Dritti dentro un muro di suono. Parafrasando il titolo di un bellissimo testo sul punk italico, è questa la definizione più pertinente che mi viene in mente dopo aver assistito alla performance degli Zu in quel del Bronson di Madonna dell’Albero (Ravenna). Quella scaraventata sul pubblico dal combo romano è una vera e propria onda d’urto sonica composta si da decibel (più contenuti e misurati di quelli temuti in realtà) ma fatta soprattutto di compattezza e precisione. Il trio composto da Massimo Pupillo, Jacopo Mai e Paolo Mongardi, d’altra parte, fonda i propri natali alla fine degli anni 90. Non proprio di primo pelo insomma. Colpiscono comunque l’estrema pulizia e sincronicità che riescono a cesellare all’interno di una cifra sonora così rumorosa ed estrema. Dall’incipit fino alla fine del live il suono erompe dall’impianto e travolge, come uno tsunami. E’ una sorta di esperienza catartica alla quale non serve a nulla opporsi. Va assecondata e accolta per farla propria, Basta osservare il pubblico. Inizialmente rigido e contratto finisce per lasciarsi andare a un’estatico pogo che sembra fondere vecchie usanze hardcore a movenze di stampo tribale. C’è lava di diversa composizione nel magma creativo degli Zu. Il noise che ha caratterizzato le primigenie esperienze dei futuri membri della band. Il free jazz sperimentale portato dal sassofonista Jacopo Mai. Il cosiddetto Jazzcore, prima etichetta appiccicata alla band dopo Bromio, esordio datato 1998. Da qui amicizie e contaminazioni con altri geni folli quali No means No e The Ex. Tutta la voglia di sperimentare e abbattere ogni steccato musicale che ha fatto loro incrociare la strada con personaggi del calibro di John Zorn e Mike Patton. Insomma gli Zu live sono tutto ciò ma con un qualcosa in più: un suono che è inequivocabilmente soltanto loto. I tre insieme sul palco sono un sorta di Idra a tre teste, ognuna tanto indipendente quanto parte del tutto. Pupillo, tirato e cinetico come ai tempi dei primi live, sferza note basse e accordi che creano l’ossatura dei pezzi. Mongardi è un batterista incredibile per tecnica e tenuta del ritmo. Una sorta di polipo poliritmico in grado di inserire trame tribali in una matrice sempre in tensione tra pulsioni mettaliche e jazzistiche. Mai, al synth, diffonde tappeti sonori tra prog e psichedelia levigando le aspre superfici create dai suoi soci. Quando imbraccia il sax sputa assoli free jazz che innestano movimento e velocità alle ritmiche della band. Gran parte della scaletta deriva dal recente ‘Ferrum Sidereum’, parto discografico faticosissimo nei tempi ma anche tremendamente a fuoco. In alcuni(rari) rallentamenti si avvertono atmosfere paragonabili agli ultimi Tool. Guardo la platea e vedo gente che va dai 20 ai 60 anni. Look che spaziano dal metallaro al beat al radical chic. Mi vengono in mene, con i dovutissimi distinguo stilistici, i Primus, che riuscivano a mettere sotto il palco punk e metallari. La musica quella davvero buona unisce. E gli Zu la sanno davvero fare. E in giro per l’Europa cosi come negli States se ne sono accorti da tre decenni. Penso all’ennesima conferma del provincialismo italico mentre arrivo sotto il palco mentre le mie ginocchia vengono come vibromassaggiate dai feeedback delle casse spie. Il live è concluso. I tre passano un paio di minuti a ringraziare la folla acclamante. Il muro di suono vibra ancora nell’etere.
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