Dopo anni di silenzi, voci sinistre e dichiarazioni funeree, la bestia si è risvegliata. Mike Patton e soci tornano sul palco per quattro date oceaniche al fianco dei System of a Down. Ma la domanda brucia: è una resurrezione o l’ultimo colpo di coda di una delle band più maledettamente imprevedibili del rock?
C’è chi ci credeva, chi aveva già acceso un cero per l’anima della band, e chi, onestamente, si era rotto le scatole di aspettare. Ma i Faith No More, come un cattivo pensiero o un riff di chitarra che non ti esce dalla testa, tornano dal vivo. E stavolta, a quanto pare, non è uno scherzo.
Dopo un giugno di messaggi criptici sui social (il loro passatempo preferito, insieme a farci preoccupare), il colosso californiano ha ufficializzato la resurrezione con un post congiunto su Instagram insieme ai System of a Down. Il risultato? Un mini-tour che profuma di sudore e pyrotecnica: quattro stadi tra Australia e Nuova Zelanda tra gennaio e febbraio del prossimo anno. Le prime date dal lontano 2016.
Per chi ha seguito le traversie della band, questa notizia sa di miracolo laico. L’era classica, quella che parte dal 1988 con l’innesto di un giovane Patton nei ranghi, è stata un fuoco d’artificio di genio e sregolatezza, durato fino allo scioglimento del 1998. Poi, il revival del 2009, l’album del ritorno (Sol Invictus, 2015) e la fugace riappacificazione con il compianto Chuck Mosley nel 2016. Sembrava il copione giusto per un lieto fine.
Invece, no. Il 2020 doveva essere l’anno del grande rientro, ma il Covid spense i riflettori. Il 2021? Stessa storia, con un’aggravante: Mike Patton, voce mai doma e anima tormentata, parlò apertamente di “problemi di salute mentale non specificati”. Iniziava così un secondo, oscuro congelamento. Mentre la band cadeva in un’ibernazione, Patton si ritrovava a fare i conti con l’agorafobia, annegandola nell’alcol, per poi rifugiarsi nei progetti paralleli: un nuovo album dei Dead Cross, una canzone per le Tartarughe Ninja e l’immortale Mr. Bungle. (Sullo sfondo, la cronaca nera: il co-fondatore dei Bungle, Theobald Lengyel, accusato di omicidio. Ma questa è un’altra storia).
Nel frattempo, il resto del fronte FNM non scherzava. Lo scorso aprile, il bassista Bill Gould e il batterista Mike Bordin rilasciarono interviste dal tono funebre, dipingendo il futuro della band a tinte fosche. Poco dopo, il tastierista Roddy Bottum, intento a promuovere il suo memoir The Royal We e il nuovo album con gli Imperial Teen, bollò la situazione come una “semi-permanente iattura”. Parole pesanti, che sapevano di testamento spirituale.
E invece, eccoci qui. Contro ogni pronostico, la macchina da guerra si è rimessa in moto. E se i commenti sotto il post dell’annuncio sono un termometro, la febbre per un tour più esteso è altissima. Per ora, però, solo quattro date. Quattro occasioni per riconciliarci con il caos, per risentire quel groove malato e per chiederci, come sempre con loro: sarà l’addio o solo un “arrivederci alla prossima crisi”?
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