Circa due anni fa avevamo “celebrato” il ritorno di Jack White ad una musica bella e convincente con la pubblicazione di “No Name”.
Come esposto nell’articolo ‘Jack White risorge dal “Lazaretto” e rinasce con “No Name”’ (contenente un approfondimento sulla carriera di White a cui si fa rimando e di cui si invita alla lettura anche per meglio comprendere le considerazioni su “Frozen Charlotte”), dopo alcuni passi falsi (su tutti “Boarding House Reach” del 2018, ma anche “Fear of the Dawn” del 2022 e “Lazaretto” del 2014), con “No Name” del 2024 White aveva nuovamente trovato la via maestra; non a caso si scrisse: ‘Come anticipato, quanto sino ad ora scritto si è reso necessario per meglio calibrare il valore di “No Name”, un lavoro discografico che (tralasciando le particolari politiche promozionali e di vendita) restituisce nei suoni e nella scrittura un Jack White più “puro” e vicino alle sue origini, e ciò (almeno allo scrivente) non può che far piacere ed essere motivo di pregio. Spariscono l’invadenza dei sintetizzatori (e con essi dell’elettronica), la voglia di sperimentare oltre il necessario e l’architettura di stampo progressive nelle strutture dei brani”.
- La bella parentesi live
A “No Name” White ha poi affiancato una serie di concerti immortalati in torrenziali live: “Break It All Down!!!” (pubblicato dalla Third Man Records), con Patrick Keeler alla batteria, Dominic Davis al basso e Bobby Emmett alle tastiere, ne raccoglie un fulgido esempio con in scaletta tanto brani nuovi (“Old Scratch Blues”, “That’s How I’m Feeling”, “Archbishop Harold Holmes”…) quanto vecchi classici (“Seven Nation Army”, “The Hardest Button To Button”) e cover illustri (“TV Eye”, “Catfish Blues”); come “No Name…..Tour….” on line si possono poi trovare diversi altri esempi di “singole date”.
Frozen Charlotte by Jack White
Da citare poi il più “contenuto”, ma non per questo meno bello, EP “No Name Live” da cui basta ascoltare anche il solo pacchetto tratto da “No Name” (“That’s How I’m Feeling”, “Old Scratch Blues”, “Archbishop Harold Holmes”, “Morning at Midnight” e “Whats the Rumpus”) per comprenderne il “piglio al vetriolo” e il “singolo” “Live at Ford Field” con le partecipazione di Eminem.
- “Frozen Charlotte”
Oggi, con “Frozen Charlotte” (Third Man Records), Jack White (ancora con Patrick Keeler alla Batteria e Percussioni, Dominic Davis al Basso e Bobby Emmett all’Hammond Organ e alle seconde Voci) riparte da “No Name” per proporre una miscela cruda di rock marchiato a fuoco dal blues e dal rock and roll in chiave “hard rock”.
Si parte con il ruvido rock-blues di “G.O.D. And The Broken Ribs” a cui fa seguito l’altrettanto abrasiva “Derecho Demonico” segnata da un visionario e “spaziale” assolo di White e da uno “sporco” assolo di Emmett.
Se “There’s Nobody There” si distingue per il particolare riff iniziale e per i ripetuti cambi, “Raising The Grain” si veste di rock tribale…
“You’ll Never Fix Me” aumenta i giri dapprima martellando per poi virare su più ordinarie coordinate hard rock con tanto di collaudate “aperture” perfette per coinvolgere di pubblico dal vivo…e con Emmett anche al mellotron.
Con “Nobody Knows” tornano sia il riff a effetto che un’efficace linea vocale nel ripetuto “Nobody Knows”… bello il cambio con l’Hammond a far da tappeto alla chitarra…
“Dollar Bill” è tanto rock blues quanto in stile Led Zeppelin… dopo alcuni passaggi di chitarra ci si aspetterebbe l’attacco della voce di Robert Plant dei tempi d’oro.
Con “I Can’t Believe What I’m Hearing” (con Olivia Jean al basso) il disco continua a girare di gran carriera con sentori anche più radiofonici… così come ben gira con la riuscita “Thick As Thieves”.
Sostanzialmente la matrice utilizzata continua a essere la stessa, forte di carica, e così si procede senza un momento di respiro con “All Alone Again” (per sola voce, chitarra e batteria) dal bell’assolo di chitarra e da un più (per quanto possibile) riflessivo passaggio centrale, “She’s In A Frenzy” (con David James in aggiunta alle percussioni e White anche all’ugly stick) e “Making Contact”.
Solo con la conclusiva “Neighbors Blues” (con le percussioni accreditate alla band) i “toni calano” sebbene i suoni restino aspri e ruvidi… uniche pecche a parere di chi scrive sono il breve intro, l’utilizzo di effetti “delay” sulla voce e il senso di “epicità” che a tratti prende il sopravvento…
- Conclusione
Terminato l’ascolto si può dire che con “Frozen Charlotte” Jack White ha continuato a scavare nel granitico solco segnato con “No Name”, puntando su un più “duro” rock, con influenze rock blues e rock and roll…
Personalmente però ritengo “No Name” superiore a “Frozen Charlotte” poiché forte di composizioni quali “Old Scratch Blues”, “That’s How I’m Feeling”, “Archbishop Harold Holmes”, “What’s the Rumpus?” “Terminal Archenemy Endling” … che gli conferiscono un prticolare segno distintivo e una maggiore varietà assenti in “Frozen Charlotte”.
Per uno strano destino si chiuse l’articolo di “No Name” scrivendo: ‘Con “No Name” White si è, quindi, riscoperto dotato autore di musica rock, riuscendo a essere giusto alfiere di un credo, lì dove di recente altri suoi colleghi illustri hanno fallito (per tutti i Deep Purple di “=1”)’. Ebbene, in questi giorni è stato pubblicato anche il nuovo disco proprio dei Deep Purple e, anticipando qui le mie impressioni su esso, si può dire che anche oggi come allora White abbia colto nel segno ben più dei Depp Purple.
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