Qualcosa, nel lungo e meticoloso percorso artistico di Bill Callahan, è cambiato. Non è una svolta improvvisa, né tantomeno un tradimento della poetica che lo ha reso una figura di culto dagli anni ’90 a oggi. Se con YTI⅃AƎЯ del 2022 lo avevamo lasciato intento a smontare con pazienza monastica i concetti di tempo e dell’ Io, con il suo nuovo capitolo, My Days of 58 (Drag City records), Callahan compie un passo ulteriore: non si limita a teorizzare il distacco, ma lo abita. Il risultato è un disco che vive nella rarefazione, nell’improvvisazione controllata e in una sincerità così disarmante da risultare, paradossalmente, più impenetrabile che mai.
Fin dall’incipit di “Why Do Men Sing?”, ci troviamo di fronte a un cantautore che ha smesso di cercare risposte. “Driving through the dark / arriving in the rain / to sing my song / all over again”: la metafora del viandante notturno diventa il pretesto per interrogarsi sulla natura ciclica, quasi assurda, dell’esistenza e del fare arte. La domanda del titolo resta in sospeso, e Callahan, da consumato osservatore qual è, lascia che siano le sovrapposizioni vocali e le trame di chitarra a creare un paesaggio sonoro che è pieno ma mai invadente. È l’inizio di un viaggio che procede per sottrazione, in cui la voce baritonale si fa carico di un minimalismo lirico che mette i brividi.
L’album procede come una raccolta di appunti da un diario da campo dell’anima. In “The Man I’m Supposed to Be”, l’oscillazione tra modo minore e maggiore rispecchia il dondolio interiore di chi cerca di fare i conti con le aspettative e la mortalità. “From now on, I start living my life / like the next day I’ll be dead” è una risoluzione zen, e Callahan la consegna con quel suo consueto humour arido. È l’arte di essere profondi senza mai diventare pesanti.
Un capitolo a sé merita “Lonely City”, una dichiarazione d’amore per Austin che travalica la geografia per diventare mappa interiore. “I go all around the world / first thing I do / when I get back to you / is walk around and see what’s new”: il trillo della chitarra si mescola al folk più classico, e ci si chiede se sia nostalgia, curiosità o la semplice accettazione del fluire delle cose. Forse tutte e tre, forse nessuna. È questa ambiguità a rendere il disco così magnetico. E quando su “West Texas” riflette sul fatto di essere ormai prossimo ai sessant’anni, lo fa con una leggerezza che trasforma l’inconsistenza ultima della vita in un dato di fatto, non in un lamento.
Se c’è un filo conduttore che lega queste nove tracce, è il concetto buddista di annata: l’assenza di un sé permanente e indipendente. Callahan sembra aver interiorizzato l’idea che l’identità sia un’illusione, e da questa consapevolezza trae una libertà espressiva rara. In “Highway Born”, con il pianoforte tintinnante e la pedal steel a creare un’aura sognante, il touring diventa metafora di una nascita perenne (“Feels like I was born there and am being born still”). La ricerca di saggezza, qui, non è più un vezzo intellettuale, ma la ragione stessa dell’esistere.
E poi c’è la musica, magnifica e imprevedibile. L’improvvisazione la fa da padrona, con la band che suona come se stesse scoprendo i brani in diretta. Jim White, alla batteria, tesse trame inventive che dialogano con le chitarre e con i backing vocals di Eve Searls, creando un tappeto sonoro che a tratti evoca il calore di un Van Morrison ai tempi di Tupelo Honey. La title track è un gioiello di arrangiamento, ma è in “Stepping Out For Air” che l’album tocca forse il suo apice, una gemma assoluta che da sola varrebbe l’ascolto.
In un’epoca di iper-consumismo e autocelebrazione ossessiva, un disco che parla di cancellazione del sé, di ascetismo e di accettazione potrebbe sembrare un controcanto fuori dal tempo. E forse lo è. My Days Of 58 è un disco meraviglioso, che si colloca agilmente tra i migliori della sua sterminata discografia. È la prova che, a quasi quarant’anni di carriera, Bill Callahan non ha bisogno di alzare la voce per essere ascoltato. Basta che sussurri.
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