La band scozzese annuncia la riedizioni expanded di “Vanishing Point”, “XTRMNTR” ed “Evil Heat” con materiale inedito. Bobby Gillespie (nella foto): “Noi non eravamo Britpop, volevamo bruciare la bandiera”
C’è stato un momento, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, in cui i Primal Scream hanno smesso di guardare al cielo per iniziare a scandagliare l’inferno. E quell’inferno aveva un indirizzo preciso: The Bunker, il loro studio nel nord di Londra. È lì che sono nati tre album che suonano ancora oggi come un pugno nello stomaco di un’epoca che si credeva già immune da certi germi. Oggi, quella stessa trilogia – “Vanishing Point”, “XTRMNTR” ed “Evil Heat” – si prepara a tornare in veste rinnovata, con reperti inediti e nuovi sguardi su un passato che, a sentire Gillespie, era già terribilmente contemporaneo.
La raccolta, battezzata “The Bunker Trilogy“, sarà pubblicata dalla Sony Music in doppio vinile, CD e formato digitale a partire dal 7 agosto con “Vanishing Point” (1997), seguito il 4 settembre da “XTRMNTR” (2000) e il 30 ottobre da “Evil Heat” (2002). Ogni riedizione includerà mix inediti, materiale mai ascoltato prima, b-sides e nuove note di copertina. Un tesoro per gli irriducibili, ma anche un’occasione per riascoltare con orecchie diverse ciò che allora sembrava solo rumore e furore.
E il rumore, in effetti, era parte del progetto. Mentre il Regno Unito si crogiolava nel trionfo autocelebrativo del Cool Britannia e il New Labour confezionava il suo sorriso neoliberale, i Primal Scream costruivano un muro sonoro fatto di distorsioni industriali, ritmi ipnotici e testi che parlavano di dislocazione psichica, dipendenza, alienazione. “Eravamo l’antitesi completa di tutto ciò che stava accadendo nella musica britannica negli anni Novanta“, dichiara Gillespie senza mezzi termini. “Facevamo musica pop e rock sperimentale aggressiva e senza compromessi, con testi sulla dislocazione psichica, la dipendenza, l’alienazione, la depressione. Documentavamo il lato oscuro e sordido della cultura giovanile britannica”.
E poi, la frase che brucia come una scheggia incandescente: “Non siamo mai stati Britpop. Noi volevamo bruciare la bandiera, non sventolarla“.
Un’affermazione che suona come un manifesto, ma anche come un atto d’accusa verso un’epoca che i Primal Scream hanno attraversato con lo sguardo sbilenco di chi sapeva già cosa stava per arrivare. “Eravamo diffidenti verso il New Labour e le sue politiche da cavallo di Troia neoliberista“, prosegue Gillespie, “e siamo stati profetici nel predire la rinascita del fascismo, del militarismo e dell’imperialismo che sarebbero arrivati nel XXI secolo“. Parole che oggi, a distanza di vent’anni, risuonano con una precisione inquietante.
Ma c’è anche un’altra verità, più intima, in quelle tre raccolte di canzoni. Dopo gli slanci utopistici che avevano segnato l’inizio del decennio, la band si era ritrovata a fare i conti con il disgusto – per sé stessi e per il mondo. “Mentre il resto della scena musicale e culturale britannica si innamorava di sé stessa, convinta del proprio genio, immersa in un’orgia di narcisismo e cocaina in uno stato di permanente auto-esaltazione, noi avevamo avuto i nostri momenti di pensiero utopico all’inizio del decennio, ma ora eravamo pieni di disgusto per noi stessi e per il mondo“. Da quella ferita, da quella lucida disperazione, sono nati i tre dischi che ora tornano a vivere.
E mentre le riedizioni si preparano a invadere le scaffalature, i Primal Scream si apprestano a portare “XTRMNTR” sul palco per un tour anniversary che toccherà il Regno Unito a settembre. Due tappe nella loro Glasgow natale al mitico Barrowland (3 e 4 settembre) e poi il gran finale a Londra, all’HERE Outernet, il 15 settembre. In ogni data, l’album verrà eseguito per intero, come già accaduto per il venticinquesimo anniversario al Roundhouse lo scorso dicembre.
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