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Wolf Alice, svolta pop per The Clearing: sarà vera gloria?

di Francesco Postiglione
10 Novembre 2025
in Focus On, Recensioni, Speciali
Tempo di lettura: 8 minuti
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Non potremo mai sapere se la svolta radicale delle sonorità di The Clearing, nuovo disco della band inglese di Ellie Rowsell e soci, dipenda dall’aver inciso, in piena esplosione di carriera, al quarto appuntamento con un LP di inediti, con un’etichetta major, Columbia, rispetto alle etichette indipendenti dei tre dischi precedenti.
Oppure se questa svolta dipenda da scelte artistiche, o addirittura personali, come annunciato dal singolo uscito ben prima dell’album, il frizzantissimo Bloom Baby Bloom, dove Ellie canta chiaramente di essere stanca di suonare musica tosta: (“Look at me trying to play it hard/ I’m so sick and tired of trying to play it hard”).

Fatto è che The Clearing è un cambiamento enorme rispetto al post-rock e al post-punk che i Wolf Alice, unici forse nel panorama mondiale contemporaneo a conciliare questi due generi in uno stesso stile, avevano abbracciato nei primi tre dischi e nella lunga serie di EP che li hanno fatti conoscere al pubblico mainstream.
Se Moaning Lisa Smile, You’re a Germ, Your Loves Whore, Yuk Foo, Beautifully Unconventional, i pezzi più noti dei primi due dischi, avevano presentato la band londinese, formata anche dal chitarrista Joff Oddie, del batterista Joel Amey, del bassista Theo Ellis, come band post-punk al femminile, e se Blue Weekend (2021), disco del decennio se non di più, aveva rivelato l’anima post-rock e quasi dream pop che pure c’era già in My Love is Cool (2015) e Visions of a Life (2017), oggi The Clearing, a quattro anni dal precedente, vira decisamente verso altre direzioni.

Ellie aveva già dichiarato in diverse interviste, all’epoca dell’uscita di un EP che col senno di poi diventa tremendamente significativo per comprendere questa svolta, ovvero la versione acustica di Blue Weekend intitolato Blue Lullaby (2022), che voleva concentrarsi sula voce e non porsi come ragazza cattiva di una rock band con il look, che fino a poco tempo fa era quello di una Avril Lavrigne appena un po’ più matura, e oggi nelle foto del disco è quello di una disco-dancer anni ’70 tutta brillantata.
Quella inflessione in chiave acustica e delicata del disco più importante della loro carriera (e fra i più importanti del primo quarto di secolo per il rock mondiale) praticata attraverso versioni ballad e dimesse di cinque brani di Bue Weekend, rappresenta oggi a posteriori un inizio di una svolta, di un accantonamento della musica elettrica e poli strumentale verso direzioni più soft, più incentrate sul canto, più sul lirismo e sulla semplicità strutturale. Lo dice la stessa Ellie, quando ammette che ha smesso di imbarazzarsi di apprezzare il soft rock.

Altro elemento di questa svolta è poi la scelta del produttore Greg Kurstin, produttore certo dei Foo Fighters, ma anche di Sia, Adele, del recente Mc Cartney e soprattutto di Liam Gallagher solista, anche lui svoltato verso una musica più “tranquilla” rispetto agli Oasis.
Ma in questo disco Kurstin esegue, cura, ma non forma, né dirige o influenza il disco: la svolta pop o soft rock di The Clearing è una scelta chiarissima, radicale, voluta e rivendicata dalla band in prima persona. C’è meno chitarra e molto più pianoforte e archi, meno rock e molto più swing, soul, venature di jazz. Lo si capisce dal pezzo introduttivo, Thorns, che è sostanzialmente tutto al piano violino e voce, con una splendida esecuzione (manco a dirlo) vocale di Ellie, le cui doti canore, che le permettono letteralmente di far quello che vuole nei cori e negli acuti vocali, non sorprendono oramai più nessuno.
E se Bloom Baby Bloom, singolo di lancio, è forse l’unico pezzo che potrebbe star bene per ritmo, dinamica e “cattiveria vocale” anche nei primi due dischi (sebbene molto più seventies per strumenti usati, rispetto al sound elettrico), e dunque gli è affidato il compito di una certa continuità sonora rispetto al passato, la sequenza successiva di pezzi marca profondamente la differenza rispetto al passato: ci troviamo di fronte a un pop rock alla Lene Marlin, con forte influenze di West Coast, soprattutto in Passenger Seat, ma anche in Just Two Girls, Play It Out, Safe In The World e Bread Butter Tea Sugar. E così è anche la conclusione del disco, affidata al singolo The Sofa, che si muove sullo stesso stile soft.

Ma già solo soffermandosi su questi pezzi, dobbiamo specificare che non ci troviamo di fronte a un fallimento, e non ci troviamo di fronte a un brutto disco. L’impronta Wolf Alice, ovvero la capacità dei talentuosissimi quattro ragazzi di Londra che sorpresero il mondo con l’EP Creature Songs già nel 2014, di trovare melodie inesplorate ma contemporaneamente dal sapore classico, rimane intatta. The Sofa per esempio è più acustico e soft che elettrico e strumentale, ma nel suo ritornello, che pure è un ritornello pop, si coglie immediatamente la capacità dei quattro di essere “diversi dal solito mainstream”.
La sequenza dei primi tre pezzi del disco, poi, Thorns, Bloom Baby Bloom e Just Two Girls, in sé è impressionante per varietà di stili, citazioni, sfumature, all’interno della comune ispirazione anni ’70, fra cui i quattro giovanissimi si muovono in maniera assolutamente disinvolta, come se fossero nati in quegli anni. Il disco insomma esordisce con quella che sembra una esibizione di bravura e competenza nei vari stili e generi, rispetto alla quale la successiva sequenza è più monostile, con Play it Out, Safe In The World e Bread Butter Tea Sugar.

Thorns poi, non a caso posto all’inizio del disco, è un pezzo chiave: annuncia con il suo testo quel che vuole annunciare con la musica, ovvero che Ellie è cambiata. La (ex, a quanto pare) ragazza traviata e “dilaniata” (come dice il titolo) chiaramente riflette su se stessa e si chiede: “Ti ha aiutato il cantare le tue ferite al mondo? Forse sono una narcisista, sono una masochista, a voler fare canzoni di quel che mi fa male”. E infatti la annunciata svolta musicale è nei testi indicata come svolta personale e sentimentale. Ellie canta di un amore recentemente perduto (Passenger Seat, Leaning Against the Wall) e questo deve averla colpita molto, se ha determinato un tale impatto sul suo songwriting. Ma c’è anche una riflessione personale molto importante, legata alla crescita, di colei che era una ventenne all’esordio e ora ha 33 anni, un momento che sicuramente nella vita di ognuno ti porta a fare due conti e qualche valutazione verso il passato.
Ritroviamo questo in Play It Out, sincera e toccante confessione allo specchio di una donna che sa che è molto vicina a farsi sfuggire il momento della maternità (Ellie non risulta essere fidanzata al momento), ma sembra accettarlo e dire a se stessa e al mondo che va bene così. Oppure in The Sofa troviamo la riflessione sulla sua scelta di non andare in California e tentare di sfondare il mercato americano, probabilmente dovuta a pigrizia (simboleggiata dal Sofà immortalato dalla canzone omonima), una pigrizia della quale nella canzone Ellie si perdona.

Ecco, abbiamo di fronte una donna che si guarda allo specchio, si denuncia, si critica, ma poi si perdona: musicalmente, questo passaggio importante della vita di Ellie richiedeva tonalità più dimesse, un songwriting più dolce, un insieme di lyrics meno aggressivo. Questo è The Clearing, che non a caso inneggia nel titolo a una operazione di ripulisti.
Sebbene alcuni pezzi del disco siano eccessivamente esemplificati e asciugati rispetto alla poliedricità degli stili passati (e sono proprio quelli dellla sequenza monistile di Play it Out, Safe In The World e Bread Butter Tea Sugar) e non possono dirsi entusiasmanti, sono comunque pezzi belli, all’interno della svolta soft. Ma il fatto è che l’album è poi ulteriormente qualificato da Midnight Song, White Horses (il terzo singolo) e soprattutto Leaning Against The Wall, dove fa capolino la band di Blue Weekend. Ovvero compare il sound innovativo, fra Dream Pop e Post-rock, che caratterizza il loro disco migliore, e che è una costante della loro innovatività sin dal primo disco.
Midnight Song e Leaning against the Wall in particolare, sono pezzi totalmente alla Wolf Alice: qui ritroviamo la band che abbiamo saputo amare in Last Man on Earth, ma anche in pezzi precedenti come Don’t Delete the Kisses e Space & Time, mentre White Horses (cantato da Joey) si muove a metà fra queste sonorità e lo stile californian-rock dei B-52’s, riuscendo a raggiungere nuove vette melodiche del tutto inedite per la band, senza rinunciare a ritmo e dinamismo, ma accettando di non usare l’elettrica e i sintonizzatori.

Il disco insomma è controverso, ha moltissimi alti ma anche qualche basso, e se non si può definire innovativo in sé, lo è per la carriera della band, nella misura in cui imprime una direzione inedita. Parafrasando Manzoni, saranno i posteri a chiedersi se questo disco avrà portato gloria ai Wolf Alice. Di certo, la critica ha accolto in maniera entusiastica il disco (ma qui può anche venire il sospetto che la Columbia, che ha sapientemente intercettato la band nella traiettoria crescente di fama e carriera, ci abbia messo lo zampino) tranne qualcuno che ha detto che il disco è più Alice che Wolf (e non si può non concordare). Ma si può dire che il disco è più Alice che Wolf anche nel senso che è più Ellie che band intera, soprattutto per la clamorosa sincerità quasi psicoanalitica con cui Ellie dichiara le sue debolezze nelle liriche. Sarà ricordato certamente come il disco più intimo di Ellie, e forse come disco solista sarebbe stato perfetto.
Ma è un disco della ban: se vogliamo chiederci se sarà alla fine un caso singolo all’interno di una discografia, fin qui più che promettente, orientata a un medesimo stile, come fu per esempio caso singolo il Monster per i R.E.M., o l’inizio di una svolta più pop, come fu All that You can Leave Behind per gli U2, (senza scomodare esempi più celebri come la svolta elettrica per Dylan, o la svolta elettronico-psichedelica per i Radiohead) ovviamente non abbiamo oggi la risposta.
Possiamo dire però con certezza che i Wolf Alice ci consegnano un disco che dimostra, una volta di più, la loro capacità di costruire canzoni, la loro bravura nel trovare melodie, e in questo caso disfacendo, semplificando, decostruendo piuttosto che costruendo e arricchendo. E The Clearing dimostra anche che hanno capacità di rinnovarsi, mettersi in gioco, smentire se stessi, e soprattutto che c’è coraggio nel fare scelte controcorrente, anche contro quella nutrita schiera di fan che già li aveva idolatrati. Difficile pensare che questi fan della prima ora li abbandoneranno, anche se il disco suona davvero diversissimo dai primi tre album. Perché rimane traccia, in quasi ogni pezzo, del talento di Ellie, ed è come se lei ci dicesse, in sottofondo della sua splendida voce mai così protagonista come in queste ballads, che lei è ancora se stessa, ancora capace di incantare tutti con il suo post-rock immagnifico, ma ha voluto prendersi una pausa ispirata e lirica per tentare un disco che è anche un viaggio musicale in un tempo e in un’atmosfera passata e trasognata.

I Wolf Alice durante il loro tour europeo faranno anche una tappa in Italia, il 13 novembre prossimo si esibiranno presso l’Alcatraz di Milano.

https://www.wolfalice.co.uk/
https://www.facebook.com/wolfalicemusic
https://www.instagram.com/wolfaliceband

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