Alle 20:30, in perfetto orario, aprono le danze i californiani Dear Boy: un quartetto – voce, chitarra, basso e batteria – che, nonostante provenga da Los Angeles, trova il suo habitat musicale nella vecchia Inghilterra. Propongono un brit pop frizzante e luminoso, regalando al pubblico una mezz’ora piacevole e ben suonata.
Alle 21:30 tocca a loro, i fratelli Tim e Richard Butler, affiancati da Amanda Kramer alle tastiere (look alla Wet Leg), Zack Alford alla batteria – dall’aspetto reggae ma con l’energia di una locomotiva – e Rich Good alla chitarra, cool e preciso.
Tim, Richard e Rich si schierano in prima linea, con le immancabili camicie mod-flower, e aprono subito con un jolly senza tempo: “Heaven”, che in un attimo ci catapulta nel 1984.
Ci vogliono un paio di brani per apprezzare appieno la voce di Butler – un timbro inconfondibile, unico nel suo genere. Con “President Gas” le chitarre si fanno taglienti e la sezione ritmica esplode: è chiaro fin da subito che sarà la spina dorsale del live.
Dal loro ultimo album, Made of Rain (2020), arriva “Wrong Train”, che non sfigura affatto in scaletta: Richard, in smagliante forma, vola sopra tappeti sonori carichi di feedback alla Jesus and Mary Chain.
Ma è con “The Ghost in You” che si tocca l’apice: un’esecuzione fedele all’originale, elegante, con quel balletto di Butler che diverte e conquista tutti. Dopo i riverberi di “The Boy That Invented Rock ’n’ Roll”, arriva un vigoroso “Mr. Jones” tratta dal capolavoro Talk Talk Talk.
Tra i momenti più intensi, “My Time”, perfetto esempio di come si scriva una canzone senza tempo. Poi “No One”, che riecheggia vagamente gli Smiths, e senza soluzione di continuità Richard, tamburello alla mano, attacca un classico assoluto: “Love My Way”, accolta da un boato.
Scorrono con grande energia anche “In My Head” e “Run and Run”, cantata divinamente da Richard. Segue l’immancabile parentesi techno-pop con “Until She Comes” (tratta da World Outside del 1991), che mantiene viva la loro vena anni ’80.
Il finale è una festa: “Pretty in Pink” e “Heartbreak Beat” fanno esplodere il Fabrique di Milano in una vera e propria liturgia musicale.
Nel bis trovano spazio la rockeggiante “It Goes On” e la potente “India”, unico brano proposto dall’album d’esordio del 1980.
Certo, si avverte un po’ la mancanza del sax di Duncan, che negli anni ’80 donava al sound quella vena soul così caratteristica, e forse ci sarebbe stato spazio anche per “Heartbeat” o “Sister Europe”. Ma la forza dei Psychedelic Furs è proprio questa: inclassificabili, troppo pop per essere post-punk, troppo rock per essere new wave.
Come la voce di Richard: non è Morrissey, non è Bowie, non è Robert Smith — è semplicemente Richard Butler.
Ed è per questo che, dopo 45 anni di carriera, continuiamo ad amarli così come sono.
Usciamo dal Fabrique felici, soddisfatti e con il cuore ancora pieno di echi anni ’80.
https://thepsychedelicfurs.com/
https://www.instagram.com/pfurs
https://www.facebook.com/psychedelicfurs/

































