Quel sano rock “underground”… quel “garage” lo-fi venato di psichedelia e di (in)sana follia made in U.S.A., voci sgraziate, chitarre aspre, suono ruvido, viscerale… e dopo tre 7″ (“Ain’t Comin’ Back”, “Freakout”, “Ain’t Comin’ Back”) nel 2003 la pubblicazione del bel “The Black Lips!”, LP a firma Black Lips! con tra le labbra stretti piccoli grandi brani quali “Freakout”, la “sixties” “Ain’t No Deal”, il blues “Stone Cold”, il baccanale di “Steps”, il country folk deviato di “Sweet Kin”, la “ballata” sghemba “Everybody Loves a Cocksucker” (“The Black Lips!” resta ancora oggi il disco a cui sono più “legato”).
- Premessa
Chiariamo subito due cose.
In primis va tracciata una linea di confine nella produzione dei Black Lips! datata 2007, anno d’uscita sia del “mitico” live “Los Valientes del Mundo Nuevo” (che per lo scrivente chiude una prima epoca), che di “Good Bad Not Evil” (disco che inaugura una seconda epoca e segna il cambio di passo verso una “pulizia” sonora e una maggiore apertura al “mercato”).
In secundis i primi Black Lips! (quelli che vanno dal 2002/2003 al 2007) sono “garage” nelle intenzioni e caratterizzati da una matrice di fondo che li porterebbe ad accostare al garage rock dei gruppi di “Nuggets: Original Artyfacts from the First Psychedelic Era, 1965-1968”, accostamento che però, come vedremo in seguito, si sposa meglio con i dischi licenziati dal 2007.
- Dal 2003 al 2007
Detto ciò, sul medesimo solco dell’esplosivo “The Black Lips!” gira il successivo “We Did Not Know the Forest Spirit Made the Flowers Grow” (del 2004) che non lesina punte di zappiana follia come nel passaggio “medioevale” di “Nothing At All/100 New Fears”, disco che porta all’(im)matuto “Let It Bloom” (del 2005), tra i loro lavori migliori (sebbene gli preferisca l’omonimo esordio del 2003) nel concentrare quanto di “peggio” si potesse fare in modo assolutamente (dis)graziato e dissacrante verso un’epoca e un genere (“Dirty Hands” docet), con tanto di personale omaggio a Jacques Dutronc con “Hippie, Hippie, Hoorah” e che, con il successivo “devastato” live “Los Valientes del Mundo Nuevo” (del 2007), chiude in modo egregio la parte più “significativa” della loro discografia.
- Dal 2007 al 2022
Il 2007 non è solo l’anno di “Los Valientes del Mundo Nuevo” ma anche di “Good Bad Not Evil” lavoro che come detto inaugura una nuova era; il “suono” si fa più “pulito”, anche il minutaggio dei brani aumenta, e i Black Lips!, pur mantenendo la loro irriverenza, si iniziano a ingentilire salvo pochi casi di ritorno al passato come con “Slime and Oxygen”. E così sarà per i lavori successivi a partire da “200 Million Thousand” (del 2009; da ricordare “Big Black Baby Jesus of Today”, “I Saw God”, la “nascosta” “Meltdown”….).
“Arabia Mountain” (del 2011) vede Mark Ronson dietro le quinte e un suono oramai distante dal lontano 2003… per un disco che sembra essere più un buon omaggio a una musica “garage” che fu (“Spidey’s Curse”, “Mad Dog”, “New Direction”…) che un (in)sano gesto… insano gesto che viene rinnegato definitivamente con “Underneath the Rainbow” (del 2014).
Il 2017 è un anno particolare per i Black Lips! poiché coincide con la pubblicazione del bel “Satan’s Graffiti Or God’s Art?”, un disco che “fonde” il passato “prossimo” con il “remoto”, trovando un più giusto equilibrio tra le due “epoche” (“Can’t Hold On”, “The Last Cul De Sac”, “Squatting In Heaven”, “We Know”, “Come Ride With Me”, “Lucid Nightmare”…), con punte ora anche da “pop” con “vocine” in stile Frank Zappa (“Crystal Night”), ora da blues sventrato “Interlude: Got Me All Alone”, ora da illustre collaborazione (come quella di Yoko Ono per “Occidental Front”), ora da “griffata” cover (“It Won’t Be Long”). Il risultato è un ottima caleidoscopica mistura (come ben rappresenta “In My Mind There’s A Dream”).
Se per Charlie Daniels “The Devil Went Down to Georgia” (bella anche la versione dei Primus) e lì, per un’anima e un fiddle, combatte e perde la sua epica sfida con il giovane Johnny, per i Black Lips! “every road leads down to Georgia in my mind…” che, in un mondo al disfacimento, con il solito irriverente spirito nel 2020 pubblicano, sotto il segno del country rock, “In A World That’s Falling Apart”… raccontando a modo loro i loro States fatti di saloon e rodei… (“Angola Rodeo”, “Georgia”, “Odelia”…), umori questi già anticipati dal singolo “Satan (I’m tired you)”/“The One” (del 2019).
Passano due anni e con “Apocalypse Love” (del 2022) si ritorna a un rock deviato ed eterogeneo (si paragoni “No Rave” con “Stolen Valor” – brani agli antipodi – per comprendere come sia ampio lo spettro d’azione) sullo stile che da ultimo fu (in parte) per “Satan’s Graffiti Or God’s Art?”. “Apocalypse Love” alterna momenti “sensuali” e “desertici” (“Lost Angel”), a momenti da rap vintage (“Sharing My Cream”), a momenti country (“Apocalypse Love”), a momenti western da confine messicano (“Tongue Tied”).
- “Season of the Peach”
A tre anni di distanza da “Apocalypse Love”, i Black Lips! oggi pubblicano “Season of the Peach” (Fire Records) disco che come si legge nel comunicato stampa “is a 40-minute rock and roll odyssey, tripping through DIY genres where garage rock meets new wave pop, and disgruntled country shakes hands with epic western soundtracks. The 14-track album captures the energy and spirit of early Black Lips while simultaneously applying new approaches to songwriting”.
Ebbene tale definizione risulta calzante per un lavoro ben prodotto (ma oramai è una costante certezza nella loro produzione) ma che è distante dagli esordi per scelta di suoni, limitandosi a seguire la “corrente” inaugurata da “Good Bad Not Evil” e che ha trovato la sua massima espressione in “Satan’s Graffiti Or God’s Art?”.
Un disco che fatta salva la pace dei “cultori” suona “ripetitivo” nel riproporre (seppur in chiave Black Lips!) generi “datati”.
Apre la carrellata dei 14 brani il “lento” country lounge di “The Illusion Part Two” a cui segue la “natalizia” (anch’essa country) marcetta di “Zulu Saints”.
Se “Sx Sx Sx Men” si fa ascoltare per il suo sapore più da rock “maledetto” con il suoi riff e il suo cantato…”Wild One” ripropone in musica vecchi cliché (nel comunicato stampa si legge: ‘Elsewhere, “Wild One” plays out like a Morricone romp through another day in Hell. A mantra for the hungover, a skin-crawling lament in praise of the wild at heart’).
Mentre “So Far Gone” recupera uno spirito “garage”, “Judas Pig” recupera (in parte) lo spirito dei loro primi anni nel suo essere piacevolmente sgraziata.
“Kassandra” è retrò nel suo rock psichedelico e anticipa il country di “Baptism In The Death House”.
“Until We Meet Again” è breve intermezzo prima che “Tippy Tongue” richiami i gruppi vocali femminili soul anni sessanta; impossibile non ricordare gli splendidi quadretti che Frank Zappa con maestria regalava nel fare ciò (ma Zappa è altra storia).
Nel citare Zappa, “Happy Place” sembra uscita da una delle prime pubblicazioni con le The Mothers of Invention, quì però in una veste più “educata”.
“Prick” e “Hatman” non aggiungono nulla a quanto già detto con un “Hatman” che nuovamente evoca i fantasmi di un “certo” Frank Zappa e che si distingue per uno “scalcinato” assolo di chitarra.
Chiude “The Illusion Part One”, versione “scomposta” dell’omonima Part Two.
Recentemente su queste pagine si è parlato di John Dwyer e si è recensito “Intercepted Message” a firma Osees; ebbene mentre Dwyer ha restituito una più che convincente prova di rivisitazione retrò, non si può affermare lo stesso dei Black Lips! che hanno confermato l’abiura all’(in)sana follia degli esordi con l’ordinario e scontato “Season of the Peach”.
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