Pubblicato ancora una volta per la Matador, esce — dall’inizio della pandemia — il quinto album dei Bar Italia, Some Like It Hot. Il trio londinese di polistrumentisti, formato da Nina Cristante, Jezmi Tarik Fehmi e Sam Fenton, è cresciuto musicalmente nell’underground della capitale britannica, assimilando e mescolando post-punk, shoegaze, lo-fi, elettronica, dream pop e folk con uno stile ormai riconoscibile.
Nel corso del tempo, i Bar Italia sono riusciti a trovare una formula sempre più accattivante per il loro sound — a tratti ancora sporco e sbilenco come agli esordi, ma più compiuto nell’album Tracey Denim del 2023, dove la componente elettronica e lo-fi emerge con più decisione. Un percorso artistico ancora in evoluzione, che per certi versi ricorda quello dei primi Blonde Redhead, ai quali la band somiglia non poco.
È proprio il brano d’apertura di Some Like It Hot, “Fundraiser”, a riportare alla mente il gruppo newyorkese: il canto celestiale di Nina e le chitarre taglienti evocano l’atmosfera de La Mia Vita Violenta (1995) dei Blonde Redhead. La successiva “Marble Arch” ci riporta invece alle atmosfere più folk delle prime fatiche delle Warpaint.
A passo di valzer e con un canto volutamente sgangherato si muove la bellissima “Bad Reputation”, mentre “Cowbella” cambia marcia verso un rock elettronico più vigoroso, che ricorda le U.S. Girls. In “I Make My Own Dust” emergono tutte le suggestioni tipiche degli Slint: shoegaze, canto lamentoso, chitarre distorte — un brano capace di esaltare i fan, soprattutto dal vivo.
A proposito di live, e quindi di presenza scenica: i Bar Italia sono, sin dagli inizi, una band dal forte appeal. Col tempo sono diventati sempre più catchy — qualità che non è sempre un pregio, visto che le loro ultime apparizioni in Italia non hanno particolarmente entusiasmato.
Tornando all’album, il registro cambia con “Plastered”, una dark song che evoca le atmosfere senza tempo dei Mazzy Star. Sempre in territorio Blonde Redhead troviamo “Rooster”, che spicca grazie all’alternanza tra voce femminile e maschile, rendendo il tutto estremamente affascinante. Dai territori perduti dei Dead Can Dance arriva invece la lisergica “The Lady Vanishes”.
La parte finale dell’album si apre con le coordinate indie-folk di “Lioness” e indie-punk di “Omni Shambles”, due brani che descrivono perfettamente il DNA della band. Energica, accattivante e potenziale singolo FM, “Eyepatch” è la canzone che più farà ballare il pubblico durante i live.
Il finale è inaspettato con la title track “Some Like It Hot”, il cui incedere sonoro cattura l’attenzione dell’ascoltatore grazie ai tappeti sonori degni dei The Church.
In definitiva, nulla di rivoluzionario: la band prosegue il proprio percorso artistico navigando tra i generi a lei più cari. Some Like It Hot — che strizza l’occhio al film A Qualcuno Piace Caldo — è un album che scorre bene, è divertente, sensuale, nervoso e, in una parola, catchy.
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