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Dopo decenni di “silenzio” i Pulp tornano a (far) “parlare” di sé con “More” 

di Marco Sica
10 Giugno 2025
in Focus On, Primo Piano
Tempo di lettura: 9 minuti
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È un’epoca segnata dai grandi ritorni … gruppi o musicisti che dopo anni (decenni) di silenzio decidono di affollare nuovamente gli scaffali dei negozi di dischi con un loro nuovo LP; operazioni che talvolta si mostrano più che riuscite (come per i The Cure con il loro “Songs of a Lost World”, per i The Jesus Lizard con “Rack” o come per i The The con “Ensoulment”), talvolta riuscite solo a metà (come per i Karate con “Make It Fit”)… sono i primi titoli che mi sono venuti in mente.

Ebbene ora è la volta dei Pulp che, dopo 24 anni dalla loro ultima “fatica discografica”, hanno congedato “More” (Rough Trade Records).

– Premessa 

Correvano gli anni novanta quando l’Inghilterra fu scossa dal brit-pop, un movimento musicale che con sapiente astuzia “commerciale” recuperava le vecchie soluzioni “pop” e “attualizzandole” le (ri)proponeva, in antitesi al made in USA, a un mercato musicale con una formula ideale per chi fosse o troppo “pulito” per il grunge (giunto proprio nei primi anni novanta al massimo successo) o troppo “ordinario” per il nascente post rock/indie rock (e derivazioni), ed affezionato (per amore di gioventù) a echi nostalgici cari alla terra di Albione.

Su queste pagine ha avuto modo più volte modo di scrivere alcune mie considerazioni in merito al decennio che va dal 1990 al 2000, evidenziando come lo consideri una delle decadi più illuminate che, a partire da quel capolavoro assoluto che è “Spiderland” degli Slint, tra post rock, slowcore, indie rock… ha segnato in modo indelebile la storia della musica con gruppi e musicisti di pregio assoluto; ad esempio (e non solo) in occasione della recensione di “Bird Machine” degli Sparklehorse scrissi: ‘Correva la metà gli anni novanta, e mentre il grunge si era ormai imposto con forza quale movimento “alternativo” (sebbene nel tempo, con una visione revisionista, si può affermare che fosse diventato suo malgrado un fenomeno mainstream), la musica aveva già elargito gruppi e dischi “capolavoro”, non assunti a fenomeni di massa nonostante il loro valore artistico eccelso (basterebbe citare, da un interminabile elenco, solo “Spiderland” degli Slint, “Down Colorful Hill” dei Red House Painters, “Frigid Stars” dei Codeine, “The Serpentine Similar” dei Gastr del Sol, “Transient Random Noise Bursts With Announcements” degli Stereolab, “Loveless” dei My Bloody Valentine, “Twin Infinitives” dei Royal Trux, “I Could Live In Hope” dei Low …). Al giro di boa del decennio, tra essi (e in ottima compagnia con altrettanti capolavori quali “Perfect From Now On” dei Built to Spill, “Millions Now Living Will Never Die” dei Tortoise, “Bufo Alvarius” dei Bardo Pond, “Labradford” dei Labradford, “Ocean Songs” dei Dirty Three, “In the Aeroplane over the Sea” dei Neutral Milk Hotel, “Exploded Drawing” dei Polvo …) un posto di rilievo lo ebbe (e tuttora lo ha) “Vivadixiesubmarinetransmissionplot“ degli Sparklehorse ….’.

–          1994/1998 il quinquennio d’oro dei Pulp

Ebbene, proprio nel bel mezzo del 1990, i Pulp (sostanzialmente una creatura di Jarvis Cocker, unica costante negli anni)  danno alle stampe nel 1994 “His ‘n’ Hers” e (soprattutto) nel 1995 “Different Class” destinati a diventare due classici della loro discografia e, a loro modo, del decennio “brit-pop” sebbene celassero tra i solchi ancora chiare reminiscenze sonore anni ottanta synth-pop (personalmente ho sempre faticato a legarli a doppio filo al “genere” brit anni novanta); ascoltando “His ‘n’ Hers” e “Different Class” non si può non convenire che siano effettivamente due dischi “ineccepibili” nell’esatta fusione di melodia, arrangiamenti, richiami agli eighties e all’alt-rock “di facciata” (bastano i soli “Do You Remember the First Time?” da “His ‘n’ Hers” e “Common People” da “Different Class” per dimostralo); a chiudere un ideale trittico, poi, il “possente” “This Is Hardcore” (del 1998), probabilmente il loro lavoro più maturo e “aristocratico”, esatta miscellanea di glam e art-rock, nel complesso meno “immediato” di “Different Class”, più cupo, ma per taluni versi superiore nella capacità di trovare una forma canzone “definitiva”. In sostanza (e senza possibilità di smentita) i Pulp nell’arco di un quinquennio (ma con un decennio di ritardo) trovano la loro quadratura del cerchio.

Con piglio volutamente “provocatorio”, mi sento di affermare che se “His ‘n’ Hers”, “Different Class” e “This Is Hardcore” fossero stati pubblicati nella prima metà degli anni ottanta (o anche a cavallo della metà del decennio) sarebbero stati dei (veri) capolavori.

–          1983/1992: la formazione

Non a caso, i Pulp, negli anni novanta, erano attivi sulle scene già da un decennio: è del 1983 il loro mini – LP d’esordio “If” composto per lo più da “essenziali” canzoni mosse tra sonorità acustiche e rock dal sapore wave. Solo con “Freaks (Ten Stories About Power, Claustrophobia, Suffocation and Holding Hands)” del 1987 (e con l’ingresso di Candida Doyle alle tastiere che diventerà nel tempo altra costante dei Pulp), inizia a prendere forma una maggiore struttura e identità per un lavoro più complesso, in parte art, ma ancora ondivago (basta ascoltare la frattura tra i due brani d’apertura “Fairground” e “I Want You”) con l’ago della bussola che non indica una precisa direzione, perdendosi tra teatralità e “vocalizzi” da coro di chiesa (come quelli della voce in “Life Must Be So Wonderful”). Con “Separations” (del 1992) la componente “romantica”, “decadente” e synth-pop (con ritardo sui tempi) assume sempre più forma e peso come testimoniano per tutte “Separations”, “Countdown”, “My Legendary Girlfriend”…

–          Da “We Love Life” alla carriera “solista” di Jarvis Cocker

Dopo “This Is Hardcore”, nel 2001 i Pulp ci avevano salutato con l’ultimo loro LP in studio “We Love Life”, disco che consolidava il formato pop senza nulla aggiungere ai tre precedenti segnando anzi un evidente passo indietro verso una formula orami certa ma “stanca”, più “leggera”, meno “sofisticata” e a tratti (nuovamente) più cantautorale e con lo sguardo volto verso gli esordi; da citare poi le numerose raccolte (anche di singoli) uscite nel tempo e i live tra cui “Intro The Gift Recordings” (del 1993), “Masters of the Universe” (del 1994), “Countdown 1992–1983” (del 1996) e “The Peel Sessions” (del 2006), pubblicazioni perlopiù tese solo ad affollare di brani e di “versioni” la loro discografia come d’altra parte è da sempre di moda per artisti che, raggiunta la notorietà, “scavano” negli archivi per i fan restituendo materiale non sempre strettamente “necessario”.   

Dopo il 2001 Jarvis Cocker si dedicherà a una carriera lontana dai Pulp: nel 2003 la pubblicazione in duo con Jason Buckle, come Relaxed Muscle e con lo pseudonimo Darren Spooner, dell’interessante disco di elettropop “A Heavy Nite With…”; nel 2006, a suo nome, il variegato, “radiofonico” (brit)pop “Jarvis”; nel 2009 il più muscolare, hard e glam “Further Complications”.

Nel 2019, con Chilly Gonzales, Jarvis Cocker dà alle stampe il particolare “Room 29”, per pianoforte e voce, lavoro sospeso tra narrazioni, spoken e teatralità, mostrando così la sua “irrequieta” capacità di esplorare universi musicali vari, restituendo quello che è probabilmente il suo lavoro senza i Pulp più interessante e “coraggioso”. 

Nel 2020 il ritorno all’elettronica e a una certa cupezza con il progetto Jarv Is che dà alla luce “Beyond the Pale”, mentre è del 2021 “Chansons d’Ennui Tip-Top” (album di cover di brani francesi); nel 2022, a nome Jarv Is, il tempo anche di curare la colonna sonora di “This Is Going to Hurt”. 

–          “More”

Ora, come Pulp, a distanza di 24 anni dal suo predecessore, è la volta di “More” (Rough Trade Records); sul sito della Rough Trade (https://www.roughtrade.com/de/product/pulp/more#51612520579403) consultato il 6.6.25, si legge: ‘Well: when we started touring again in 2023, we practiced a new song called “Hymn of the North” during soundchecks and eventually played it at the end of our second night at Sheffield Arena. This seemed to open the floodgates: we came up with the rest of the songs on this album during the first half of 2024. A couple are revivals of ideas from last century. The music for one song was written by Richard Hawley. The music for another was written by Jason Buckle. The Eno family sing backing vocals on a song. There are string arrangements written by Richard Jones and played by the Elysian Collective’.

Va preliminarmente detto che la pubblicazione di “More” è stata anticipata da due (poco convincenti) singoli.

Il primo, “Spike Island”, “riesuma” un “canterino” electro pop d’annata che se immaginato acustico sarebbe radiofonica ballata on the road.

Il secondo “Got to Have Love” è brano da dancefloor di fine anni settanta, ideale quale colonna sonora per un film di genere, né aiuta la coda epica con piglio “rock”. 

Uscito il disco è però doveroso “riavvolgere il nastro” e, mettendo in ordine i brani, operare una valutazione di “More” nel suo complesso.

Dopo l’apertura affidata al singolo “Spike Island”, è la volta di “Tina” che abbandona l’elettronica e assume le forme di una ballata (art)rock, complessa e mutevole, per un brano che risulta essere sicuramente più valido dei citati singoli.

Se con “Grown Ups” si prosegue su strade rock fortemente narrative, “Slow Jam” richiama passati collaudati e riusciti stilemi di decenni fa.    

Chiude il Side A la delicata ed “elegante” “Farmers Market”.

Girato il vinile, “My Sex” si fa “notturna” e “sinuosa” nel suo ritmo e anch’essa affonda le radici nel tempo, in una terreno glam/wave.   

Tocca quindi a “Got To Have Love” (di cui si è già parlato) che, sebbene spezzi l’ascolto, nel complesso del disco, al pari di “Spike Island”, va rivalutata.  

“Background Noise” assolve alla sua funzione romantica e “dandy”, matrici che segnano anche l’“acustica” ballata folk/space “Partial Eclipse”.

“The Hymn Of The North” è riuscita e bella composizione con ottimi cambi di registro su una struttura quasi progressive.

Chiude l’assolata e rilassata “A Sunset”, radiofonica e ideale colonna sonora per un viaggio al “tramonto”. 

Riposto il vinile, a dispetto della prima sensazione trasmessa dai due singoli che ne hanno anticipato l’uscita, si può dire che con “More” i Pulp, dopo decenni di “silenzio”, siano tornati a (far) “parlare” di sé con un disco che nel complesso si fa ascoltare con estrema piacevolezza.

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