Lo scorso anno abbiamo accolto con entusiasmo “Seed Cake On Leap Year” di Cass McCombs, lavoro che però raccoglieva registrazioni risalenti al 1999/2000. In quell’occasione si era anche ripercorsa la carriera di McCombs.
In particolare si era osservato: ‘come per uno strano paradosso temporale, a più di vent’anni dal suo esordio discografico (avvenuto dapprima con l’EP “Not the Way” del 2002 e poi con LP “A” del 2003 con le belle “What Isn’t Nature”, “A Comedian is Someone Who Tells Jokes”…), Cass McCombs, riavvolgendo il nastro, ha confermato come sin dagli albori, e poi con continuità nel tempo, abbia sempre restituito un’ottima, varia e poliforme scrittura.
Dopo “PREfection” del 2005 (con le riuscite “Tourist Woman” e “Sacred Heart”), il primo tassello importante McCombs lo mise con “Dropping The Writ” (del 2007) che si impose sin dallo sfavillante treno in corsa e brano d’apertura “Lionkiller”, con la riuscita e ammiccante “That’s That”, con l’avvolgente “Desert” e la suggestiva “Full Moon or Infinity”. Se dopo “Catacombs” (del 2009; belle “Dreams Come True Girl” con Karen Black, “You Saved My Life”, “My Sister, My Spouse”, “Jonesy Boy” …), le atmosfere più morbide e “pop” del meno riuscito “Wit’s End” (del 2011) avevano segnato un passo falso, a dieci anni dal primo LP “A”, con il buon “Big Wheel and Others” (del 2013; da ricordare “Big Wheel”, “The Burning of the Temple, 2012”, “There Can Be Only One”, “Name Written in Water”, “Joe Murder”, “Satan Is My Toy”, “Home on the Range” …) McCombs, passando per “Humor Risk” (del 2011; da segnalare “Love Thine Enemy”, “The Living Word”, “The Same Thing”, “To Every Man His Chimera”), prendeva le distanze da “Wit’s End” e, con il successivo esatto “Mangy Love” (del 2016), mostrava di aver raggiunto la piena maturità operando una giusta crasi tra cantautorato indie rock e alt-pop (con punte eccelse come “Bum Bum Bum” ed ancora da citare la sostenuta “Rancid Girl”, la coinvolgente “Run Sister Run”, la lisergica “I’m A Shoe”).
Da segnalare del 2015 “A Folk Set Apart”, raccolta di “rarities and b-sides”, che ben completava una discografia già importante e in cui si distinguono brani quali “Oatmeal”, “Twins”, “Bradley Manning”, “Empty Promises”, “Night Of The World”.
Sulla giusta scia di “Mangy Love” si incanalavano l’ottimo “Tip Of The Sphere” (del 2019; forte della tirata “I Followed The River South To Wha”, della radiofonica e intima “Estrella”, della retrò “Absentee”, della narrativa “Sleeping Volcanoes”, dell’evocativa “Prayer For Another Day”, del viaggio on the road di “Rounder”) e il buon “Heartmind” (del 2022) che mostrava, nelle pieghe, ancora un profilo “mainstream” di qualità come testimoniato da “Music Is Blue”, Karaoke”, “New Earth”, “A Blue, Blue Band”, riservando le “astrazioni” al lungo brano eponimo di chiusura e alla sua allucinata coda …
Ebbene, con il bel “Seed Cake On Leap Year”, McCombs torna alle sue origini e chiude (temporaneamente) il cerchio consegnando al pubblico e agli “archivi” un più che gradito ascolto.’
Non posso poi nascondere che nelle mie “playlist” non manca mai la sua “Bum Bum Bum”.
Ora, sempre per la Domino, McCombs riapre il “cerchio” e con “Interior Live Oak” regala un altro ottimo lavoro di cantautorato (indie) folk.
- “Interior Live Oak”
La prima cosa che piace di “Interior Live Oak” è la copertina, per un’istantanea semplice, intima che ricorda altri tempi.
In attesa di reperirlo in formato “solido”, ci si è affidati al formato “liquido” che non poteva essere inaugurato in modo migliore dalla splendida ed elettrica “Priestess” (brano di gran pregio).
“With peace wrapping you all around….” il livello resta alto con la successiva “Peace” impreziosita dal suo “tema” di chitarra.
Se con “Missionary Bell” gli umori si assestano su un registro più acustico e pacato da ballata folk, con “Miss Mabee” tornano tenui elettrificazioni.
“Home At Last” è momento di contaminato ascolto per un’esatta fusione di multiforme screziature che sono preludio per una “I’m Not Ashamed” da tramonto estivo, tramonto che diventa desertico e da vecchio west nella bella “Who Removed The Cellar Door?”.
Il viaggio polveroso attraverso assolate strade di frontiera continua con la lenta e cadenzata “A Girl Named Dogie” segnata da uno splendido assolo ruvido di chitarra sommerso dal canto… (nel recensire recentemente “Lookout Highway” di Charlie Musselwhite lo si era definito “un solido, elettrificato disco di blues da patto con il diavolo a un crocicchio polveroso di un assolato deserto statunitense…”; ebbene “A Girl Named Dogie” mi ha trasmesso la stessa sensazione …).
Se un ritmo accelerato fa correre “Asphodel”, tutto si placa con la riuscita ballata “I Never Dream About Trains”.
Con “Van Wyck Expressway” McCombs torna a sonorità folk mentre riserva un più lungo minutaggio alla “conturbante” e “aurea” “Lola Montez Danced The Spider Dance”, omaggio alla “sovversiva” “danza del ragno” di cui si rese celebre Lola Montez…
Un organo segna, poi, una “Juvenile” dal gusto retrò e beat-psichedelico.
I “giri” proseguono tra ballate ora più sostenute (“Diamonds In The Mine”) ora musicalmente più malinconiche (“Strawberry Moon”) fino a giungere, in chiusura, all’eponima “Interior Live Oak” che rompe il silenzio con le sue distorsioni e il suo cavalcare tra arse distese souther e roots rock… la batteria di Joe Lyle dà il via alla corsa e le tre chitarre di Dan Iead, Mike Bones e Cass McCombs graffiano e mordono la polvere….che una volta diradatasi rivela la costante ottima, varia e poliforme scrittura McCombs.
https://cassmccombs.com/
https://www.instagram.com/cassmccombs

































