Rispuntano i Pavement, e in doppia razione per giunta! Quindici anni esatti dopo la raccolta ‘Quarantine the Past’, due nuove uscite riesumano – senza contare il recente biopico “PAVEMENTS” – dal dimenticatoio l’influente indie rock band americana. Permettetemi un fugace tuffo nostalgico, che spero altri condivideranno con me. Sono passati ben 33 anni da quando chi scrive, allora imberbe diciassettenne sprovvisto di patente, ebbe la fortuna, grazie al passaggio offerto da un compaesano opportunamente dotato di licenza di guida, di vederli dal vivo. Era il 24 novembre 1992 e i nostri, in pieno tour promozionale dello splendido ‘Slanted and Enchainted’, ancora semi sconosciuti dalle nostre parti, si esibirono al Carisport di Cesena di spalla nientedimeno che ai Sonic Youth.
Il pirotecnico combo newyorkese aveva da poco dato alle stampe Dirty. Due band in stato di grazia, a dir poco, e il palco lo confermò. Ma oltre alla garanzia ‘sonica’, il Belpaese scoprì il talento e l’originalità di questi cinque dinoccolati ragazzi californiani che a breve avrebbero scalato le più alte vette dell’alternative rock. Siparietto pre live: dal nulla sbuca uno strambo e lisergicamente alterato tizio americano intento ad offrire graffette colorate alla platea. Di lì a poco, nello stupore generale, ricomparirà sul palco con i Pavement, seduto dietro le ‘pelli’. Proprio lui Gary Young, il loro primo batterista scaricato nel 1993 per i noti problemi di dipendenza e scomparso nel 2022.
Richiudo la bolla nostalgica, anche se era inevitabile confrontarsi con tale sentimento di fronte a questa doppia uscita degli alfieri del Lo-Fi. Coloro che, nel ricchissimo carnet delle band indie dei primi ‘90, hanno dettato uno stile e una via per decine di band sorte nella seconda metà di quella decade.
Quell’attitudine svogliata, l’ironia sarcastica dei testi di Stephen Malkmus e quei suoni volutamente ‘chiusi’ e quasi distanti che coprono e imbastardiscono le trovate geniali degli arrangiamenti, schivando le levigatezze del mainstream. Un suono e un approccio che farà proseliti anche nei tanti che provenivano dal sottobosco hardcore ma volevano spingersi oltre.
Mi vengono in mente, tra gli altri, i Van Pelt.
Lo-fi, si, ma compiendo una piccola rivoluzione: togliere quasi completamente le distorsioni alle chitarre, in anni in cui, con il grunge sugli scudi, non c’era band che non ne facesse la base del proprio wall of sound.
Le due nuove uscite non aggiungono molto alla discografia dei nostri. Di tutto il materiale pubblicato, soltanto un pezzo è inedito e si tratta di una cover, ‘Wichitai To’ brano del 1969 scritto da John Pepper. Registrata live durante il reunion tour del 2022, risulta comunque l’unica incisione inedita della band dal 1999 ad oggi.
Le due uscite presentano prospettive e approcci molto distinti. ‘Hecklers Choice: Big gums and heavy lifters’ (Matador records) è in sostanza un best of. ‘Cut your hair’, ‘Stereo’, ‘Shady Lane’, ‘Range life’, ‘Here’, eccetera. Quanto di più accattivante uscito dalla penna di Malkmus e soci, insomma. Scaletta capitanato da quella ‘Harness your hopes’, diventata virale su Tik Tok con l’omonima dance e perciò grimaldello ad uso dei giovanissimi per esplorare il pianeta Pavement. Da qui, probabilmente, l’urgenza di questa pubblicazione.
La rimasterizzazione dei brani ripulisce e da pari dignità a ogni strumento ma sottrare anche un po’ di quella lieve patina opaca che è il vero marchio di fabbrica della band di Stockton.
‘Pavements’, di cui l’inedito fa parte, è la colonna sonora dell’omonimo film sulla band firmato Alex Ross Perry e per ora visionabile solo sulla piattaforma Mubi. https://mubi.com/it/it/films/pavements
Metà film. metà documentario con estratti live e all’interno la preparazione di un musical sulla band. Un calderone caotico. sarcastico e irriverente come il soggetto in questione, e la soundtrack segue la stessa linea. Brani registrati live, altri cantati dagli attori, rumorismi e intermezzi cinematografici. Anarchica ma interessante, oltre che generosa, con le sue 41 tracce. E con un merito a mio parere: quello di concentrarsi su brani meno inflazionati rispetto alla contemporanea release.
Ecco quindi svettare le perle grezze che hanno aperto ai Pavement la strada verso il successo: ‘You’re Killig Me’, ‘Fame Throwa’, ‘Serperntine Pad’, ‘Two States’, ‘In a Mouth a Desert’, ‘Spizzle Trunk’. Albori e splendori, prima dell’inevitabile canonizzazione di un suono e di uno stile ancora oggi inconfondibili.
La terza traccia è ‘You’re killing me’.—poi Spizzle Trunk dove il loro stile inizia a delinearsi su una piattaforma velocemente buzzcocksiana.
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