenía” sacra a Zeus Xenios.
Ed è questo un ulteriore parallelismo tra passato e presente che si mostra oggi quanto mai attuale nel suo ciclico ed eterno riproporsi; quell’ospitalità che trova la sua sublimazione nei Feaci quando accolgono Ulisse naufrago a Scheria.
“Ma questi è un misero naufrago, che c’è capitato,
e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus
gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro.”
(dal Libro VI dell’Odissea – Einaudi Edizioni)
Un’ospitalità che il mondo greco antico declina in modo complesso e che affronta sotto diverse sfaccettature, diventando tema centrale anche nell’ambito della “tragedia” stessa: si pensi alle “Le Supplici” di Eschilo che hanno in seno tanto il femminile come “protagonista” quanto il tema dell’accoglienza (recentemente per il Teatro Nazionale ho assistito a “I Sud: Ozebwa”, liberamente tratto proprio dalle “Le Supplici” di Eschilo, spettacolo nelle cui note, tra l’altro, si legge ‘Le questioni che Le Supplici di Eschilo pongono, risultano estremamente coinvolgenti per un gruppo di donne in maggioranza migranti: il diritto d’asilo, l’accoglienza del richiedente come elemento fondativo della civiltà, il turbamento che la presenza dell’“ospite” genera nella città alla quale chiede protezione. E, prima ancora, la fuga attraverso il mare, il rifiuto del matrimonio imposto, l’abominio del matrimonio tra parenti e consanguinei’.

E così, approfondendo l’argomento, mi sono imbattuto in un testo più che interessante di cui si invita la lettura: “XENIA – Migranti, stranieri, cittadini tra i classici e il presente” a cura di Alberto Camerotto e Filippomaria Pontani, edito per la Nimesis e pubblicato col contributo dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, del Dipartimento di Studi Umanistici, dell’Associazione Italiana di Cultura Classica di Venezia e delle Gallerie d’Italia – Palazzo Leoni Montanari di Vicenza.
Un testo che offre una lettura carica di riflessioni e di spunti, anche sulle citate vicende di Ulisse e delle Supplici, dando una visione dell’ospitalità greca non propriamente “ecumenica”.
E a ben leggere, per tornare al tema centrale della nostra trattazione, nell’“Alcesti” tra Admeto e Eracle (in uno con l’ospitalità) esiste una forte amicizia, una φιλία (“ADMETO… E costui è il più eccellente degli ospiti, pronto ad accogliermi quando vado nella terra riarsa di Argo./CORO Ma perché gli hai nascosto la sciagura, se è un amico come dici?”).
Finanche poi il Nuovo Testamento (ma questa è una mia personale considerazione), pur nell’elogiare l’ospitalità verso gli “altri”, tende ora a circoscriverla alla comunità cristiana (“Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” – Prima Lettera di Pietro 4, 9), ora ad “angeliche” finalità (“Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” – Lettera di San Paolo agli Ebrei 13, 2),
Siamo dunque al cospetto di un’ospitalità ora clanica, ora amicale o di appartenenza e condivisione di usi, costumi e divinità, un’ ospitalità per lo più temporanea (Ulisse ripartirà per Itaca, Eracle riprenderà le sue fatiche…) o, quando duratura, forte, di invocate comuni origini (come per le Supplici Danai)…; si invita nuovamente alla lettura del citato “XENIA – Migranti, stranieri, cittadini tra i classici e il presente” che ben affronta, anche nel dettaglio, questi aspetti.
Giunti a questo punto, non ci addentreremo più nelle questioni affrontate, lasciando al lettore, se lo vorrà, di proseguire l’approfondimento delle relative tematiche, sperando di averne quantomeno stimolato “la curiosità” a riguardo, in “virtù” soprattutto dell’importanza e attualità legate alla condizione della donna e all’ospitalità verso lo straniero.
https://www.teatrodinapoli.it/evento/alcesti/
foto di Franca Centrone e Giovanni Raso

































