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Dai tempi del bel “Guilty of Everything”, la bandiera dei Nothing continua a sventolare

di Marco Sica
6 Maggio 2026
in Recensioni
Tempo di lettura: 6 minuti
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Esistono strane congiunture astrali, crocevia temporali, anni in cui il tempo sembra voler lasciare un segno più marcato; per la mia generazione, in musica, lo è stato sicuramente il 1991.

  • Premessa

Tempo fa su queste pagine, parlando dei Gastr del Sol e di quegli anni Novanta, ebbi modo di osservare come, ‘mentre negli USA il grunge e i suoi alfieri definivano un genere ma soprattutto un “pensiero” e un “movimento”, catalizzando (con una formula musicale-estetica d’innegabile effetto) l’attenzione del mondo e di una generazione desiderosa di trovare una nuova fonte da cui dissetare la propria “identità alternativa”’ e che ‘quando il grunge produceva ricchezza e idoli, ristagnando tra rotocalchi, pellicole cinematografiche (si pensi al film “Singles” del 1992) e fatti di cronaca (purtroppo anche tragici)’, proprio nel 1991 videro la “luce” capolavori assoluti quali “Spiderland” degli Slint (probabilmente la massima espressione della sua epoca e non solo), ma anche (per restare ancorati alla nostra trattazione) gli splendidi “Loveless” dei My Bloody Valentine (anch’esso tra i più bei dischi di tutti i tempi) e “Just for a Day” dei Slowdive, questi ulti due destinati a definire un “genere”: lo shoegaze (da menzionare il non meno importate “Nowhere” dei Ride del 1990).  

  • “Guilty of Everything”: l’apice compositivo

E quell’immenso patrimonio artistico definito nel 1991 dai My Bloody Valentine e dai Slowdive, e da loro lasciato in eredità ai posteri, fu (ben) raccolto dai Nothing che, nel 2014 (in formazione composta da Domenic Palermo, Brandon Setta, Chris Betts e Kyle Kimball), diedero alle stampe il bell’LP d’esordio “Guilty of Everything”, lavoro dal corpo shoegaze con cuore slowcore; non dimentichiamo che se del 1991 furono i citati “Loveless” e “Just for a Day”, prima e dopo di essi, ci furono gli altrettanto imprescindibili ed epocali slowcore “Frigid Stars” dei Codeine (del 1990) e “Down Colorful Hill” dei Red House Painters (del 1992).    

L’unico rimprovero che si potesse muovere ai Nothing era quello di essere in ritardo sui tempi di più di un decennio… pecca che però la qualità “Guilty of Everything”, esatto nella sua compattezza e coerenza dall’inizio alla fine (il passaggio centrale di “B&E” mi ha addirittura evocato alcuni umori propri dei Pink Floyd di “Animals”), faceva passare in secondo piano; di pregio, poi, la significativa copertina con una bandiera argento su sfondo nero (la ristampa per i 10 anni vedrà i colori invertiti con bandiera nera su sfondo argentato).

  • da “Tired of Tomorrow” a “When No Birds Sang”

Per i Nothing replicare la riuscita di quel loro LP d’esordio era compito arduo, non solo per questioni di scrittura ma perché, come detto sopra, risultava in ogni caso lavoro che suonava nel 2014, seppur nella sua bellezza, “datato”; compito a cui, nonostante le difficoltà, Palermo, Setta, Nick Bassett (subentrato a Betts) e Kimball riuscirono ad assolvere con il successivo secondo LP “Tired of Tomorrow” del 2016 (per completezza espositiva va detto che nel tempo i Nothing pubblicheranno anche EP sia antecedenti a “Guilty of Everything” (si pensi a “Downward Years to Come” del 2012), che successivi, come quello (split) del 2014 condiviso con i Whirr contenente due bei brani a nome Nothing).

Con “Tired of Tomorrow” iniziava però anche a trasparire un’inclinazione verso soluzioni più “accessibili” e ibride (per tutte “Nineteen Ninety Heaven”, “Eaten By Worms”, quest’ultima con richiami ai primi Radiohead, e il piano e le orchestrazioni di “Tired of Tomorrow”).

Dopo “Dance on the Blacktop” (del 2018), in cui continuavano ad ammorbidirsi i suoni (come in “Hail On Palace Pier” o in “The Carpenter’s Son”), “The Great Dismal” (del 2020) vide l’illustre abbandono di Setta e di Basset (che firmerà comunque alcuni brani); la scrittura restava comunque di livello con atmosfere anche marcatamente slowcore ed emo (“A Fabricated LIe”, “Famine Asylum”, “Blue Mecca”…). 

I richiami, poi, iniziarono a estendersi anche verso una certa “ricerca” anni Ottanta in stile “Psychocandy”.

Del 2023 sarà la collaborazione con i Full of Hell per “When No Birds Sang”, disco ondivago che passava dalla violenza di “Rose Tinted World”, allo “slow” etereo di “Like Stars in the Firmament”, alle astrazioni cupe e ambient di “Wild Blue”, alle commistioni di “Spend the Grace”…

Nel 2024 verrà pubblicato “Auditory Trauma: Nothing Isolation Sessions”, registrato dal vivo durante la pandemia il 16 ottobre 2020 a Philadelphia all’Underground Arts; da annotare poi l’esistenza del “misterioso” “Don’t Look For Light In Tunnels (A Decade Of Nothing)”, frutto di un “esperimento” sonoro.

  • “A Short History Of Decay”

E così, dopo dodici anni di distanza da “Guilty of Everything”, la bandiera dei Nothing continua a sventolare con il riuscito “A Short History Of Decay” (Run For Cover Records).

Chiariamo subito che siamo ben distanti dalle sonorità di “Guilty of Everything” (e con il solo Palermo come membro presente anche in “Guilty of Everything”), per un lavoro che segue invece i mutamenti che i Nothing hanno apportato al loro stile nel tempo, assestandosi un alt e indie-pop d’autore, variegato e trasversale, rispettoso dello shoegaze archetipo ma meno inchiodato ad un genere definito e per questo più fruibile e anche spendibile.

Messo il vinile sul piatto, “Never Come Never Morning” e bella e sostenuta ballata a metà strada tra reminiscenze indie e pop. 

“Cannibal World” inasprisce i toni con abrasioni e ritmo (vertiginoso) continuando a nascondere nelle vene e nel cantato l’amore per melodia e mestizia tipici del genere e dei padri ispiratori.

Sulla stessa (falsa)riga prosegue “A Short History Of Decay”, anch’esso ruvido e melodico: inno moderno a tempi passati. 

Chiude il side A la morbida, “slow” e delicata “The Rain Don’t Care”.

Girato l’LP, se con “Purple Strings” tornano in versione ballata (anche troppo) i fantasmi dei Radiohead che spesso hanno infestato i sogni di Palermo, con l’esatta “Toothless Coal” si torna a un suono “made in Nothing”.  

Come in un ondivago navigare, “Ballet Of The Traitor” è nuovamente ballata “slow”, mentre “Nerve Scales” gira con morbido incedere avvolgente.

“Essential Tremors” accelera i battiti di “Nerve Scales” per poi condensarsi nel muro sonoro delle distorsioni e chiudere un disco che si è lasciato ascoltare con estrema piacevolezza.

https://www.bandofnothing.com/
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