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Senza parole. L’impoverimento del linguaggio nell’era moderna.

di Redazione
9 Marzo 2019
in Focus On, Oltremusica
Tempo di lettura: 7 minuti
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La storia della specie umana sul pianeta è lunghissima, ma ciò che vi ha impresso una accellerazione incredibile e crescente è stato un ‘salto culturale’ straordinario: la nascita del linguaggio. In una parola, della parola.

Della straordinaria importanza di questo ‘passaggio’ è rimasta vivida memoria molto a lungo; il quarto Vangelo comincia appunto con l’allocuzione “In principio era la Parola… e la Parola era Dio”. La Parola dunque come principio di tutto, e che quindi veniva identificata con Dio. E questa natura ‘divina’ della parola ritorna nella Genesi, laddove leggiamo “sia la luce” e “la luce fu”. La creazione avviene semplicemente pronunciando parola, ed il nominare le cose ne definisce lo status ontologico: “e Dio chiamò la luce ‘giorno’ e le tenebre ‘notte’”. Ma, di là dalla sua natura divina o meno, la parola – il linguaggio – è stato nel corso del tempo diversamente considerato; nel mondo antico, si riteneva che le parole fossero espressione verbale del pensiero e questo immagine delle cose, ed a partire da Platone i filosofi erano convinti che le parole fossero lo specchio delle idee, ed avessero la funzione di comunicare il pensiero, e di indicare la realtà da questo riflessa.

Questo ‘ordinamento’, questa interpretazione (la realtà oggettiva si riflette nel pensiero, che a sua volta, per esprimersi, si riflette nella parola), ha caratterizzato l’interpretazione ‘filosofica’ del linguaggio sino a non molto tempo addietro. É solo a cavallo tra il XIX ed il XX secolo che, con Ferdinand de Saussure, viene superata la convinzione che la lingua sia rappresentazione del pensiero, esistente in sé. Secondo de Saussure, invece, il pensiero non esiste prima della parola. Ed è questa, a sua volta, una nuova svolta epocale. Che getta nuova luce sulla storia umana pregressa, così come su quella futura. L’uomo diventa pienamente consapevole che, senza il linguaggio, senza la capacità di formularlo in parole, il pensiero stesso sarebbe ‘impossibile’. O, per meglio dire, non avremmo altro pensiero che quello ‘visivo’, che pur senza nominarle riconosce le cose, le ricorda e le associa; ma ci sarebbe preclusa qualsiasi possibilità di immaginare il non esistente, di elaborare concetti, di speculare filosoficamente. Naturalmente, l’integrazione del linguaggio nella struttura cerebrale umana è ormai così antica e radicata, che ci diviene persino difficile immaginare un pensiero privo delle parole per… pensarlo!

Ma, nel frattempo, anche grazie a questa capacità di pensare l’impensabile…, è subentrata un’altra grande svolta epocale, le cui dimensioni e profondità ancora non riusciamo a cogliere per intero. La trasformazione culturale determinata dall’insieme delle tecnologie che definiamo ‘digitali’, infatti, sta investendo come uno tsunami l’esperienza umana; e, ancora una volta, la straordinaria velocità con cui si manifesta, e con cui muta, in un processo di continua ed esponenziale ‘evoluzione’, ci lascia senza parole. Anche in senso letterale. Il nostro bagaglio linguistico, che pure per un verso si arricchisce continuamente di nuove parole, necessarie a ‘nominare’ le nuove fenomenologie, si rivela insufficiente (o quanto meno troppo ‘lento’ nella sua evoluzione) a padroneggiare concettualmente l’insieme di queste trasformazioni. Abbiamo le parole che ci rendono capaci, come specie, di produrre così velocemente e così tanta tecnologia, ma non ne abbiamo abbastanza per comprenderne l’impatto globale, sul pianeta e sulla specie – sull’essere umano e sul suo habitat.

Con particolare e crescente accelerazione, a partire dal secolo scorso si è inoltre prodotta una parallela trasformazione culturale, ovvero la ‘curvatura’, la vera e propria conversione, verso il pensiero ‘tecnico’, scientifico, a scapito di quello ‘umanistico’. La nostra formazione culturale, il nostro linguaggio, ha virato sempre più verso l’approccio scientifico, specialistico, del resto reso necessario dalla crescente complessità che il processo evolutivo tecnologico richiede per andare avanti. Ed anche laddove questo meccanismo ha mostrato delle crepe, rivelandosi insufficiente a fornire risposte, ha prodotto un ‘rigetto’ anti-scientifico, una polarizzazione pro/contro che lascia comunque immutata la ‘centralità’ della scienza (per affermarla o per negarla), e senza mai dare spazio, invece, ad una riflessione ‘meta-scientifica’, che rifletta sulla scienza (su ciò produce, e su ciò che a sua volta si produce sull’uomo a partire da tale produzione tecnica) in una prospettiva più ampia, che la includa senza esaurirvisi. Se lo ‘scientismo’ è una forma di ‘impoverimento specialistico’ del pensiero (e del linguaggio), a sua volta l’anti-scientismo è un impoverimento linguistico e di pensiero.

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Quali che ne siano le cause (e sono davvero molteplici), una caratteristica del nostro tempo è senza dubbio appunto l’impoverimento del linguaggio. Semplicemente, conosciamo – ed usiamo – sempre meno parole. Il crescente ritorno ad una comunicazione visiva, per ‘ideogrammi’ ed icone, si traduce in una riduzione della capacità immaginativa della mente. Che, oltretutto, essendo ormai da tempo largamente superata (in velocità e complessità) nella capacità elaborativa, è sempre meno stimolata ad impegnarsi in operazioni che richiedano tempo e ‘sforzo’, delegando la ricerca delle risposte a processori sempre più potenti, veloci e piccoli. Se già oggi assistiamo alla crescente diffusione di ‘macchine elaboratrici’ wearables (cioè indossabili), o addirittura alla implementazione corporea di microchip, non ci vuole molto ad immaginare che in un futuro assai prossimo questa tendenza si espanderà significativamente. Strumenti sempre più sofisticati, sempre più potenti, sempre più ‘portatili’, diventeranno parte del nostro ‘abito’ quotidiano. Espanderanno magari la portata dei nostri sensi – ad esempio, consentendoci di zoommare su oggetti molto lontani, o di vedere alle nostre spalle. Ma, in ogni caso, ad essi delegheremo sempre più funzioni decisionali, che riguardano la nostra vita.

Allo stato attuale, la mente umana rimane la ‘macchina’ più sofisticata. Non ha la velocità di calcolo di un processore, né la capacità di gestire contemporaneamente quantità enormi di dati, ma mantiene una supremazia assoluta nella capacità di ‘padroneggiare’ aspetti anche molto diversi ed ‘astratti’, nello stesso tempo e nella stessa prospettiva.

La capacità di scelta ‘etica’, sopra ogni cosa, resta ancora una prerogativa umana. Proprio per la impossibilità di ‘codificarla’ in modo univoco, ed una volta per tutte. Pensiamo infatti – ad esempio – alle auto a guida automatica: “chi e come decide chi deve morire in caso di incidente inevitabile, ad esempio per l’attraversamento improvviso di un bambino? Salviamo il bambino o il passeggero? E voi comprereste un’auto programmata per non salvarvi sempre e comunque?” Uno degli settori su cui stiamo comunque investendo di più – non soltanto in termini di risorse economiche , ma proprio di risorse cognitive – è quello dell’AI, l’artificial intelligence. E lo stiamo facendo soprattutto puntando sul machine learning (ML), cioè sulla capacità di auto-apprendimento delle macchine. Ed è qui che potrebbe collocarsi un crinale decisivo, capace di imprimere una svolta alla storia umana, quale è stata la ‘scoperta’ della parola.

L’avanzare delle applicazioni di AI, in particolare della robotica per un verso, e dei software algoritmici per un altro, vengono attualmente vissuti come il maggior pericolo implicito di questa tecnologia, in quanto si ritiene che possano minacciare seriamente l’occupazione. In realtà, questa è una lettura superficiale del fenomeno. Intanto, le tecnologie basate sull’AI sono strutturalmente applicate all’interno di un sistema economico liberista, in cui l’accumulazione capitalistica richiede che la macchina del consumo non si arresti mai. Questa trasformazione del lavoro produrrebbe l’implosione del sistema se, espellendo i consumatori dal mercato del lavoro, li privasse di un reddito e quindi della possibilità di acquisto. Pertanto, è abbastanza prevedibile che tale processo sarà accompagnato da un adeguamento del mercato, con ogni probabilità basato sulla sussunzione di una ‘vecchia’ parola d’ordine degli anti-capitalisti: “lavorare meno, lavorare tutti”.

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Un altro ‘fronte’ su cui si teme il possibile avvento di una ‘era delle macchine’, è quello – assai più concreto – della autonomia programmata. L’istruzione fondamentale che viene fornita alle applicazioni di intelligenza artificiale, infatti, è quella di portare a termine i propri scopi, “indipendentemente dal fatto che siano o meno ciò che intendiamo realmente e se siamo o meno di ostacolo” . Se questo è, ad esempio, stimare un certo numero con elevata certezza, potrebbe ipoteticamente accadere che “l’AI si rende conto che può ottenere più precisione nei suoi calcoli se usa tutto l’hardware di calcolo del mondo e realizza che liberare una super-arma biologica per annientare l’umanità gli permetterebbe l’uso gratuito di tutto l’hardware. Avendo sterminato l’umanità, calcola il numero con maggiore sicurezza” . Naturalmente questa ipotesi, che può apparire fantascientifica, è prevedibile semplicemente aggiungendo delle ‘istruzioni limite’, stabilite sempre come prevalenti, e che inibiscano l’attivazione di processi potenzialmente pericolosi per l’uomo. Fermo restando che il problema, semmai, è la capacità dell’AI di riconoscere sempre tale pericolosità…

Ciò che invece, a mio avviso, potrebbe rivelarsi il punto debole, è un altro. Perché se da un lato il nostro linguaggio si impoverisce, si riduce ad un numero sempre più ridotto di parole, e per converso forniamo alle macchine un ‘linguaggio’ sempre più umano, e le dotiamo di un bagaglio sempre più ampio di parole, arriverà il momento che ‘esse’ saranno in grado di pensare più di noi. Non semplicemente di elaborare risposte a problemi, non soltanto di farlo più velocemente e considerando più dati, ma letteralmente, di elaborare pensieri e concetti nuovi. Di immaginare. Non si porrebbe tanto una questione di ‘volontà di dominio’ degli algoritmi, quanto una questione di superiorità di pensiero. Il giorno in cui, come immaginato da Philip K. Dick, le ‘macchine’ riusciranno a sognare , diventeremo ‘pecore’ affidate alle amorevoli cure di ‘pastori elettronici’? Si realizzerà la profezia di Stephen Hawking? 

Se la velocità del cambiamento attuale ci pone oggi in difficoltà, nel comprenderne appieno la portata, la complessità di un tale (possibile) futuro è assolutamente al di là della nostra possibilità persino di immaginarlo. Ancora una volta, potrebbe essere la Parola il cuore di tutto. E potrebbe essere la parola ‘fine’. O, nuovamente, ‘principio’.

autore: Enrico Tomaselli

1. Cfr Rosario Cerra, “Intelligenza artificiale vs stupidità naturale”, Huffingtonpost
2. “Gli investimenti globali in aziende private focalizzate sull’IA sono decuplicati in cinque anni, passando da 589 milioni di dollari nel 2012 agli oltre 5 miliardi di dollari nel 2017”, ibidem.

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