Esistono nella memoria ricordi che rimangono impressi; molti di questi per me sono associati a dischi acquistati da adolescente. Tempo fa ricordai il mio primo “incontro” con “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd; ora, nei ricordi, è il tempo dei Queen.
- Premessa
Avevo 14 anni ed erano i giorni che anticipavano il natale del 1991. Solo un mese prima, il 24 novembre 1991, era morto Freddie Mercury e, a seguito di quella triste notizia, mi avvicinai al mondo dei Queen. Alcuni amici mi avevano parlato con entusiasmo di “Innuendo” (pubblicato proprio nel 1991) e in particolare dell’assolo di chitarra flamenco che caratterizzava il pezzo eponimo (solo in seguito appresi che vedeva la partecipazione di Steve Howe; in effetti, a ben leggere, nelle note di copertina del disco era riportato: “Additional Wandering Minstrel Spanish Guitar – Somewhere In The Middle – by Steve Howe”), mentre (non ricordo chi) mi aveva invece prestato un’audiocassetta di “Live Magic” (live del 1986).
Mi feci quindi regalare per natale le due compilation “Greatest Hits I” e “Greatest Hits II” (quest’ultima appena uscita): inevitabilmente la mia giovane attenzione cadde su “Bohemian Rhapsody”.
Fu così che passate le feste, con l’odore di muschio del presepe ancora forte in casa (che come da tradizione partenopea eravamo soliti “costruire” con il sughero, grazie anche a un mio caro zio, fratello di mia madre, che con pazienza paterna ci istruiva e ci instradava tramandandoci tale arte), decisi di comprare dei Queen “A Night At Opera”: ed è all’acquisto di questo disco che è in particolare legato il mio ricordo.
Mi feci accompagnare da mia madre in auto presso un quartiere di Napoli, poco distante da dove abitavo, che all’epoca era ricco di negozi di dischi; ho ancora nelle orecchie la sua voce che mi ammoniva perché spendevo tutti i miei soldi in “musica”, cosa che era per lei un’esagerazione: sono passati 35 da quando ho iniziato a coltivare questo mio perdurante “vizio” e spero che mia madre se ne sia fatta finalmente una ragione.
Stranamente, più della musica racchiusa in “A Night At Opera”, ho nella mente le foto allegate alle grafiche del disco (che ritraevano i Queen sul palco dal vivo, tra fumi arancioni e con “strani” costumi), istantanee che mi affascinarono a prima vista, catapultandomi idealmente in quell’universo “glam-hard-rock” che era proprio dei Queen della prima metà degli anni settanta.
Ad “A Night At The Opera” (del 1975) seguirono, nell’immediato, dapprima il successivo “A Day at the Races” (del 1976) e poi, riavvolgendo il nastro, “Queen” (del 1973), “Queen II” e “Sheer Heart Attack” (entrambi del 1974).
Ho voluto fare tale “rimando” poiché dagli archivi (proprio di quegli anni) i Queen (nello specifico Brian May) hanno annunciato che in occasione della ristampa di “Queen II” verrà pubblicato anche l’inedito “Not For Sale (Polar Bear)” registrato nel 1974, di cui è stata trasmessa una prima versione ancora in “progress”.
– dal 1973 al 1976: il periodo di maggiore interesse
Sebbene i Queen che hanno infiammato le piazze, le arene e gli stadi siano stati quelli degli anni ottanta, con il culmine raggiunto nel 1985, con la oramai storica esibizione al Live Aid, per lo scrivente il loro periodo più creativo e interessante è quello compreso tra il 1973 e il 1976 quando con spontaneità fondevano glam rock, rigurgiti proto-metal, esemplificazioni progressive, e gusto art-rock.
Diversamente da altri gruppi, fulminanti sin dal disco d’esordio, i Queen nell’arco di quattro anni (dal 1973 al 1976) e di cinque dischi compirono una parabola ascendente.
“Queen” (del 1973) è al contempo “acerbo” ma con “sofisticazioni” in studio (uso di sovraincisioni) e già presenta quegli elementi romantico-barocchi che caratterizzeranno la loro produzione nella prima metà degli anni settanta. “Keep Yourself Alive”, “Doing All Right” (dei tempi degli Smile di Tim Staffell, Brian May e Roger Taylor), “Liar”, “Son and Daughter” ben ne rappresentano il gusto e lo spirito.
“Queen II” (del 1974) affina le intuizioni di “Queen”, e presenta una maggiore propensione verso soluzioni anche progressive; continua il lavoro in studio di sovraincisioni (in particolare delle voci) e i brani si fanno più complessi (“The March of the Black Queen”, “The Fairy Feller’s Master-Stroke”, “Ogre Battle” per tutte). Se questo premia su disco, penalizza dal vivo, non essendo sempre riproducibile live tutto il loro repertorio; ricordo quando comprai “Live Killers” (contenente registrazioni live del 1979) lo strano effetto che mi fece sentire “Bohemian Rhapsody” con la sua parte “orchestrale” suonare come in filodiffusione. Chiude “Queen II”, “Seven Seas of Rhye” qui cantata dopo che una versione solo strumentale era stata proposta sul precedente “Queen”.
Il 1974 è anche l’anno di “Sheer Heart Attack” (che resta il disco dei Queen che preferisco) essendo quello che opera una maggiore e più equilibrata fusione del loro stile, restando saldo su coordinate hard rock e glam rock; la componente progressive e barocca è più contenuta e la struttura dei brani si snellisce in favore di un “formato canzone” più funzionale. “Brighton Rock”, “Killer Queen”, “Now I’m Here”, “Stone Cold Crazy”… sono destinati a entrare nella loro storia, mentre le sonorità di “Bring Back That Leroy Brown” introducevano (in parte) la futura “notte all’opera”; ricordo poi che mi piaceva ascoltare molto la delicata “Lily of the Valley” così come da “Queen II” “Nevermore”.
Il triennio 1974/1975/1976 rappresenta tanto l’apice creativo dei Queen quanto l’esaurimento di quella volontà di non essere “assorbiti” dalle logiche del mercato “mainstream” e l’inizio di una parabola decrescente.
Se il 1974 era stato l’anno in crescendo di “Queen II” e poi di “Sheer Heart Attack”, il 1975 è l’anno della consacrazione con “A Night At The Opera” e la sua vena “art” fatta di rock duro, operetta, vaudeville, folk… (su di cui negli anni si sono spese pagine e pagine e che pertanto è inutile ripetersi anche in tale sede essendo indiscutibilmente un disco di valore), mentre il 1976, con l’onesto “A Day At The Races” (“Somebody to Love” resta tra le loro migliori composizioni), iniziava a presentare i primi segni di cedimento, andando comunque a chiudere un’epoca per i Queen, se non da considerarsi la più “celebre”, sicuramente da ritenersi la più interessante.
Prima si è parlato di come dal vivo i Queen spesso fossero costretti a non riproporre integralmente alcuni loro brani dato il particolare lavoro fatto in studio; indicativo è infatti ascoltare i live del tempo quali “Live At The Rainbow ’74” o quello registrato all’Hammersmith Odeon il 24 dicembre del 1975. Di questi live (pubblicati ufficialmente rispettivamente solo nel 2014 e nel 2015) ho un particolare ricordo poiché trovai da ragazzo una versione “bootleg” di un concerto di quel periodo e da subito mi colpì il medley operato tra “Bohemian Rhapsody”, “Killer Queen” e “The March of the Black Queen” (“Bohemian Rhapsody” e “The March of the Black Queen” epurate dalle parti “complesse”), soprattutto rapportandolo alla già citata versione di “Bohemian Rhapsody” di “Live Killers” (un valido confronto lo si può effettuare sentendo “A Night At The Odeon” del 24 dicembre 1975). Restano queste ottime testimonianze della capacità dei Queen e di Mercury di essere da sempre dei grandi trascinatori nelle loro performance dal vivo.
Tornando ai ricordi di ragazzo e ai primi anni novanta, non posso non menzionare “Queen at the Beeb” contenente le registrazioni del 5 febbraio e del 3 dicembre del 1973 tenute per il programma radiofonico “Sound of the 70s”.
Quello che avverrà a partire da “News of the World” (del 1977), come suggerisce il titolo stesso, è una progressiva apertura al “mondo”, con dischi (non sempre nel loro insieme entusiasmanti, e spesso più che mediocri: si pensi a “Hot Space” del 1982) contenenti brani “radiofonici” e di immediata presa; lo stesso citato “Hot Space” vantava la presenza della storica “Under Pressure” (con David Bowie).
E così, tra una “We Are the Champions”, una “Another One Bites the Dust”, una “Radio Ga Ga”, una “Who Wants to Live Forever”, una “I Want It All”, una “The Show Must Go On” … erano le singole canzoni scritte per un pubblico sempre meno “esigente” e AOR a dare un senso alla loro discografia a cui facevano da sponda brani “minori” di sicura presa: “We Will Rock You”, “Don’t Stop Me Now”, “Crazy Little Thing Called Love”, “I Want to Break Free”, “One Vision”…
Interessanti sono invece le registrazioni dal vivo degli anni ottanta tra cui il già citato “Live Magic”, il “Live at Wembley ’86” oltre ovviamente all’esibizione al Live Aid. Ciò che accadrà dopo la morte di Freddie Mercury, partendo dal postumo “Made in Heaven” del 1995, fino a giungere alle varie raccolte, ai live e alle collaborazione tra cui quella con Adam Lambert è “sterile” argomento che non merita approfondimento. Voglio solo infine ricordare il “The Freddie Mercury Tribute Concert” che si tenne il 20 aprile 1992 al Wembley Stadium per la grande attesa legata a tale evento, visti i nomi e le voci coinvolte, e la “curiosità” di sentire le canzoni dei Queen cantate da una voce che non fosse quella di Mercury…
- “Not For Sale (Polar Bear)”
Siamo quindi giunti a “Not For Sale (Polar Bear)” (di cui Brian May ha concesso un ascolto in anteprima di una sua versione ancora in progress) che altro non è che è una composizione degli Smile recuperata poi dai Queen nel 1974; risalendo quindi al tale anno va a collocarsi nel cuore della produzione dei Queen di maggior interesse e di cui si è parlato nel presente articolo, per un brano che sinceramente non ha colpito più di tanto… e che nella versione (ancora “grezza”) proposta evidenzia come il lavoro in studio che i Queen operavano in quegli anni fosse fondamentale per definire un “suono” e uno “stile”.
Come già ci si è interrogati più volte dinanzi a simili operazioni di “recupero”, permane l’interrogativo di quanto queste operazioni siano realmente utili ai fini strettamente “musicali”, se servano a soddisfare la curiosità dei fan più accaniti o a essere “pretesto” per riproporre sul mercato dischi di un tempo oramai passato.
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