“When you lose someone you love, it does serve to remind you this is not a drill” (Roger Waters).
- Premessa
Si è già avuto modo di parlare su queste pagine dei Pink Floyd più volte, in particolare sia in occasione dei 50 anni di “The Dark Side Of The Moon” e del “Live at Wembley” del 1974 che del loro “Live at Pompeii”, così come si è avuto modo di parlare di Roger Waters e di David Gilmour solisti (articoli tutti, a cui si rimanda).
All’alba dell’uscita del “The Dark Side Of The Moon – Redux” di Waters si era osservato: ‘Per affrontare con serenità e onestà intellettuale l’analisi di “The Dark Side of the Moon – Redux” è, in primo luogo, opportuno sgombrare la mente e l’animo da ogni preconcetto e/o faziosità che nel tempo è nata in merito (e in seno) ai Pink Floyd, soprattutto nel dualismo Waters/Gilmour. Gettando lo sguardo e l’orecchio oltre ogni partigianeria, non è ardito affermare che Waters abbia “licenziato”, ben più di Gilmour, dischi di interesse quali “The Pros and Cons of Hitch Hiking” (che Waters propose alla band nel 1978 in versione demo come “alter ego” di “The Wall” e che, contrariamente a molta critica, personalmente ho apprezzato) e “Amused to Death“ (il più compiuto); da menzionare anche “The Lockdown Sessions”, non per il valore in sé, ma in quanto contenente “Mother” e soprattutto “Comfortably Numb” che (con un’analisi retrospettiva) lasciava intuire quali fossero le coordinate sulle quali Waters si stava iniziando a muovere nella rilettura dei classici “pinkfloydiani”.’
Va poi aggiunto che Roger Waters, a differenza di David Gilmour, ha assunto nel tempo con la sua “musica” una chiara e precisa posizione sociale e politica (politica, nell’accezione più nobile del termine); dal vivo, mentre Gilmour tornava a suonare all’Anfiteatro di Pompei, Waters abbatteva “muri”. Tra gli artisti impegnati, la voce di Roger Waters, grazie anche alla sua enorme notorietà, è tra quelle che si è “alzata” con maggiore chiarezza, identità e contestazione… voce caratterizzata e irrobustita dalla indubbia schiettezza che contraddistingue l’ex Pink Floyd.
Roger Waters è artista e libero pensatore nel suo essere scevro da qualsiasi pensiero precostituito e di “regime”, voce indipendente, voce che resiste; da ultimo, nell’ambito del World BEYOND War 2025 – War Abolisher Awards 2025 (come da https://worldbeyondwar.org/video-the-2025-war-abolisher-awards-went-to-ralph-nader-roger-waters-and-francesca-albanese/ – consultato il 10.8.25), Waters ha annunciato (e presentato in una versione ancora in fieri) il suo nuovo brano “Sumud”, inno alla resistenza: “There is a word in Arabic Sumud/It means/Steadfast/Perseverance/Particularly/In Resistance/To the occupation of your homeland…”.
- “This Is Not A Drill”: il fim, il concerto, il tour…
– We stand at a crossroads. We are in an existential battle. For the soul of the human race. “This is not a drill” – (Roger Waters)
E partendo dalla sua “missione”, Waters ha realizzato un film (diretto da Sean Evans e dallo stesso Waters) e pubblicato un quadruplo LP, un doppio CD, una versione DVD e Blu-ray (Columbia/Sony) tutti tratti dai concerti che ha tenuto a Praga il 24 e 25 maggio del 2023 (come si legge nei titoli di coda del film) nell’ambito del tour “This Is Not a Drill”; sul sito https://www.rogerwaters.film/videos/ consultato il 23/7/25 si legge in merito al film: ‘Dedicated to “our brothers and sisters all over the world who are engaged in the existential battle for the soul of humanity”’ (David Gilmour ha invece annunciato l’uscita a cinema del suo film “Live at the Circus Maximus, Rome” a cui farà seguito il disco “The Luck and Strange Concerts”).
Note sono poi le vicissitudini che hanno accompagnato il tour “This Is Not a Drill” sopratutto per le date in Polonia (cancellate a Cracovia per la posizione assunta da Waters sulla guerra tra Russia e Ucraina) e in Germania (per la posizione assunta da Waters sul conflitto israelo-palestinese), oltre all’accostamento fatto da Waters tra Anne Frank e Shireen Abu Akleh (nel corso del film/concerto, prima di eseguire “Déjà Vu”, Waters prenderà posizione e chiarirà il suo pensiero sul punto definendole, tra l’altro entrambe sue “sorelle”; concetto questo espresso ed esteso anche nel citato brano “Sumud”); sul sito ufficiale di Waters https://rogerwaters.com/main/, alla data di consultazione del 27.7.25, sono pubblicati video/interviste relative sia alla guerra in Ucraina che sulla questione palestinese.
Appare, quindi, non casuale che la scelta del titolo del film e del disco sia stata, appunto, “This Is Not A Drill” (concetto questo che Roger Waters ripeterà più volte).
Quella proposta non è stata infatti “a drill”… ma un atto “politico” con cui Waters ha vestito, accanto ai panni del musicista, quelli del libero pensatore, stigmatizzando e denunciando azioni di “governo”, sistemi economici e disparità sociali unitamente a un’analisi introspettiva delle sofferenze umane individuali e collettive; simbolico e toccante nel video di “Wish You Were Here”, in riferimento a Syd Barrett (ma concetto estendibile a tutte le “perdite” che patiamo), la frase “When you lose someone you love, it does serve to remind you this is not a drill”.
La nostra disamina attingerà, quali “fonti”, non solo all’“audio” del concerto ma anche alle immagini del tour che poi sono andate a “comporre” il film; dei 4 formati disponibili (LP, CD, DVD, Blu-ray) lo scrivente ha deciso di acquistare il DVD ritenendo, data la natura e la finalità dell’opera, non scindibile l’aspetto “visivo” da quello “auditivo”.
Con un “reale” spettacolo “multimediale”, la matrice biopic comunque presente (come aveva anticipato il già citato video di “Wish You Were Here” con i suoi richiami a Syd Barrett e alle origini dei Pink Floyd) ha assunto connotati ecumenici e universali.
I titoli di apertura del film recitano: “This film is dedicated to our brothers and sisters all over the world who are engaged in the existential battle for the soul of humanity”; ed ancora: “The powers that be tried to cancel my tour in Europe last year. We resisted, and the show went on. We will continue to resist. This is not a drill.”.
Significativi sono stati anche due (dei tre) brani che hanno anticipato l’uscita del film/disco; se “Wish You Were Here” ha rappresentato il lato autobiografico, la splendida “Is This the Life We Really Want?” (dall’omonimo disco del 2017) è stato manifesto socio/politico impreziosito dalle parti di chitarra di Jonathan Wilson, dalle eloquenti immagini proiettate e da un testo che non lascia spazio a fraintendimenti … “So, every time the curtain falls/Every time the curtain falls on some forgotten life/It is because we all stood by, silent and indifferent/It’s normal”.
Passando all’ascolto/visione…
… introduce “This Is Not A Drill” un “chiaro” annuncio vocale… con cui Waters prende posizione sul suo pensiero politico e sui Pink Floyd: ‘If you’re one of those “I love Pink Floyd, but I can’t stand Roger’s politics” people you might to well fuck off to the bar right now’… poi una croce di schermi destinata ad ascendere, tuoni e tempesta per un’eccelsa “Comfortably Numb” (in versione “The Lockdown Sessions”), cupa, post bellica, con la splendida parte “vocale” affidata a Shanay Johnson (a evocare il Tommy dei The Who) a sostituire più che degnamente il famoso assolo di chitarra di Gilmour e con i musicisti di spalle al pubblico, “bui”, tra grattacieli in rovina, tra ombre e fantasmi di un’umanità con il capo chino e comfortably numb…
Il palco si tinge di rosso… ed è quindi la volta del primo blocco di “bricks” di “The Wall”: “The Happiest Days of Our Lives”/“Another Brick in the Wall, Pt. 2” (orfana del celebre coro dei bambini e con l’assolo di chitarra affidato a Dave Kilminster)/“Another Brick in the Wall, Pt. 3”.
Si prosegue con “The Powers That Be”, con la sua denuncia alle ingiuste pene di morte, brano che apre uno squarcio sul 1987 (anno di “Radio K.A.O.S.” da cui è tratta), per una versione più “aspra” che si lascia preferire a quella in studio (troppo anni ottanta).
“War Criminal”, the Presidents of U.S.A… e “The Bravery of Being Out of Range” veste i panni “acustici” di “The Lockdown Sessions” e non quelli più elettrici e anni novanta di “Amused to Death”, per un’esecuzione sospesa tra nuance folk e country e con una coda finale per pianoforte e voce; dopo “The Bravery of Being Out of Range” Waters si concederà un intervento parlato in cui presenterà anche “The Bar” (“Welcome to the bar”).
“The Bar” (divisa in due parti), è un un “inedito” di gran pregio, una ballata per pianoforte in stile “The Final Cut” che nella prima parte racconta della solidarietà mostrata da una giovane nativa americana verso una anziana senza tetto nera, per poi richiamare la riserva indiana di Standing Rock (“The girl who brought you in here is Lakota/From Standing Rock, where they made their stand/So from Fort Yates, North Dakota/Here’s a message for the man/Would you kindly get the fuck off our land?”).
Waters torna, quindi, indietro nel tempo e in sequenza, “Have a Cigar” (assolo di chitarra ancora affidato a Kilminster), “Wish You Were Here” e “Shine On You Crazy Diamond” riportano l’orecchio ai Pink Floyd del 1975; “Shine On You Crazy Diamond” presenta un particolare ordine di parti che aprendo con la VI, passando per l’assolo di Jon Carin alla steel guitar, per la parte VII , chiude con la parte V e il suo sassofono nell’ancia di Seamus Blake.
Il riferimento a un distopico futuro con “1984” e la “Fattoria degli Animali” (nell’omaggio a George Orwell), il richiamo al “Nuovo Mondo” di Aldous Huxley e al discorso di Dwight D. Eisenhower sul “complesso militare-industriale” … e tra gli “Animals” di Waters la scelta ricade su “Sheep” (in passato, dal vivo, da “Animals” Waters aveva proposto “Dogs” “Pigs on the Wing Pt. 1” e “Pigs (Three Different Ones)”, come si può ascoltare sui suoi live ufficiali); una “Sheep” con le sue pecore volanti destinate a “precipitare” per poi ritrovarsi unite in “arte marziale”, pronte a combattere e a “resistere” al capitalismo, al fascismo, alla guerra, al genocidio.
“If we don’t resist Genocide the existential battle for the human soul will be lost the hammers will have won. It will all be over.”, la pellicola continua a scorrere, il disco a girare, la scenografia si fa “imperiale”, un maiale volteggia sul pubblico con le scritte “Fuck the poor” e “Steal from the poor – Give to rich” e e così vengono cementati altri due blocchi da “The Wall”: “In the Flesh” – in cui Waters, impersonando il “demagogo militante”, impugna il mitra – e “Run Like Hell”, quest’ultima in una versione più vicina alla “cinematografica”, con l’immortale “marcia” dei martelli al grido collettivo “Hammer” e con tanto di citazione finale da “Stop” (“I want to go home take off this uniform”).
Ancora denuncia alla guerra e ai suoi crimini e “Déjà Vu” (da “Is This the Life We Really Want?”) si “dilata” (con assoli di chitarra e sassofono), prende le “forme” di “Lay Down Jerusalem” (Waters indosserà la kefiah), invoca il riconoscimento dei diritti umani… prima che sul palco risuoni “Is This the Life We Really Want?” (di cui si è già detto).
Si giunge così a “The Dark Side Of The Moon” (di cui Waters esegue l’intero Side B). Ed ecco la prima (sebbene ovvia) triste sorpresa: “Money” è (sostanzialmente) proposta nella versione originaria e non in quella bella e particolare “redux” pubblicata da Waters nel 2023; tra immagini di uomini maiali e monete “sonanti” Waters imbraccia il basso, la voce è affidata a Wilson e le chitarre in assolo raddoppiano nelle corde di Wilson e Kilminster. Analogo discorso (al netto di alcune licenze) per “Us And Them” (con ancora Wilson alla voce) e per le successive “Any Colour You Like” (con spazio per gli assoli, tra cui quello di un ispirato Kilminster) e “Brain Damage” (con la croce di schermi che si riempie di volti); la sola “Eclipse” risulta di minutaggio maggiore alla versione in studio, con cori e le voci femminili in risalto.
Se da un lato la proposizione di tali brani nella versione originaria appare scontata, considerando che il tour ha avuto inizio nel 2022 e che lo stesso live, poi divenuto disco/film di cui si sta parlando, è stato registrato a maggio del 2023, mentre “The Dark Side Of The Moon – Redux” ha visto la pubblicazione ad ottobre del 2023, resta un po’ d’amarezza perché mi sarebbe personalmente piaciuto ascoltare le “nuove” versioni dal vivo, quantomeno quella di “Money” che ho apprezzato tantissimo nella nuova stesura.
Dopo “Eclipse”, Waters si rivolge al pubblico con un lungo “intervento” in cui invoca il disarmo nucleare; attacca così “Two Suns in the Sunset” (da “The Final Cut” e poi riproposta su “The Lockdown Sessions”) con il suo didascalico video… ancora un “intervento” parlato, tutti i musicisti intorno al pianoforte, un brindisi in onore del pubblico, Waters cita Bob Dylan e il suo “Blonde on Blonde” con la lunga “Sad Eyed Lady of the Lowlands” da cui ha preso alcune parole, la moglie Kamilah (“my sad-eyed lady” per le sofferenze degli uomini nel mondo) e suo fratello maggiore John da poco morto, e a loro dedica la seconda parte di “The Bar” che diviene nel testo e nelle immagini intensamente autobiografica “When I was born my brother used to sit/On my daddy’s lap when he was home on leave/Daddy’d smoke a cigarette/And sometimes as a jest/He’d blow smoke rings up my big brother’s sleeve/More fire daddy, my big brother would shout/At least that’s how the story has survived/I was mercifully spared/The memories that they shared/‘Cause I was only five months old when Daddy died”.
“The Bar”, senza soluzione di continuità, si fonde con una “Outside The Wall” ad hoc … che congeda un live… intenso, puro, sincero e “impegnato”.
- The Pros and Cons of This Is Not A Drill
Terminato l’ascolto/visione, giocando con i titoli dei due dischi di Waters, tiriamo le somme e valutiamo “i pro e i contro” di “This Is Not A Drill”.
Sotto il profilo socio/politico, Waters ha assolto pienamente al suo scopo, mostrandosi esempio da seguire avendo restituito all’arte due delle sue principali funzioni: quella comunicativa e quella dell’“impegno”, virtù queste poste meritoriamente alla ribalta ancor prima del mero intrattenimento di cui troppo spesso l’arte prende le “ingiuste” forme e a cui viene impropriamente associata. Waters ha dimostrato come si possa veicolare un messaggio carico di contenuti, utilizzando lo “spettacolo” e la musica come momento di aggregazione e come sana “vetrina” mediatica.
Sotto il profilo strettamente musicale, se il concerto, in termini di esecuzione e di scrittura, è stato impeccabile (Waters può sicuramente vivere senza i Pink Floyd, più di quanto i Pink Floyd lo possano fare senza di lui) come purtroppo spesso accade la proposizione dei brani (con rare eccezioni) è restata ancorata a quella propria dei dischi di provenienza… non è che ciò sia un male, ma per un mio personale “capriccio” ho sempre ricercato nei live quel “quid” che facesse la differenza e che rendesse “unico” l’evento… evento che Waters è riuscito comunque a rendere più che unico grazie alla sua capacità di rendere uno spettacolo sostanza…
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