Nel bene e nel male, Morrissey non smette mai di far parlare di sé. Con Make-Up Is A Lie (Sire/Warner), quattordicesimo album solista, l’ex frontman degli Smiths torna carico di contraddizioni. Il disco arriva a quattro anni di distanza da I Am Not a Dog on a Chain, in mezzo all’ennesima tempesta mediatica: album bloccati come il chiacchieratissimo Bonfire of Teenagers, litigi social con Johnny Marr e una deriva politica che lo ha visto avvicinarsi, con dichiarazioni a sostegno, al partito For Britain. Ma chi lo conosce sa anche che le sue sono provocazioni che ha sempre fatto e non sono queste cose che allontanano i fans, specie i più vecchi.
Nonostante tutto, i concerti vanno sold out. La macchina del morrisseysmo sembra inarrestabile. Ma la domanda che aleggia su questo nuovo lavoro è: cosa resta dell’icona che negli anni Ottanta”santo patrono” dei ragazzi pallidi e bullizzati?
Ascoltando Make-Up Is A Lie conferma che la macchina delle rimostranze di Morrissey è sempre in perfetta salute. L’iniziale “You’re Right, It’s Time” è una dichiarazione d’intenti: su beat spogli e groove di basso, Morrissey si scaglia contro tecnologia e censura. Peccato che questa presunta libertà di espressione si scontri con una visione del mondo cristallizzata in un loop di lamentele.
Il cantante che un tempo dava voce agli ultimi oggi sembra preoccupato soprattutto di ristabilire una propria verità, spesso scomoda. È il caso della controversa “Notre-Dame“, in cui riecheggiano teorie complottiste sull’incendio della cattedrale di Parigi. Ecco ci mancava il complottismo!
Dal punto di vista musicale, il disco è un ibrido interessante ma discontinuo. La produzione di Joe Chiccarelli cesella trame sonore variegate: ci sono echi Pet Shop Boys nei synth di “Kerching Kerching” e atmosfere oniriche nella title track.
“Boulevard” è il brano che più si avvicina al repertorio classico morrisseyano, con quel piano malinconico che ricorda Strangeways, Here We Come. Ma accanto a questi momenti, ci sono cadute di stile. La cover di “Amazona” dei Roxy Music suona piatta e fin troppo reverenziale. “Lester Bangs” trasforma l’omaggio al celebre critico rock in un ennesimo esercizio di autocommiserazione.
Eppure, a tratti, il vecchio Morrissey riaffiora. “The Night Pop Dropped” è un gioiellino new wave che avrebbe meritato le sorti di singolo. “Zoom Zoom The Little Boy” recupera quella vena di pop malinconico che da sempre contraddistingue i suoi inni animalisti. “Headache” è un divertissement nichilista che dimostra come l’umorismo nero non lo abbia ancora abbandonato.
Quando la musica funziona, il peso dei testi rischia comunque di far deragliare tutto. La sensazione è che Morrissey non riesca più a trovare un equilibrio tra arguzia e livore, tra poesia e prosa di un anziano signore che guarda con sospetto al mondo che cambia.
Make-Up Is A Lie è il disco di un uomo che si sente incompreso, solo dalla parte sbagliata della storia. Un artista che non può più cambiare, continuando a credersi l’ultimo depositario di una verità scomoda in un mondo di finzioni.
La domanda per chi lo ha amato resta: questa verità ha ancora qualcosa di nuovo da raccontare? O è solo il disco rotto di un giradischi che continua a suonare la stessa canzone?
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