Erano i tempi delle superiori, non ricordo l’anno preciso, ma erano i primi anni novanta. Ricordo che il mio amico e vicino di casa di pochi anni più grande di me, Eddy, studiava chitarra. Un pomeriggio a casa sua mi parlò dei Led Zeppelin e in particolare del loro live “The Song Remains the Same”; con la poesia che contraddistingue quell’età adolescenziale, subii il fascino di quel disco e con esso dei Led Zeppelin, gruppo che come per tanti altri ragazzi della mia età fu poi oggetto di studio sul proprio strumento e di “cover” nelle prime esperienze dal vivo nei locali (per certo ho memoria di aver suonato “Heartbreaker” e “Living Loving Maid (She’s Just a Woman)”).
Ora, a distanza di più di trent’anni da quella scoperta, Robert Plant, la Voce dei Led Zeppelin (e per me la più significativa voce del rock/hard rock dell’epoca, almeno fino al 1973 prima che Plant ne iniziasse a “registrare” il calo; non me ne voglia Ian Gillan) ha pubblicato con Suzi Dian “Saving Grace” (Nonesuch Records).
Per una strana coincidenza … il brano d’apertura di “Saving Grace” è “Chevrolet”… ebbene la prima volta che ho sentito eseguire questo brano fu quando, sempre da ragazzo, acquistai “Handful Of Blues” di Robben Ford & the Blue Line… anche questo disco su suggerimento del mio amico Eddy.
Prima di parlare di “Saving Grace”, è doveroso però fare una premessa e ripercorrere (brevemente) la carriera solista di Plant.
- Premessa: le carriere soliste
La fine degli anni sessanta e i primi anni settanta (è questo il periodo che prenderemo come riferimento e come “madre” della nostra osservazione, sia perché riguarda Robert Plant, sia perché è opportuno per motivi di economicità restringere il campo d’analisi) hanno visto l’ascesa di gruppi destinati a scrivere una pagina importante della storia della musica; da questi gruppi, poi nel tempo, alcuni musicisti hanno deciso di intraprendere carriere soliste (o fondare formazioni facenti a loro capo fin dal nome), carriere ora parallele, ora nate all’alba dello scioglimento del gruppo di appartenenza.
Non sempre però, malgrado il nome alti, tali carriere (sotto il profilo artistico) sono state degne di nota.
Per citarne alcune… meritorie sono senza alcun ombra di dubbio quelle di Robert Wyatt, di Kevin Ayers, di Klaus Schulze, di Peter Gabriel, di Robert Fripp, di Brian Eno, di Neil Young (superiore anche a quella con i Buffalo Springfield), di Ozzy Osbourne (nei limiti espressi nel recente speciale su di lui), di Eric Clapton (sebbene lo scrivente non ne sia un estimatore come osservato già in più occasioni), di Steve Winwood, di Roger Waters (oggi in ragione di “This Is Not a Drill” e delle posizioni politiche assunte), di Peter Green (quantomeno per il suo “The End Of the Game”), quella di Lou Reed, quella di John Cale, quella di Van Morrison (superiore anche a quella con i Them)… più per notorietà che per meriti squisitamente artistici quella (seppur breve) di John Lennon, quella di Paul McCartney e di Phil Collins (solista che non mai apprezzato nemmeno nel progetto Brand X).
Meno convincenti si sono mostrate quelle di musicisti che, malgrado fossero icone e punti di riferimento nei loro gruppi “d’origine”, non si sono espressi come “sperato” nei loro nuovi “progetti”; si pensi a David Gilmour, Ritchie Blackmore (se si esclude la parentesi Rainbow), Jack Bruce, Jerry Garcia, Keith Emmerson, Rick Wakeman, Steve Hackett, Pete Townshend, Ian Gillan, Jimi Page…. e a Robert Plant.
- Robert Plant e gli anni ottanta
Robert Plant (ma questa è una sorte che accompagnerà anche gli altri membri dei Led Zeppelin ad eccezione forse solo di John Paul Jones che cercherà anche altre vie come la collaborazione con Diamanda Galás), al di là dei successi di vendite riscontrati (ci limiteremo a una valutazione artistica secondo il nostro punto di vista), segue la via discendente che aveva già colpito i Led Zeppelin destinati, dopo “Houses of the Holy” (del 1973), a una produzione di buone e talvolta ottime canzoni all’interno però di dischi che nel loro complesso si mostravano sempre più mediocri (delle composizioni originali del periodo oltre alla bella “Kashmir” ho sempre avuto un debole per “Achilles Last Stand” che resta tra i brani dei Led Zeppelin che amo di più).
L’esordio di Plant solista, affidato a “Pictures at Eleven” (del 1982 con Phil Collins e Cozy Powell alla batteria), è all’insegna di un hard rock “AOR” (“Burning Down One Side”, la ballata “Like I’ve Never Been Gone”) in cui compaiono anche brani in stile Led Zeppelin (“Worse Than Detroit”, “Mystery Title”) e alcune composizioni più interessanti come “Slow Dancer” (che porta con sé comunque echi del periodo Led Zeppelin di “Physical Graffiti”/“Presence”).

Il successivo “The Principle of Moments” (del 1983), sebbene conservi la matrice rock (“Other Arms”), la edulcora (“Messin’ with the Mekon”), anche con contaminazioni orientaleggianti (“Wreckless Love”…), e inizia a calarsi (maggiormente) nelle sonorità anni ottanta con un gusto pop (si ascoltino la hit “Big Log”, “In the Mood”, “Thru’ with the Two Step”), operazione questa che culmina in “Shaken ‘n’ Stirred” (del 1985), intriso di elettronica e di “tastiere” troppo spesso fuori posto (“Too Loud”, “Hip to Hoo”, “Little by Little”…) per un Plant che faticosamente cerca di coniugare il “vecchio” con il “nuovo” (come in “Kallalou Kallalou” o in “Easily Lead”); da segnalare del 1984 l’album di brani anni cinquanta “The Honeydrippers: Volume One” che, oltre a Plant vede anche la partecipazione, tra gli altri, di Jimmy Page, Jeff Beck, Nile Rodgers, Dave Weckl…
Il rapporto tra Robert Plant e gli anni ottanta non sembra, quindi, sortire buoni frutti, tanto che perfino la “reunion” con i Led Zeppelin (per quanto non fosse una vera reunion) per il Live Aid del 1985 si rivelò un insuccesso, complice anche la celebre partecipazione alla batteria di un Phil Collins non perfettamente “amalgamato”.
Anche “Now and Zen” (del 1988) delude malgrado il tentativo di recuperare una “scrittura” più prossima al rock anni settanta e meno anni ottanta (permane un uso importante di tastiere e un suono coevo ai suoi tempi come “The Way I Feel”, in “Why” o nella più celebre ballata “Ship of Fool”) e il cambio nel ruolo di chitarrista che, dal “fidato” Robbie Blunt, passa a Doug Boyle; il risultato non è convincente nemmeno nei brani che vedono la partecipazione di Jimi Page (“Heaven Knows” e “Tall Cool One”; questa sembra una sbiadita copia dei vecchi Led Zeppelin).
- Robert Plant e gli anni novanta
L’operazione fallita con “Now and Zen”, riesce due anni dopo con “Manic Nirvana” che, sebbene senza particolari sussulti, inaugura gli anni novanta di Plant all’insegna di un ritrovato “rock” duro (come chiarisce sin da subito “Hurting Kind (I’ve Got My Eyes on You)”), con un piede piantato in una più “contemporanea” realtà (“Anniversary”, “She Said”…).
“L’esperimento” dura poco poiché la base “rock” di “Maniac Nirvana” viene stravolta e contaminata anche con strumenti e influenze “etniche” in “Fate of Nations” (del 1993), per un progetto che mostra un Robert Plant più a suo agio rispetto ai lavori precedenti tra rock (“Promised Land”, “Network News”), un ritrovato esteso folk (“Calling to You”, l’acustica “Colours of a Shade”), orchestrazioni (“If I Were a Carpenter”, “The Greatest Gift”) e autore di liriche più espressive; la toccante “I Believe”, sebbene più ordinaria nella musica e in stile U2, la radiofonica “29 Palms” e la “black” “Great Spirit” (bella la versione acustica) trovano qui una più coerente collocazione. Con la citata “If I Were a Carpenter” ci sta spazio per l’omaggio a Tim Hardin (per un brano interpretato nel tempo da diversi artisti).
Ed alcune idee acustiche/etniche di “Fate of Nations” troveranno la “complicità” di Jimmy Page nel disco live “No Quarter: Jimmy Page and Robert Plant Unledded” del 1994.
- Robert Plant e Jimmy Page
Correva l’anno 1994 ed essendo all’epoca già “consumatore” dei Led Zeppelin (per le ragioni esposte in apertura d’articolo) con enorme curiosità, interesse ed aspettative acquistai appena uscito “No Quarter: Jimmy Page and Robert Plant Unledded”, un lavoro che se dal lato della rilettura di alcuni brani dei Led Zeppelin si mostrò interessante, dall’altro, quello degli “inediti”, alquanto deludente… confermando la scarsa vena creativa di Page e Plant post Led Zeppelin; ciò malgrado i due musicisti si facciano accompagnare da “orchestrazioni” e da musicisti tanto occidentali (London Metropolitan Orchestra) quanto mediorientali (Egyptian Ensemble, Musicians in Marrakech).
Messo il CD nel lettore… parte una bella versione di “Nobody’s Fault but Mine” (da “Presence”) che, con una scarna “No Quarter” (da “House of the Holy”) ed un’esatta “Kashmir” (da “Physical Graffiti”) nella sua esecuzione con l’Egyptian Ensemble e con la citazione a “Black Dog”, segnano i momenti migliori d’ascolto. Deludenti, come detto, inveci gli inediti (anche nella più riuscita “Wonderful One”) così come gli altri brani dei Led Zeppelin che non sorprendono più di tanto rispetto agli originali o risultano addirittura appesantiti dalle orchestrazioni come nel blues di “Since I’ve Been Loving You” (da “Led Zeppelin” III) e in “Four Sticks” (da “Led Zeppelin IV”).
Che il duo Page-Plant non fosse ispirato più di tanto lo conferma ulteriormente il “fiacco” “Walking Into Clarksdale” del 1998. Il disco suona “anonimo” nonostante la presenza al missaggio e alla registrazione di Steve Albini, con momenti discutibili come gli “archi” di “Upon A Golden Horse” o con riferimento al recente passato nei “radiofonici” richiami orientaleggianti di “Most High”.
Se Plant sino a quel momento non aveva brillato nei progetti solisti, Page aveva “fallito” sia da solo (“Outrider” del 1988) che nel celebrato duo con David Coverdale (per l’omonimo disco del 1993; altro CD che comprai alla sua uscita con aspettative che furono però deluse anche nei momenti da nostalgia Led Zeppelin come “Don’t Leave Me This Way”); Page si riprenderà la scena solo con la collaborazione live del 1999 (pubblicazione 2000) con i The Black Crowes per “Live At The Greek” per una carrellata Led Zeppelin (ma questa è un’altra storia).
- Robert Plant e la prima decade del 2000
Gli anni duemila di Robert Plant si aprono per me con il ricordo del suo concerto, il 24 settembre 2000, a Napoli, nella piazza di Masaniello, Piazza Mercato, nell’ambito del tour/progetto The Priory of Brion che vedeva Plant impegnato nella rilettura di brani altrui degli anni sessanta (alcuni già pubblicati – “If I were a Carpenter” – altri che confluiranno poi in “Dreamland” del 2002: “Hey Joe”, “Darkness, Darkness”).
La scelta di Plant di affidarsi ad una “scrittura” di base non sua e di operare una rilettura personale di brani altrui, risulta saggia operazione (in effetti già i Led Zeppelin si erano mostrati abili in ciò; si pensi ai loro successi quali “Babe I’m Gonna Leave You”, “Dazed and Confused”, “In My Time of Dying”… e in parte anche “Whole Lotta Love”).
E così “Dreamland” (del 2002) tra “cover” e brani inediti ma con richiami a composizioni di altri artisti si lascia ascoltare con estrema piacevolezza già dall’apertura affidata a “Funny in My Mind (I Believe I’m Fixin’ to Die)” per spiccare con le belle “Win My Train Fare Home (If I Ever Get Lucky)”, “Darkness, Darkness” (dei The Youngbloods) e con una sperimentale “Hey Joe” (di Billy Roberts); ancora da citare quantomeno “Morning Dew” (di Bonnie Dobson) e “Song to the Siren” (di Tim Buckley).
A nome Robert Plant and the Strange Sensation del 2005 è “Mighty ReArranger”; parte dei musicisti (Justin Adams, John Baggott e Clive Deamer) sono gli stessi di “Dreamland” (a cui si aggiungono Billy Fuller e Liam “Skin” Tyson) ma questa volta il disco è di “inediti” per un “rock” contaminato da moderata “elettronica” (“Tin Pan Valley”) e da ritmi “etno/afro” (“Another Tribe”, “Takamba”, “Somebody Knocking”…). Plant canta con “passione” e “maturità” (a 57 anni non avrebbe più senso replicare la voce che fu con i Led Zeppelin; come detto Plant mantenne la sua Voce almeno fino al 1973 per poi iniziare in parte a “perderla”) e il risultato è buono come dimostrano anche “Shine It All Around”, “Freedom Fries”, la ballata folk “All the Kings Horses”, la lisergica “The Enchanter”, la desertica “Let the Four Winds Blow”, il rock blues di “Mighty ReArranger”. “Mighty ReArranger” arriva solo con estremo ritardo… essendo il lavoro che Plant avrebbe dovuto pubblicare negli anni ottanta per lasciare un mglior segno post Led Zeppelin.
Il 2007 vede con “Raising Sand” la prima collaborazione tra Robert Plant e Alison Krauss (voce e fiddle), per un disco nuovamente di “cover” che si rivela troppo “molle” e senza piglio soprattutto in brani che meriterebbero più carattere nell’esecuzione come testimonia da subito “Rich Woman” in apertura. Tutto il lavoro appare eccessivamente “rilassato” (“Killing the Blues”) e la voce di Alison Krauss non “adatta”, poiché poco caratterizzante, come in “Sister Rosetta Goes Before Us” o in “Trampled Rose” di Tom Waits e Kathleen Brennan. Nemmeno la presenza dell’esperto Marc Ribot aiuta a risollevare le sorti di un disco “medioso” e noioso con punte anche di “pop” anni ottanta (“Stick With Me Baby”).
- Robert Plant e la seconda decade del 2000
Il passaggio dalla prima alla seconda decade del 2000 vede Robert Plant recuperare il vecchio “nome” Band of Joy (gruppo di Plant del 1966/68) e tornare a interpretare “cover” in chiave più rock/folk (elemento che visti i risultati sembra essere a lui quello più congeniale) con la pubblicazione nel 2010 di “Band of Joy”; tra i vari brani anche due omaggi ai Low con “Silver Rider” e “Monkey” e ai Los Lobos (“Angel Dance”) per un lavoro che “gira” bene grazie anche a ottimi musicisti quali Darrell Scott, Buddy Miller e Patty Griffin. “Band of Joy” dimostra come Plant quando ottimamente affiancato si dedica alla rilettura di brani (anche non famosi) altrui, renda splendidamente spaziando anche tra differenti generi (si confrontino “The Only Sound That Matters” e “Falling in Love Again” con le citate “Silver Rider” e “Monkey”).
Plant “forma” quindi i Sensational Space Shifters con (tra gli altri) Justin Adams e Juldeh Camara (che avevano già collaborato tra loro anche con la Real World di Peter Gabriel), per una serie di bei concerti, muovendosi tra nuove versioni dei Led Zeppelin (come la splendida “acustica” e “orientaleggiante” “Black Dog”, “Gallows Pole”, una riuscita tribale “Whole Lotta Love”, una “Rock and Roll” scossa da elettricità e da…), classici in versione elettronica/rock (“Spoonfull”, “Fixin’ To Die”…), brani del suo repertorio “solista” (“Another Tribe”, “Enchanter”….).
E con i Sensational Space Shifters nel 2014 verrà pubblicato “Lullaby and the Ceaseless Roar” che parte dalle contaminazioni folk/etniche (è presente ancora Juldeh Camara) sin dall’apertura affidata alla tradizionale “Little Maggie” che, nel fondere bluegrass con musica africana, mostra anche in chiusura un volto “elettronico”. Sulla medesima scia di contaminazione seguono la più “orecchiabile” e inedita “Rainbow”, la particolare “Pocketful of Golden” in stile world music, “Arbaden (Maggie’s Babby)” con un inizio quasi kraut. Tutto “Lullaby and the Ceaseless Roar” sostanzialmente si colloca su queste coordinate, con un Plant che è riuscito a fondere generi e colori dal mondo, unendo sonorità di diverse decadi (si confrontino “Embrace Another Fall” – vicina anche agli anni ottanta con alla voce Julie Murphy-, l’elettronica di “Turn It Up” e di “Up on the Hollow Hill (Understanding Arthur)”, la folk “Poor Howard”, il radiofonico rock di “House of Love”…).
“Carry Fire” (del 2017) conferma la formazione base e oramai collaudata (Justin Adams, Liam “Skin” Tyson, John Baggott, Billy Fuller, Dave Smith), screma le contaminazioni ma paga un suono però più patinato e (nuovamente) “molle” come in “New World…”, “Season’s Song”, “Dance with You Tonight”, “A Way with Words”, “Heaven Sent”… pecca che colpisce anche i momenti che avrebbero meritato una più cruda esecuzioni (“Carving up the World Again… A Wall and Not a Fence”, “Bones of Saints” e “Carry Fire”). Fuori luogo appare poi l’elettronica di “Keep It Hid” e di “Bluebirds over the Mountain”.
Sebbene del 2021 (quindi fuori “decade”) per economicità tratteremo in questo “paragrafo” anche “Raise the Roof”, la seconda collaborazione tra Plant e Alison Krauss, lavoro che sostanzialmente prosegue quanto di non buono espresso in “Raising Sand”: brani altrui arrangiati ed eseguiti in modo troppo “leggero” e “pop” (sebbene oltre al Marc Ribot alla chitarra ci sia anche Bill Frisell) anche nei momenti più riusciti, come dimostrano le occasioni sprecate con “The Price of Love”, “Can’t Let Go”, “Last Kind Words Blues”, “High and Lonesome” e con la dura “Somebody Was Watching Over Me”… raggiungendo finanche punte mainstream (“Searching for My Love”). Nel 2024 uscirà a nome Plant/Krauss un più interessante “singolo” contenente una versione live di “When the Levee Breaks”.
- “Saving Grace”

Sul sito della https://www.nonesuch.com/artists/robert-plant, consultato il 2 settembre 2025 si legge: “Robert Plant’s Saving Grace, his first album with a new band of distinguished players, is what he calls “a song book of the lost and found.” Its genesis was during lockdown, when Plant’s customary wandering was all but forbidden. It was in the English countryside that he connected closely to this diverse group of musicians—vocalist Suzi Dian, drummer Oli Jefferson, guitarist Tony Kelsey, banjo and string player Matt Worley, cellist Barney Morse-Brown—who had a shared lean towards his corners of evocative song. Produced by Plant and the band and recorded over six years in the Cotswolds and on the Welsh Borders, Saving Grace features songs by Memphis Minnie, Bob Mosley (Moby Grape), Blind Willie Johnson, The Low Anthem, Martha Scanlan, Sarah Siskind, and Low”.
Siamo, quindi, nuovamente in presenza di un disco che rilegge brani altrui/tradizionali; e in ragione anche di quanto fino ad ora detto, la cosa non dispiace; con Plant e Dian sono Matt Worley, Tony Kelsey, Oli Jefferson e Barney Morse-Brown.
Passando all’ascolto… ottima è l’apertura affidata alla bella “Chevrolet”, qui molto in versione Led Zeppelin “acustici”.
Di gusto è anche la tradizionale “As I Roved Out” con i suoi richiami etno-folk.
Se “It’s A Beautiful Day Today” è tenue ballata che si mostra valida alternativa alla bella versione originale dei Moby Grape, “Soul Of A Man” (con Matt Worley alla voce) affonda nel blues venato di “balck music”.
“Ticket Taker” suona piacevolmente e completa un buon primo lato.
Girato il vinile, sono le voci sorrette da bordoni a caratterizzare la tradizionale “I Never Will Marry” prima che “Higher Rock” cavalchi verso territori “hillbilly”.
Interessante è la bella “Too Far From You” (di Martha Scanlan) nel bilanciare folk con rock.
Di pregio poi è l’interpretazione “etnica” di “Evrerybody’s Song” (Plant torna a proporre un brano dei Low), così come convince la “tradizionale” “Gospel” Plough”.
Terminato l’ascolto, alla luce anche di quanto detto nel presente articolo in merito alla sua carriera solista, “Saving Grace” conferma come Robert Plant sia più a suo agio quando, sorretto da buoni musicisti, interpreta brani altrui con sonorità sospese tra folk e rock.
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