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Corde Oblique, ventennale per la ethereal progressive neofolk band

di Redazione
13 Marzo 2025
in Interviste
Tempo di lettura: 8 minuti
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Dopo cinque anni di silenzio discografico, i Corde Oblique tornano con un nuovo album, Cries and Whispers, pubblicato dalla label The Stone of Naples Records. Questo lavoro segna un doppio traguardo: non solo è l’ottavo album in studio della band, ma celebra anche i vent’anni di attività del progetto, nato nel 2005 per volontà del chitarrista e compositore Riccardo Prencipe.

Cries and Whispers è un album ambizioso, diviso in due parti distinte ma complementari: Cries, che esplora sonorità post-rock, metal e shoegaze, e Whispers, dedicato a atmosfere neofolk. Il titolo è un omaggio al capolavoro cinematografico di Ingmar Bergman, Sussurri e grida, e riflette la dualità che ha sempre caratterizzato l’anima artistica di Prencipe.

L’album, registrato a Napoli presso lo Splash Studio, vanta collaborazioni prestigiose, tra cui Simone Salvatori (Spiritual Front), Denitza Seraphimova (Irfan), Luigi Rubino (Ashram) e l’attrice Maddalena Crippa. Con 10 tracce inedite, una cover degli Alcest e una rivisitazione della Gnossienne n. 1 di Erik Satie, Cries and Whispers si conferma come un lavoro poliedrico e ricco di sfumature, capace di unire tradizione e innovazione.

In occasione di questo importante anniversario e della pubblicazione del nuovo disco, abbiamo incontrato Riccardo Prencipe per parlare del loro percorso artistico, delle sfide del panorama musicale italiano e del ruolo di Napoli, città che, nonostante la carenza di spazi adeguati e un mercato spesso limitato a generi come il neomelodico e il rap, continua a essere un crogiolo di talenti e creatività.

Vent’anni di carriera e un nuovo album dopo cinque anni di silenzio segnano un doppio traguardo. Cosa rappresenta per voi questo disco e come avete vissuto questo periodo di pausa?

L’espressione autentica di un periodo difficile. La creatività nasce dai momenti di solitudine, non dalla mondanità. Chiudersi dentro e studiare, studiare sé stessi, i propri sbagli, cercare nuove vie anche da grandi. L’importanza di essere ancora qui, l’importanza di avere una fanbase, l’importanza di non aver inseguito il consenso a tutti i costi, seppur lavorando tanto alla promozione. L’importanza di saper perdere. Ecco cosa mi viene in mente.

Dualità sonora: l’album è diviso in due parti che esplorano sonorità apparentemente opposte. Come è nata l’idea di questa struttura e come avete bilanciato le due anime del progetto?

Mentre scrivevo mi tornava in mente quello che sono sempre stato: un amante della musica estrema al Conservatorio. Perché non esprimere la realtà? La mia realtà musicale è duplice, sono da sempre sia una cosa che l’altra. Amo il prog, ma anche il Death Metal. Amo i Cannibal Corpse, ma anche Francisco Tarrega. Oltretutto sono convinto che molti chitarristi del passato e compositori avrebbero amato il modo di suonare la chitarra di Pat o Brien.

Ritorno alle radici: hai parlato di un ritorno alle tue origini musicali, legate al metal estremo, ma con un approccio diverso. Come hai conciliato questa esigenza con la tua esperienza maturata negli anni?

Riuscire a fare un disco che suoni come si ha in mente è davvero difficile. Sono al mio decimo lavoro e piano piano sto capendo molte cose, forse solo adesso sarei riuscito a compiere questo passo, quel passo in avanti che ti fa necessariamente perdere l’equilibrio. Provo ad essere sincero, se provi ad essere sincero e a non schermarti sei sempre autentico. Lavoro con persone giuste, negli anni ho incontrato tanti fonici bravi, ma non con tutti erano adatti al mio modo di lavorare, e viceversa, magari non ero io adatto a loro.

Collaborazioni prestigiose: l’album vanta partecipazioni importanti, da Denitza Seraphimova a Simone Salvatori, Maddalena Crippa. Come avete scelto i collaboratori e quanto hanno influenzato il sound finale del disco?

Scelgo da sempre i collaboratori che fanno vibrare le mie corde. Quando li ascolto li stimo, li cerco, sono un loro fan. Ascoltai Maddalena Crippa al San Carlo durante l’esecuzione del Requiem di Roberto de Simone, e rimasi esterrefatto dalla sua timbrica vocale. Da allora la seguo e provo ad andare ai suoi spettacoli quando possibile, idem per gli altri collaboratori. Denitza la ascolto dai tempi degli Irfan, band bulgara sulla scia dei Dead Can Dance. Stimo anche moltissimo Andrea Chimenti e Miro Sassolini, che sono ospiti nel penutlimo album “The moon is a dry bone” e con cui spero di bissare. La squadra obliqua inoltre mi aiuta tantissimo, ringrazio tanto i miei amici musici: Rita Saviano, Edo Notarloberti, Umberto Lepore, Alessio Sica.

Napoli e la scena musicale: Napoli è una città ricca di talenti e voi siete l’ennesima dimostrazione soprattutto non allineate a certi trend, ma spesso mancano spazi adeguati per esibirsi e un mercato che sostenga generi diversi dal neomelodico e dal rap. Come vivete questa realtà e quali sono, secondo voi, le soluzioni per far crescere la scena musicale indipendente?

Il sud è in un momento difficile, la cultura della faciloneria trionfa. C’è per me una ragione matematica per cui Napoli ha difficoltà a crescere da alcuni punti di vista ed è molto semplice: le persone con certi interessi fanno pochi figli (o non ne fanno affatto) e spesso espatriano, le persone con altri interessi fanno moltissimi figli, e spesso restano.
Quindi: “più figli e tutti restano”, contro “meno figli e molti espatriano”.
Cosa possiamo fare? personalmente credo ancora nell’insegnamento perché se riusciamo a sensibilizzare un teenager a Berlioz, a Platone o a Raffaello, al Rock, a Da André o a tutto ciò che non sia tamarro, possiamo contribuire a sottrarre da questa città faciloneria e ignoranza, che purtroppo sovrabbondano. Se anche un solo alunno in una classe si appassiona ai Radiohead e si disappassiona al culto dell’ignoranza che oggi impera, la mia guerra personale ha un senso.
Il fatto che oggi a Napoli sia molto difficile suonare non dipende dagli organizzatori, ma dalla poca richiesta del pubblico. La colpa è anche dei votanti, e in primis dei click, perché – se non si fosse capito – oggi quelli sono i veri voti.

Musica dal vivo vs. discografia: in un’epoca in cui la musica dal vivo è spesso l’unica fonte di sostentamento per gli artisti, come vi rapportate al mercato discografico? Credete che l’album come formato abbia ancora un futuro?

L’album come formato è essenziale perché testimonia il semplice fatto che una band abbia qualcosa da dire o meno. Il singolo ben riuscito capita a tutti, ma è la durata a fare consistenza. Il compromesso dei singoli è fondamentale in una società che ormai è immersa nel mordi e fuggi del digitale. Fare uscire un album tutto d’un botto purtroppo vuol dire bruciarlo. Questo è dato dal fatto che la musica ormai è praticamente gratis. Svilire un lavoro di anni e renderlo gratuito vuol dire svalutarlo. Se l’oro fosse gratis perderebbe valore.

Riccardo Prencipe

Omaggio a Bergman: il titolo dell’album è un riferimento a Sussurri e grida di Ingmar Bergman. Cosa vi ha spinto a scegliere questo omaggio e quanto il cinema influenza la vostra musica?

Da sempre sono appassionato di Cinema. Credo vivamente che sia fondamentale per chi si occupa di arti visive, come me. Vidi questo film molti anni fa e l’ho rivisto di recente. Parla di un dramma domestico vissuto per lo più all’interno di una casa. Parla anche della reazione umana di fronte al dramma, di fronte al malessere esce una verità viscerale su chi siamo. Ho vissuto e vivo una situazione difficile a livello familiare, forse per questo sento molto vive le corde di quel film.

Progetto artistico e identità: i Corde Oblique sono sempre stati un progetto in evoluzione, con un sound che unisce “tradizione metal” e innovazione. Come definireste oggi la vostra identità musicale?

In principio eravamo squisitamente acustici anche se, sia il fatto che spesso proponiamo una cover rock/metal in chiave acustica in ogni album, che la ma attitudine verso certe sonorità, ci ha portati ad avere una discreta fanbase anche tra gli estimatori del metal. Altresì non mancano gli appassionati di dark/ethereal e prog. Queste sono le nostre tre fanbase principali. Credo che il genere scaturisca da questo, “dimmi chi ti ascolta e ti dirò che genere fai”.

Tour e live: dopo l’uscita di Cries and Whispers, avete in programma dei live? Come pensate di portare sul palco le atmosfere così diverse di questo album?

Non è semplice vista la varietà di strumenti, di sonorità e di timbri. Ci esibiamo in suo, trio o quintetto, a seconda delle occasioni e delle possibilità. Le date del 2025 sono state e saranno le seguenti: 23-26 gennaio ci siamo esibiti a Sofia (Bulgaria), il 30 gennaio Roma mentre prossimamente il 15 marzo a Napoli, il 29 marzo a Jesi, il 27-29 giugno a Cuba (Portogallo) e il 3-5 luglio ad Ashaffenburg (Germania). Ma il calendario è aperto e si aggiungeranno altri appuntamenti.

Futuro: cosa vi aspettate per i prossimi anni? Avete già in mente nuovi progetti o direzioni artistiche da esplorare?

A giugno compirò 47 anni ed inizio ad accusare la stanchezza di una vita frenetica, sono da sempre iperattivo, ma spero di riposarmi anche un po’, vediamo come andranno gli eventi. A livello di scrittura, da giovane scrivevo sempre, oggi provo a fermarmi e a capire se c’è esigenza di scrivere o meno. In un momento in cui vengono pubblicati decine di dischi al giorno, molti dei quali inutili e derivativi, spero e provo nel mio piccolo a non contribuire al numero di pubblicazioni inutili che infestano il mercato.

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