Il produttore britannico che ha plasmato il suono di Madonna, Blur, Beth Orton e U2 ci ha lasciato all’età di 69 anni. La sua eredità? Un ponte sonoro tra l’elettronica più sperimentale e le vette delle classifiche mondiali.
William Orbit non è mai stato un produttore come gli altri. Era un alchimista, uno sciamano dei sintetizzatori, un architetto di paesaggi sonori che sembravano fluttuare tra le stelle per poi piombare sulla pista da ballo con un fragore catartico. La sua scomparsa, avvenuta il 23 luglio nella sua casa, chiude un capitolo fondamentale della musica pop contemporanea, ma le sue tracce — letteralmente — resteranno impresse nei solchi della storia.
A darne l’annuncio, un post sui social attribuito alla famiglia e agli amici più stretti: “Mancheremo terribilmente a lui e a tutti coloro la cui vita è stata toccata dalla sua musica, dalla sua amicizia e dalla sua gentilezza”. Nessuna causa del decesso è stata resa nota.
Nato William Wainwright nel 1956 nel nord di Londra, figlio di due insegnanti che lui descriveva come “decisamente operai e poveri… che avevano lottato per diventare classe media”, Orbit lasciò la scuola a 16 anni per diventare quello che definiva un “post-hippie”, vivendo in uno squat, facendo lavori saltuari e consumando, a suo dire, “una Mars bar e un acido al giorno”.
Nel 1980 fondò i Torch Song, trio ambient/elettronico che pubblicò tre album tra il 1984 e il 1987. Poi i Bassomatic, il progetto solista Strange Cargo, le collaborazioni con la giovane Beth Orton. Ma fu il remix di Justify My Love e Erotica di Madonna a metterlo definitivamente sul suo radar.
Ma Orbit non è stato solo il “produttore di Madonna”. Il suo tocco magico si è posato su capolavori altrettanto fondamentali: i Blur in stato di grazia nell’album *13* (1999), dove Damon Albarn lo definì “uno psichiatra” per aver accompagnato la band nella reinvenzione successiva alla rottura con Justine Frischmann; gli All Saints, che con Pure Shores e Black Coffee firmarono due dei singoli più eterei e perfetti del pop britannico (nonostante lo stesso Orbit abbia confessato al Guardian di aver inizialmente odiato Pure Shores: “Quando sudi davvero su qualcosa, ci vogliono anni prima di poterlo ascoltare con piacere”); e poi U2, Pink, Robbie Williams, Katie Melua, fino al duetto postumo tra Freddie Mercury e Michael Jackson su There Must Be More to Life Than This.
Dietro la facciata del genio creativo, Orbit ha attraversato momenti bui. Nel 2021 rivelò al Guardian di aver lottato con l’abuso di sostanze: “LSD, funghi, MDMA, cocaina, codeina… Non ero consapevole di quello che stavo facendo e ho avuto un episodio psicotico”. Venne ricoverato in una struttura psichiatrica. “Fortunatamente, una volta che le droghe sono uscite dal mio sistema, sono tornato alla normalità”.
Negli ultimi anni il suo ritmo produttivo si era rallentato, ma la creatività non si era mai spenta. Il suo ultimo album, The Painter, risale al 2022. E proprio pochi mesi fa, a marzo, aveva messo a tacere le voci su un possibile ritorno con Madonna: “Mettiamo a riposo questa storia del ‘Ray of Light 2.0’. Non succederà. Ho un album pronto che a mio avviso è davvero il successore di ROL, ma ho teso la mano e non ho ricevuto risposta”.
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