“Tempus fugit”… e così con il trascorrere degli anni stiamo progressivamente assistendo alla morte di artisti che hanno segnato e fatto grande la storia della musica; solo su queste pagine, nell’ultimo anno, si è celebrata (con degli speciali a un mese dalla loro scomparsa) la “dipartita” di John Mayall, Mike Ratledge e David Thomas. Da ultimo, nell’arco di due giorni, ci hanno “lasciato” Sly Stone (Sylvester Stewart) il 9 giugno 2025 e Brian Wilson l’11 giugno 2025.
A un mese dalla morte di Stone e di Wilson li ricordiamo attraverso (e non solo) le loro due maggiori “opere” – “Pet Sound” a nome The Beach Boys per Wilson e “There’s a Riot Goin’ On” a firma Sly & the Family Stone per Stone – dalla critica ritenute capisaldi della musica e che si mostrano come facce diverse, concepite in un periodo storico al contempo vicino e distante, e rispettivamente figlie della cultura e della controcultura made in U.S.A.
- Premessa
Preliminarmente, per onestà intellettuale, devo chiarire che sebbene riconosca il valore e la bravura di Brian Wilson e di Sly Stone, come spesso è accaduto anche per altri illustri musicisti (mi vengono in mente i The Beatles, i Pink Floyd, i Deep Purple…), non condivido fino in fondo la celebrazione e l’esaltazione fatta della loro musica, come avrò modo di dettagliare e motivare successivamente; resta l’incontrovertibile evidenza che “Pet Sound” (che nel suo genere incarna la “perfezione” del disco “pop”) e “There’s a Riot Goin’ On” hanno (ciascuno a proprio modo) influenzato (e influenzano ancora oggi) generazioni di musicisti.
- Brian Wilson

I Beach Boys di Brian Wilson furono un gruppo “familiare” (fondati dai fratelli Brian, Dennis e Carl Wilson, dal loro cugino Mike Love e dall’amico di Alan Jardine) e, come suggerisce lo stesso nome, sostanzialmente una formazione “da spiaggia” guidati da Brian Wilson che nel tempo si dimostrerà eccelso compositore e arrangiatore di canzoni (e forse in tale campo massima espressione) ; la grande intuizione che ebbero i The Beach Boys (e il padre dei fratelli Wilson, Murry, loro primo manager) fu quella di fondere le armonie dei gruppi vocali polifonici (The Four Freshmen, The Hi-Lo’s…) con lo spirito del rock and roll (basterebbe ascoltare anche solo “Surfin’ USA” e ricordare la “diatriba” nata con Chuck Berry per l’assonaza con la sua “Sweet Little Sixteen”) e del doo-wop, sintonizzando la loro musica su frequenze radiofoniche, a cavallo di “onde” marine per surfisti, onde spinte da un vento giovane, “da spiaggia”, per un pubblico di ragazzi innamorato, romantico e sì ribelle ma comunque sempre ancorato a una cultura borghese i cui “eccessi” si sfogavano nel “surf”, nelle “muscle car” e nella ricerca della libertà della lungo le spiagge e nelle città californiane; George Lucas ne descriverà (in parte) uno spaccato nel suo storico “American Graffiti”, la cui colonna sonora conterrà, non a caso, anche loro hit.
E a ben sentire dal 1962 al 1965 i The Beach Boys pubblicheranno ben dieci album ricchi di successi e di brani che culmineranno, nel 1964, nella storica “I Get Around” (e con essa nel tempo… “Surfin’ U.S.A.”, “Fun Fun Fun”, “California Girls”…).
I Beach Boys di fatto incarnarono negli U.S.A., nella prima metà degli anni sessanta, ciò che oltreoceano e oltremanica rappresentarono in quel lasso temporale The Beatles, sia sotto il profilo socio/politico, con la loro tranquilla, borghese e gestibile rivoluzione giovanile, sia sotto l’aspetto strettamente musicale che restava per entrambi i gruppi relegato alla composizione di riuscite canzoni per le giovani masse, funzionali al mercato; volendo fare però un confronto più strettamente “artistico”, sicuramente Wilson si dimostrò, almeno fino al 1966, ben più valido e sapiente musicista rispetto alla coppia Lennon – McCartney.
“Pet Sound”
La svolta avviene nel 1965 quando Brian Wilson decide di abbandonare “le scene” e di ritirarsi in “studio” (“Proprio nel 1965 Brian Wilson soffre di un grave esaurimento nervoso e decide di ritirarsi dalle scene” si legge nell’Enciclopedia Rock Anni ’60 dell’Arcana Editrice) concentrando la sua attività esclusivamente sulla scrittura e sull’arrangiamento; nascerà così LP “Pet Sound” pubblicato nel 1966 a cui seguirà a pochi mesi di distanza, sempre nel 1966, il singolo “Good Vibrations”.
Quanto contenuto in “Pet Sound” rappresenta la perfezione del formato “pop”; Wilson, infatti, riesce a condensare con sapienza e saggezza in un equilibrio ineguagliabile tutti gli elementi necessari per restituire un’opera “pop” tanto (appunto) popolare quanto “raffinata”, soprattutto considerando le tecniche di registrazione del tempo.
Pur permanendo quello spirito “borghese” e “bianco” e quella (apparente) leggerezza “da spiaggia”, “Pet Sound” si veste di estrema eleganza, cura dei dettagli anche nelle soluzioni più easy listening (“Let’s Go Away for Awhile” ne è un esempio), per una matrice rock and roll che si eclissa, lasciando il posto a più articolate composizioni che comunque conservano il loro formato “canzone” e la loro immediatezza.
Quando prima ho obiettato che pur riconoscendone il valore, non condivido l’eccesso di idolatria per “Pet Sound”, è perché (come detto) si tratta di un disco di canzoni che sebbene “perfette” restano pur sempre “canzoni” (nello stesso anno, il 1966, le The Mothers of Invention di Frank Zappa esordirono con il loro doppio disco di “canzoni” “Freak Out!”…).
Va però detto che un punto di equilibrio come quello di “Pet Sound” in musica è stato raramente raggiunto ed eguagliato (sebbene in ambiti diversi penso ai Pink Floyd di “The Dark Side Of The Moon” o al Miles Davis di “Kind Of Blue”…) per un lavoro che suona perfetto e non perfettibile.
“Good Vibrations” e “Smile”
A “Pet Sound” segue (a pochi mesi di distanza) il singolo “Good Vibrations” (probabilmente il capolavoro di Wilson) in cui Brian Wilson lascia intravedere ciò che la sua mente aveva con lungimiranza scorto e progettato ma che però resterà (purtroppo) inespresso.
A “Pet Sound” sarebbe dovuto, infatti, succedere “Smile”, lavoro che non vide la luce (“Il genio di Wilson più che mai fervido, non è sempre ben accetto ai compagni, scettici sul potenziale commerciale delle sue nuove composizioni; a causa di quello e dei nervi sempre fragili di Brian vanno distrutti i nastri di Smile….” – sempre dalla citata Enciclopedia Rock Anni ’60 dell’Arcana; va chiarito che nastri dell’epoca furono comunque utilizzati nel 2011 per la registrazione di “The Smile Sessions”, nelle cui note di copertina si legge “The master tapes were ultimately shelved”); alcune idee/composizioni destinate a “Smile” vedranno la luce nei successivi dischi dei The Beach Boys come “Heroes and Villains”, “Surf’s Up”… ( “Surf’s Up” darà il titolo all’omonimo disco del 1971 contenente anche la bella “’Til I Die”, per quello che sarà il canto del cigno di Wilson e dei The Beach Boys).
Nel 2004, dopo circa trent’anni dalla scrittura di “Smile”, Wilson (con i testi di Van Dyke Parks), pubblicherà “Brian Wilson Presents Smile”, presentato dal vivo al Royal Festival Hall di Londra il 20 febbraio 2004; nelle esaustive note di copertina a firma di David Leaf è anche raccontato come Wilson e la sua band, dopo il tour, si siano ritirati in studio per registrare “Smile” e come Wilson “went back to his original modular approach…” (ciò su racconto di Mark Linett come specificato nel “libretto”),
Cosa sia accaduto ai nastri originali di “Smile” (se accantonati, persi o distrutti) è superato quindi dal fatto che Wilson abbia registrato nuovamente il “disco mai uscito” dando alle stampe un lavoro che risulta essere impossibile da valutare “oggettivamente”, così come lo è quello che, come detto, vedrà la luce nel 2011 a nome The Beach Boys, dal titolo “The Smile Sessions”, essendo anch’esso un lavoro postumo basato su “an incredible assortment of musical fragments” come si legge nelle note di copertina.
Non sapremo, infatti, mai come avrebbe suonato “Smile” nel 1967 (così come pensato da Wilson) e quello del 2004, pur nella sua bontà, appare all’ascolto anacronistico e datato; partendo però da “Brian Wilson Presents Smile” e comparandolo con “The Smile Sessions”, probabilmente se “Smile” fosse stato registrato e pubblicato nel 1967, sarebbe stato un lavoro (per l’epoca) “di grande pregio”, segnando il passo verso una più compiuta sperimentazione rispetto a quanto codificato da “Pet Sound” e che con buona pace dei fans dei The Beatles avrebbe reso difficile la vita al loro “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”. Restano queste però solo ipotesi e “congetture”, poiché la storia non si fa né con i se né con i ma.
- Sly Stone

Se l’apice creativo di Brian Wilson si era espresso nel biennio 1966/1967 con una musica che restava fortemente ancorata ad un universo “bianco” e “borghese”, negli stessi anni nella stessa California, prendeva forma il progetto di Sly Stone denominato Sly & the Family Stone che, viaggiando su direttrici diametralmente opposte a quelle di Wilson, sarà caratterizzato da una connotazione multirazziale, di protesta sociale e di stampo popolare.
Dopo i primi tre trascurabili dischi pubblicati tra il 1967 e il 1968 (“A Whole New Thing”, “Dance to the Music” e “Life”), che comunque registrarono un successo radiofonico con il brano “Dance To The Music” (da notare come “Underdog” da “A Whole New Thing” evochi “Frère Jacques”), nel 1969 l’intenzione di inasprire in chiave rock il funk/soul viscerale di James Brown immergendolo in bagni d’acido lisergico, si dimostra vincente e trova la piena consacrazione sia nel bel “Stand” che nella performance al Festival di Woodstock del 16 agosto 1969 (con l’occasione si suggerisce la lettura dell’approfondimento/focus ’50 anni de “La Fiera della Musica delle Arti di Woodstock”’).
Chiarisco da subito che, per un personale gusto, preferisco “Stand” al più celebrato “There’s a Riot Goin’ On”, mostrandosi “Stand” lavoro più “istrionico” e con soluzioni sopra le righe (per taluni versi ispiratore anche di alcuni recenti dischi di Fantastic Negrito come lo splendido “White Jesus Black Problems”; la bella “Don’t Call Me Nigger, Whitey” da “Stand” docet); “Stand” è inoltre lavoro coevo all’omonimo “storico” disco dei The Meters e da una comparazione tra i due non si può non cogliere il “deviato” approccio di Stone.
“Stand”, oltre ai classici “I Want to Take You Higher” e “Everyday People”, conteneva altre piccole “perle” come la citata “Don’t Call Me Nigger, Whitey” e “Stand”.
Ma era la lunga “Sex Machine” che lasciava presagire ciò che sarebbe avvenuto in futuro.
“There’s a Riot Goin’ On”
“There’s a Riot Goin’ On” uscì nel 1971, un anno che per gli U.S.A. segnò il “declino” degli ideali sessantottini e della cultura hippy (significativo fu di quell’anno la pubblicazione del generazionale “4 Way Street” a firma Crosby, Stills, Nash and Young, registrato dal vivo nel 1970, lo stesso anno del “controverso” Isle of Wight Festival 1970).
“There’s a Riot Goin’ On” uscì, poi, lo stesso anno in cui Marvin Gaye congedò “What’s Going On” (il suo capolavoro “soul” e sicuramente tra le massime espressioni del genere), dettaglio questo non trascurabile per due ordini di motivi: il primo per l’evidente assonanza nei titoli (“There’s a Riot Goin’ On” uscì alcuni mesi dopo “What’s Going On”) il secondo per l’altrettanto evidente frattura che divideva i due lavori, quello di Gaye perfetto esempio di raffinato black soul, quello di Stone ruvido scuro e politicizzato inno nero.
“There’s a Riot Goin’ On” fu, infatti, più di un semplice disco rappresentando fin dall’iconica copertina un canto di rivolta, politico e fortemente influenzato dalle correnti di protesta nere dell’epoca e probabilmente questi elementi contribuirono a renderlo, ancor prima del suo contenuto musicale, disco “manifesto”.
L’operata fusione tra funky, soul e rock, infatti, andò con il solidificare le fondamenta ed esportare alle masse una commistione che vedrà nel lavoro di quel genio di George Clinton con i suoi Funkadelic la massima e inarrivabile espressione; fusione che Clinton stava attuando e programmando già da prima (si ascolti lo splendido “Funkadelic” del 1970).
Sly Stone non sarà mai (in termini musicali) George Clinton (nel 1978 uscirà come Funkadelic quel capolavoro assoluto e ineguagliato che è “One Nation Under a Groove”) tanto che nello stesso 1971 vedrà la luce, a firma Funkadelic, anche “Maggot Brain”, che contiene il brano eponimo che, a parere di chi scrive, è una delle più belle composizioni per chitarra di sempre e che oltre a Clinton si fregia dell’imprescindibile partecipazione di Eddie Hazel alla chitarra (da ricordare di Hazel il suo bel “Game, Dames and Guitar Thangs” del 1977).
Tornando a “There’s a Riot Goin’ On” lo stesso, come detto, incupisce i suoni che perdono le caleidoscopiche e acide sfumature di “Stand” per farsi granitico e inspessito muro in cui cementare denuncia e consapevolezza nera.
Anche la sperimentazione da liberazione istintiva diventa “programmatica”, come testimonia l’utilizzo di elettronica nelle ritmiche, e se composizioni come “Family Affair” o “Spaced Cowboy” faranno scuola per le generazioni future, “Africa Talks To You “The Asphalt Jungle” e “Thank You For Talkin’ To Me Africa” saranno manuale per la poetica rabbia politica in musica.
Purtroppo “There’s a Riot Goin’ On” rappresenterà non solo l’apice della carriera di Stone, ma anche l’ultimo suo “atto” degno di nota.
https://www.slystonemusic.com/
https://www.brianwilson.com/

































