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Bruce Springsteen: il film Deliver Me From Nowhere con Jeremy Allen White è un capolavoro emozionale

di Eliseno Sposato
6 Novembre 2025
in Cinema, Primo Piano
Tempo di lettura: 7 minuti
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È uno dei film più importanti dell’anno, perlomeno per noi appassionati di musica, e lo dimostra il grande battage pubblicitario che lo sostiene dal giorno della sua uscita, con un Bruce Springsteen impegnato in prima persona a sostenere l’opera che il regista e sceneggiatore Scott Cooper ha tratto dall’omonimo libro (magnifico) scritto da Warren Zanes, un tempo chitarrista dei bostoniani The Del Fuegos ed oggi accademico e scrittore di curatissimi saggi biografici su artisti come Jimmie Rodgers e Tom Petty.
Il merito di Scott Cooper nel realizzare Liberami dal nulla (questo il titolo italiano) è stato quello di mantenersi abbastanza fedelmente al libro di Zanes, con qualche licenza hollywoodiana, come la storia d’amore superficiale con Faye, interpretata da Odessa Young, che nulla aggiunge alla storia raccontata e forse aggiunta su suggerimento dello stesso Springsteen, che ha supervisionato la realizzazione del film e che con questo “surplus” ha voluto rappresentare i suoi fallimenti nelle relazioni amorose degli anni della gioventù. Secondo le sue memorie erano, “donne perfettamente in gamba”  e che lui “ha fallito miseramente… più e più volte”.

Nel realizzare questo film che non è un biopic sulla vita artistica di Bruce Springsteen, interpretato da un ottimo Jeremy Allen White, ma il racconto del tormentato periodo che ha portato alla realizzazione di uno dei suoi dischi più importanti, vale a dire Nebraska, Cooper ha messo in risalto la fragilità emotiva di un musicista che nel 1981 si trovava ad un bivio. Aveva appena concluso il trionfale tour di The River, che aveva portato i suoi concerti maratona davanti a un pubblico record. La E Street Band era al massimo della forma. “Hungry Heart” era il suo primo singolo ad entrare nella Top Five della classifica Billboard Hot 100. Springsteen era ormai pronto a diventare una superstar, ma al contempo era profondamente confuso su cosa fare dopo e stava per sprofondare nel buco nero della depressione, ma ancora capace di aggrapparsi alla sua musica e difenderne ogni aspetto che scaturiva dalla sua ispirazione.

Per comprendere cosa davvero ha rappresentato la realizzazione di Nebraska per Springsteen, e di quanto questo disco sia in seguito diventato un’opera fondamentale nella storia del rock, invito a leggere il libro di Zanes che ha un taglio critico sull’album e sull’impatto che ha avuto sui tanti musicisti intervistati, ma anche sulle motivazioni raccontate dallo stesso Springsteen nelle lunghe conversazioni avute con l’autore. Zanes sa cosa significa essere un membro di una band. Sa anche cosa significa staccarsi da una band, cosa che Bruce Springsteen ha fatto con “Nebraska”, anche se involontariamente.  Ciò nonostante, il film di Cooper riesce molto bene nel raccontare quell’anno in cui venne realizzato.

Il film sia apre mostrando Bruce all’apice di quel successo, ma era ormai disorientato e logorato dalla sua stessa fama, sentendosi isolato dalla gente comune con cui era cresciuto e di cui aveva scritto canzoni. Si ritirò in una piccola casa in affitto a Colt’s Neck, nel New Jersey, per riflettere sui suoi prossimi passi e scrivere alcune canzoni, che registrò su un registratore a quattro tracce, per presentarle alla band e accorciare i lunghi tempi di registrazione che avevano caratterizzato la realizzazione dei dischi precedenti.

Eppure, Springsteen era sull’orlo di un baratro e White ha saputo proprio caratterizzare al meglio con la sua interpretazione, un uomo alla deriva, un uomo imperfetto, qualcuno perso nel deserto del proprio isolamento, che si ritira in una piccola casa in affitto per sfuggire a se stesso e al mondo circostante, concedendosi solo di tanto in tanto qualche salvifica sortita nel suo club preferito, lo Stone Pony, per unirsi alla band residente e suonare classici del rock’n’roll. 

Nel suo isolamento Springsteen legge i racconti di Flannery O’Connor e imbattendosi in una replica notturna in TV del film Badlands (1973) di Terrence Malick, scopre la storia degli efferati omicidi compiuti dalla coppia di serial killer Charles Starkweather e Caril Ann Fugate che ispirano il brano Nebraska e il resto di quelle canzoni folk che esploravano il male che alberga nel cuore del mondo. Proprio lavorando su quella canzone Bruce cambiò il “lui” della prima riga con “io”, il titolo da Starkweather a Nebraska, rendendo personale il viaggio di morte nella profondità della provincia americana.

Deliver Me From Nowhere svela tutti i dettagli sulla realizzazione di quell’album del 1982 che ha dato voce a assassini impenitenti, poliziotti stradali torturati, aspiranti mafiosi, ladri d’auto e ai ricordi contrastanti di Bruce sulla sua infanzia.

Ma, oltre a questo, il film ha un carattere preciso ed emotivo: racconta di un uomo alla ricerca di redenzione, riconciliazione e significato, ma che trova solo silenzio e porte chiuse. Che riflette sulla storia della sua famiglia in brani come “My Father’s House”, la canzone più personale e inquietante di Nebraska, che nel film lo porta in un viaggio di ritorno alla sua vecchia casa, oppure quando Bruce scrive “Mansion On A Hill”, gli viene in mente suo padre che accompagna lui e sua sorella minore in una villa su una collina non lontana da casa loro. In una conversazione con il regista Springsteen ha raccontato: <<Mentre scrivevo quella canzone, pensavo a mio padre che cercava sempre di realizzare il sogno americano, senza mai riuscirci>>.

Uno dei punti cruciali della pellicola è proprio il ricorso che il regista fa ai flashback in bianco e nero: intravediamo Bruce da bambino nel 1957 con le orecchie a sventola (interpretato, con fascino malinconico, da Matthew Pellicano Jr.) terrorizzato dal padre depresso, Douglas (un superbo Stephen Graham), un trauma infantile ricorrente con cui dovrà fare i conti. Cooper fa in modo che lo svolgimento della vicenda sia sempre sobrio e rispettoso. Si può credere che sia davvero andata così anche in altri momenti del film, in particolare in una scena in cui Bruce finalmente parla con il suo manager Jon Landau (interpretato da Jeremy Strong) della profondità della sua sofferenza: <<Non credo di poter più sfuggire a tutto questo>>, dice, rivelando in un brusco susseguirsi di parole tutto ciò che ha cercato senza successo di nascondere. 

Quelle registrazioni casalinghe furono trasportate dal Teac 144 su di un’audiocassetta economica attraverso un radio registratore Panasonic danneggiato dalla caduta in un fiume che le riprodusse ad una velocità inferiore che ne accentuarono il carattere cupo. La cassetta viaggio prima verso casa di Landau, mettendolo in allerta sulla salute mentale del suo amico, e poi verso gli studi Power Station di New York per essere provate, con scarso successo, con la E Street Band e infine ritornare nelle tasche di Springsteen, prima che questi decidesse che dovevano essere pubblicate così com’erano state registrate, togliendo quelle che Bruce non riteneva funzionali a Nebraska, ma che in seguito avrebbero rappresentato il nucleo portante del successivo best seller Born In The Usa, dalla title track a Downbound Train, da Pink Cadillac a Working On The Highway.

Al di là dell’aspetto personale, poi, ci sono i dettagli tecnici decisamente affascinanti relativi ai molteplici tentativi falliti di realizzare una registrazione “professionale” delle canzoni e agli sforzi immani necessari per creare qualcosa di pubblicabile da una cassetta che, come scrive Zanes nel libro, <<La teneva in tasca, senza custodia. “C’era della lanugine sopra>>.

La strenua difesa che Springsteen e Landau fecero di quel nastro, mentre combattono contro l’insicurezza, i ripensamenti, le crisi suicide di Bruce al suono di “Frankie Teardrop” e nonostante il manager vi intraveda il futuro, sotto forma del primo tentativo della E Street Band di registrare “Born in the U.S.A.”, ma rimane al fianco del suo amico a combattere l’interferenza dei dirigenti della casa discografica. <<In questo ufficio>>, dice Strong, al cospetto del manager della CBS Al Teller (David Krumholtz) <<noi crediamo in Bruce Springsteen>>.

Il film è, nella sua essenza, anche un tributo al legame tra Springsteen e Jon Landau. Manager, consigliere, confidente, angelo custode, il miglior amico che una rock star autodistruttiva possa desiderare. Ma è anche l’unico film su una rock star in cui la ricompensa non sono i dischi d’oro, ma andare in terapia e vedere un uomo adulto seduto sulle ginocchia del suo anziano padre e pronto a fare i conti con il suo passato. 

Nonostante l’ottima prova che Jeremy Allen White mette al servizio della pellicola, non sempre serve a capire chiaramente cosa stia realmente tormentando il boss, porta solo avanti questo racconto di una superstar in ascesa insicura di tutto tranne che della musica. Più che un film su un disco è su una resa dei conti. È un film su un’anima trascurata che sta guarendo sé stessa e comprendendo sé stessa attraverso la musica.

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