Ho vissuto come “ascolto” la mia “esperienza” con la musica “etnica” (da sempre amata) ponendola in contrapposizione a quella (meno amata) comunemente conosciuta come “world music”; in particolare ricordo quando, nei cassetti dello storico negozio di dischi partenopeo Demos, scoprii da ragazzo i dischi dell’Ocora (Office de Coopération Radiophonique), etichetta francese legata a Radio France specializzata in field recordings di musica etnica.
Il primo disco dell’Ocora che acquistai fu “Cameroon: Flutes Of The Mandara Mountains”… e da lì a seguire ogni titolo che riuscissi a trovare, fossero improvvisationi vietnamite, sure del corano, musica sacra tibetana, canti liturgici buddisti… musica dal Gabon, dall’Iran, dall’Ouzbekistan…: una “Pangea” di suoni del mondo dal mondo.
E nella peculiare fusione di musiche etniche che operano con estrema maestria i Širom ho in parte ritrovato quella a me cara “Pangea” di suoni del mondo dal mondo…. carichi di viscerale e ancestrale sacralità.
– 8.5.2023
L’8 maggio del 2023, a Napoli, si è assistito al concerto dei Širom (si rimanda alla report/recensione dell’evento); in quell’occasione, su queste pagine, si commentava ‘con un coinvolgimento sensoriale ampio, il trio sloveno, composto da Ana Kravanja (violin, viola, ribab, daf, ocarinas, mizmar, balafon, various objects, voice), Iztok Koren (guembri, banjo, three-string banjo, steel drum, bass drum, percussion, balafon, chimes, various objects) e Samo Kutin (hurdy gurdy, tampura brač, lyre, lute, chimes, balafon, frame drum, ocarina, ikitelia, acoustic resonators, various objects, voice), ha restituito al pubblico un flusso di coscienza sonoro che, con un termine a me caro e soventemente usato al cospetto di simili esibizioni e composizioni, ha assunto un valore “metastorico”. Tre lunghe suite al contempo tangenti e trasversali, pensate, orchestrate e improvvisate hanno retto, come muscolatura esposta, il cuore del concerto, decretandone l’ideale fine, prima che “Maestro Kneading Screams Of Joy” congedasse definitivamente il pubblico da uno spettacolo che si è posto con esatto equilibrio su entrambi i lati della linea di frontiera tracciata tra un happening e un rituale simbolico, tra un viaggio conscio e un viaggio inconscio, tra materialità e spiritualità, tra individuo e collettività, tra artista e pubblico’.
Si aggiungeva ancora: ‘Marc Augé ha scritto: “L’ideale di un mondo senza frontiere, per esempio, è sempre apparso agli individui più sinceramente umanisti come l’ideale di un mondo dove sarebbero finalmente abolite tutte le forme di esclusione. Il mondo attuale ci viene spesso presentato come un mondo nel quale le antiche frontiere sono state cancellate … Va rilevato che, quando evochiamo l’ideale di un mondo senza barriere e senza esclusioni, non è del tutto certo che sia il concetto di frontiera a essere in questione … Il concetto stesso di frontiera segna la distanza minima che dovrebbe sussistere fra gli individui affinché siano liberi di comunicare fra loro come desiderano. La lingua non è una barriera insuperabile, è una frontiera. Apprendere la lingua dell’altro, o il linguaggio dell’altro, significa stabilire con lui una relazione simbolica elementare, rispettarlo e raggiungerlo, attraversare la frontiera. Una frontiera non è un muro che vieta il passaggio, ma una soglia che invita al passaggio. Non è un caso che gli incroci e i limiti, in tutte le culture del mondo, siano stati oggetto di un’intensa attività rituale. Non è un caso che gli esseri umani abbiano dispiegato ovunque un’intensa attività simbolica per pensare il passaggio dalla vita alla morte come una frontiera: è solo grazie all’idea che la si possa attraversare nei due sensi che la frontiera non cancella irrevocabilmente la relazione fra gli uni e gli altri”. Ed è con questo linguaggio, di cui la musica è stata sì parola e narrazione ma soprattutto forma comunicativa, che i Širom sono entrati in empatia tra loro, sul palco, e, abbattendo la quarta parete, con tutti i presenti. Menzione particolareggiata per la ricerca e l’utilizzo degli strumenti usati, taluni più convenzionali (violino, ocarina, banjo, balafon …) o d’ispirazione “concreta” (recipienti e altri oggetti) e talaltri figli di una tradizione a molti meno nota (per tutti l’hurdy gurdy declinato da Samo Kutin con taglio sperimentale e il guembri suonato da Iztok Koren)’.
Si è ritenuto opportuno ricordare quella serata per ribadire la capacità dei Širom di creare trame sonore “uniche”.
– “V Vetru Noči Šepetajo Trdopadla Zaklinjanja = In The Wind Of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper”
Ora, a distanza di due anni da quell’evento che indubbiamente lasciò il segno, e a tre anni dal pregevole “The Liquified Throne Of Simplicity”, i Širom hanno dato alle stampe il loro “V” lavoro: “V Vetru Noči Šepetajo Trdopadla Zaklinjanja = In The Wind Of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper” (Glitterbeat).
Con formazione sempre in trio composto da Ana Kravanja (violin, viola, ribab, qeychak, balafon, frame drum, chimes, various objects, percussion, fipple flute, voice), Iztok Koren (banjo, three-string banjo, gembri, morin khuur, balafon, percussion) e Samo Kutin (hurdy gurdy, bass harp, harmonium, lyres, frame drum, tampura brač, brač, lute, chimes, balafon, acoustic resonator, various objects, voice) e “without overdubbing” (come si legge nelle note di copertina del doppio vinile), i Širom confermano la loro incredibile capacità di sapersi muovere tra coordinate spazio-temporali fatte di multi-etnica essenza intrisa di sperimentazione e di “avanguardia”, “scorrendo” come un ancestrale e totemico flusso di coscienza perpetuo.
Va subito detto che la sequenza dei brani del doppio vinile (che si è ascoltato) non segue (per motivi di minutaggio per lato) quella “liquida”, e così mentre il Side A è aperto dalla bella, ritmica “Med Prsti So Kaplje Jutrišnje Zore = Between The Fingers The Drops Of Tomorrow’s Dawn”, a cui segue l’ipnotiica e ciclica “Nikogaršnji Koraki Globoko V Zamahu Metuljevih Kril = No One’s Footsteps Deep In The Beat Of A Butterfly’s Wingsgli”, gli “archi” dell’intensa e introspettiva “Kodri Na Vratu, Rebra Na Gori = Curls Upon The Neck, Ribs Upon The Mountain” vanno ad inaugurare il Side B che è chiuso dal canto di “Up Zadostnega Vsemirja = Hope In An All-Sufficient Space Of Calm”: composizione esatta nella sua essenzialità.
Il Side C è quindi “occupato” da “Male Rosne Eksplozije škrtajo Ljubko = Tiny Dewdrop Explosions Crackling Delightfully”, che gioca anch’essa su soluzioni ritmiche a cui fanno da contraltare suoni “d’archi” prima che le corde inizino a “pizzicare” e la voce a elevarsi, e dal “singolo” che ha anticipato l’uscita del disco: “Zate Zvečer Bodo Volkovi Zapuščeni čarno = For You, This Eve, The Wolves Will Be Enchantingly Forsaken”.
Il Side D assume così, nella sua interezza, le sembianze di “Rabljeva Senca Petnyjst Let Pozneje = The Hangman’s Shadow Fifteen Years On”… che s’impone con la sua sacralità tanto viscerale quanto trascendente ed estatica.
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