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I White Lies rinnovano il loro sound con “Night Light”, album maturo che sperimenta nuove sonorità

di Francesco Postiglione
12 Gennaio 2026
in Focus On, Primo Piano
Tempo di lettura: 8 minuti
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I White Lies (Harry McVeigh, Charles Cave e Jack Lawrence-Brown) hanno lanciato il loro settimo album in studio, Night Light, uscito a novembre 2025 su Play It Again Sam, con il singolo The Middle, dopo aver pubblicato in precedenza Nothing On Me.

Dal debutto nel 2009 con l’acclamato To Lose My Life, i White Lies si sono affermati come una delle principali band britanniche in ambito rinascita New Wave: gli ultimi due tour hanno registrato il tutto esaurito in diverse date alla Brixton Academy e all’Hammersmith Apollo di Londra. Negli ultimi dieci anni, il gruppo ha consolidato il proprio seguito a livello internazionale con tour sold-out in Europa e oltre, tra cui uno spettacolo da 10.000 persone al Pepsi Center di Città del Messico nel 2023. E ora, a 16 anni dal debutto, i White Lies sembrano finalmente convinti della nuova propria identità, firmando uno dei lavori più incisivi della loro carriera, forse il loro secondo disco migliore dopo Friends. Come dichiara McVeigh: “Finalmente sappiamo cosa stiamo facendo.”

Per Night Light, la band di Ealing, London ha adottato un nuovo approccio: perfezionare i brani suonandoli dal vivo prima della registrazione. Ispirati allo show televisivo dal vivo degli anni ’70 The Midnight Special, il trio ha scelto di provare insieme le tracce in sala prove, invertendo così l’ordine tradizionale in cui lo spirito dei brani si scopre solo dopo averli portati in tour. Sempre Harry: “Ho visto queste band di allora suonare in questi show via You Tube, e ho pensato che era fantastico come veniva catturato il momento. Diventò qualcosa che davvero volevamo fare per questo disco, tutti insieme in una stanza, suonare e cercare di catturare l’atmosfera che ne veniva fuori nella registrazione”.

Molte delle canzoni sono nate nell’appartamento londinese di McVeigh, puntando sulla semplicità, sebbene le canzoni siano tra le più strutturate e ricche di sfumature e arrangiamenti nella loro carriera. In studio si è aggiunto il tastierista Seth Evans (proveniente da esperienza con i Black Midi), non solo come supporto ma come vero e proprio collaboratore creativo. Durante le sessioni, la band ha abbracciato una modalità di registrazione dal vivo e condivisa, suonando insieme per catturare un suono diretto ed emotivo. “Ci era stato suggerito da uno dei nostri manager, perché fisicamente in tre dal vivo non riusciamo a fare tutto”, ricorda Lawrence-Brown. “Avevamo bisogno di qualcuno di cui fidarci che avesse anche abilità creativa. Pensavamo fosse troppo cool per noi, ma ha raggiunto lo scopo quasi subito”. La band, trovata l’alchimia col nuovo quasi-membro, si è recata negli studi London’s Church con il produttore Riley MacIntyre (Ezra Collective, Arlo Parks), per registrare tutti insieme in una stanza. “Avevamo fatto sei dischi seduti in poltrona mentre una persona faceva i tagli e le unioni fra le varie piste. Non dico che non sia stato divertente, ma noi amiamo suonare insieme. Perciò anche se ha richiesto extra lavoro in più, siamo contenti della resa finale e ci siamo molto divertiti”, spiega Cave. “Penso sia qualcosa che ogni band dovrebbe fare, ma spesso non si ha la confidenza, è più facile e sicuro procedere per multi-tracce, perché controlli ogni cosa”, aggiunge McVeigh. “Ma noi volevamo spingerci oltre”.

Il disco parte con una sequenza di primi quattro brani che senza dubbio marcano una certa continuità con i precedenti dischi, specie Nothing on Me, che potrebbe star bene in uno qualunque dei primi tre dischi, ma con la novità positiva di contenere freschezza ed energia a differenza di certi momenti dei due dischi precedenti troppo ripetitivi (Juice, Keep Up, e Nothing on Me, pur nel solco dei loro oramai consolidati schemi New Wave, danno nuova vita a un repertorio che in Big TV e As I try to Fall Apart sembrava esaurirsi). All the Best, con i suoi riff muscolari e una venatura glam nei ritornelli, introduce già la nuova veste dei White Lies: più chitarra, meno synth, più struttura alla canzone, evanescente ispirazione alla Peter Gabriel solista.

Ed ecco che al quinto pezzo su nove la band svolta clamorosamente (e con successo): arriva come una bomba la prima grande novità: Everything is ok, una ballata, un lento romantico a cui già White Lies non ci hanno molto abituato, cantata dal cantante in stile Springsteen e con una prevalenza di pianoforte e chitarre rispetto ai soliti sintetizzatori. Una novità sorprendente ed una bella sorpresa, un’inedita forma di esibizione rock romantico della band che coglie impreparati ma in senso positivo, con una splendida esecuzione vocale di Harry che è descritta al meglio dal suo compagno:  “L’ho fortemente voluta nel disco, penso sia il pezzo più forte dell’album” dichiara Cave. “Siamo nella band da molto tempo e penso che abbiamo sottostimato le capacità di Harry alla voce. Rispetto a qualunque altra cosa abbiamo fatto, questa canzone mostra al meglio le capacità vocali di Harry”.

Segue Going Nowhere, prima traccia scritta e registrata del disco, segno che le intenzioni di cambiare erano ben chiare alla band: un pezzo centrale della ricerca avviata con Night Light, non a caso piazzato a metà, perché pur nell’ambito della Progressive Wave introduce nelle strofe alcune sonorità ispirate a Neil Young e allo stesso Springsteen, e addirittura nella chiusura del brano si sente un assolo di sassofono solista, raramente impiegato dal trio. “Ha fissato la scena di quel che volevamo fare, è da lì che viene la sensazione anni ’70 che cercavamo” ricorda Mc Veigh.

Si procede poi con un altro lento, Night Light, molto diverso musicalmente da Everything is Ok perché qui loop di batteria, accordi e rifiniture sono più tipici del repertorio della band. Ma torna di nuovo l’inedito modo di cantare di Mc Veigh alla Springsteen, gracchiando e “arrabbiando” la canzone, con ottimo risultato. Del tutto a sorpresa, poi, verso la fine, la canzone si apre a batteria e ritmi rock strumentali alla Editors, fino al coro finale epico e arioso, rivelandosi così uno degli episodi più nuovi e riusciti del disco, di cui non ha caso è la title track.

I Just Wanna Win One Time introduce un’altra novità: schitarrate potenti in intro, per poi recuperare nel pre-ritornello tastiere e ritmi tipici degli esordi della band, ma con sfumature alla Gabriel, fino al ritornello in pieno stile White Lies, riportando il tema musicale del disco all’avvio di Nothing on Me. E nel finale di nuovo tornano anche i sassofoni.

Si arriva al brano per certi versi più sorprendente e luccicante, In the Middle, di nuovo in stile Editors, in cui però la parte finale diventa strumentale, accelera in ritmo, e si evolve altrove, verso la chitarra in stile Edge nei riff e ascendenze di band anni ’70 nel lavoro di atmosfera, creando con un sassofono che sembra flauto sfumature addirittura celtiche. Brano volutamente conclusivo del disco, e insieme singolo di lancio, In The Middle si muove su un ritmo motorik (scelta stilistica in piena tradizione White Lies), con synth pulsanti, basso incalzante e una voce che si innalza, che culmina in un finale travolgente guidato da un’intesa quasi telepatica tra i musicisti. Parlando del brano, la band ha dichiarato: “I versi di In The Middle sono stati scritti su quaderni quasi dieci anni fa, in attesa del momento giusto, che finalmente è arrivato in questo pezzo ipnotico e inarrestabile. È una canzone che parla del muoversi: non necessariamente di voltare pagina, ma di spostarsi verso un luogo emotivo necessario per crescere. È anche un assaggio della nostra evoluzione musicale in questo nuovo album, dove ci siamo lasciati davvero andare, abbracciando un lato più sperimentale negli arrangiamenti”. 

Il disco, sebbene non esaltato dalla critica, è invece uno dei dischi più convincenti della band, ed è soprattutto un disco coraggioso: arrivati alla settima produzione i White Lies hanno capito che non potevano solo sterilmente ripetere se stessi, anche perché i toni cupi e dark dei primi due dischi che tanto gli avevano dato successo non erano ripetibili perché ogni band cresce, ogni artista cresce umanamente e professionalmente e come ci hanno insegnato tanti esempi passati non ci si può per troppo tempo crogiolare nel nichilismo, con rischio che esso diventi solo di maniera.

I White Lies non sono incappati mai in questo equivoco, tanto che il loro disco più bello rimane Friends, il terzo disco, dove la solarità e la freschezza i suoni puramente anni ’80 avevano trionfato sulle cupe atmosfere più alla Joy Division dei primi due.album (To Lose My Life e Ritual) mentre decisamente di passaggio è stato l’amorfo Big TV, laddove Five, e il precedente As I Try To Fall Apart, sono stati dischi di conferma del loro talento e contemporaneamente di sperimentazione nella misura in cui gli White Lies hanno cercato di tirare al massimo la potenza e l’energia che poteva venire dalla loro ispirazione originaria, che è pur sempre quella del synth pop e della new Wave anni ’80.

Un ulteriore tentativo di tirare troppo la corda in quel senso avrebbe prodotto un disco stanco senza talento e noioso. Aver voluto cambiare, rafforzando le chitarre, diminuendo il protagonismo dei sintetizzatori, cercando ispirazione altrove rispetto alla dark wave dei primi anni ’80, e specificamente recuperando cantautorato alla Young, Gabriel, Springsteen, è stata una scelta saggia che li mantiene in vita in maniera alla fine splendente e fresca, mostrando una band sicura di sé e artisticamente ispirata. Non resta che godersi la resa live di questo disco potente nel tour europeo del 2026 che il 6 febbraio toccherà (purtroppo soltanto) Milano ai Magazzini Generali, collocazione perfetta perché attualmente i White Lies non sono certo band da concerti planetari negli stadi, e forse non lo saranno mai rispetto ai più famosi Editors e Interpol con cui condividono il titolo di alfieri della rinascita New Wave, ma non sono nemmeno più soltanto quelli che aprono i festival dove gli headliners sono altri. E oggi il pubblico va a sentire loro perché “vuole” le loro canzoni e vuole cantare le loro hits ormai storiche, da To Lose my Life a Take it Out of Me, da Death a There Goes Our Love Again a Bigger Than us, da Is Love a Farewell to the Fairground, Tokyo, Never Alone. E anche se Night Light non è un disco di canzoni scoppiettanti e ammiccanti, c’è da giurare che in questo nuovo disco pezzi come Nothing on Me, Everything is Ok, Going Nowhere, I Just Wanna Win One Time e In the Middle potrebbero aggiungersi presto al repertorio storico che il pubblico cerca da loro.

https://whitelies.com/
https://www.instagram.com/whiteliesofficial
https://www.facebook.com/WhiteLies/

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