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The Belair Lip Bombs: come una giovane band australiana sta riscrivendo il jangle per una generazione che vive tra nostalgia e iper‑presenza

di Eliseno Sposato
13 Marzo 2026
in Recensioni
Tempo di lettura: 5 minuti
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Negli ultimi quindici anni, l’Australia è diventata uno dei laboratori più fertili per la musica chitarristica: un ecosistema in cui il jangle — quella combinazione di chitarre luminose, malinconia gentile e immediatezza melodica — ha trovato nuove forme, nuovi linguaggi, nuove comunità. È un’eredità che parte dagli anni ’80, attraversa i sobborghi di Brisbane e Melbourne, e arriva fino alle camere da letto di una generazione cresciuta tra streaming, precarietà e un desiderio quasi ostinato di sincerità emotiva.

Nel loro secondo album, Again, i The Belair Lip Bombs si inseriscono con sorprendente naturalezza nella lunga tradizione del jangle australiano, un’eredità che affonda le radici nei Go-Betweens e nei Lucksmiths e che negli ultimi anni ha trovato nuova linfa nella scena di Melbourne. La band sceglie di non replicare la malinconia ombrosa del jangle neozelandese targato Flying Nun, preferendo un approccio più luminoso, più pop, più emotivamente accessibile. E lo fa con un disco che parla di cicli emotivi, di ritorni, di fragilità quotidiane — ma lo fa con una luce tutta australiana, una luminosità che non cancella l’ombra, ma la rende vivibile.

I The Belair Lip Bombs  raccolgono un’eredità lunga quarant’anni: dal jangle letterario ai sobborghi contemporanei. Per capire Again, bisogna tornare oltrea ai già citati  Go-Betweens, anche ai Triffids, ai Church: band che negli anni ’80 hanno definito un’estetica chitarristica capace di essere malinconica senza essere cupa, introspettiva senza essere claustrofobica. Era un jangle diverso da quello neozelandese: meno minimalista, meno ombroso, più narrativo, più legato alla luce e agli spazi aperti.

Negli anni ’90 e 2000, questa tradizione si è trasformata in qualcosa di più intimo e domestico: i Lucksmiths, gli Even As We Speak, i Cannanes hanno portato il jangle nelle case, nei piccoli gesti, nelle relazioni quotidiane. Poi, negli anni 2010, Melbourne è diventata il nuovo epicentro: Twerps, Dick Diver, Rolling Blackouts Coastal Fever, The Ocean Party. Chitarre intrecciate, ritmiche elastiche, un senso di comunità che si rifletteva nella musica.

I Belair Lip Bombs arrivano dopo tutto questo, ma non sembrano schiacciati dal peso della tradizione. Again non è un disco che guarda indietro con nostalgia museale: è un album che usa il jangle come linguaggio vivo, come strumento per raccontare un presente emotivo complesso.

La prima cosa che colpisce di Again è la sua luminosità. Le chitarre di Bradvica non cercano la dissonanza o la ruvidità lo‑fi: sono pulite, brillanti, quasi trasparenti. È un suono che rifiuta l’oscurità come estetica, ma non come tema. Mentre la voce di Maisie Everett porta in primo piano una scrittura che esplora cicli emotivi, memorie ricorrenti e fragilità quotidiane. Again and Again è il centro tematico del disco, un brano che riflette sulla ripetizione affettiva con una delicatezza che evita il sentimentalismo. Cinema osserva la distanza emotiva attraverso una lente quasi cinematografica, mentre Burning Up introduce una tensione più cupa, e presenta il testo più oscuro: parla di consumarsi, di sentirsi sopraffatti, di emozioni che diventano troppo intense. È anche il brano più metaforico, meno narrativo. suggerendo una possibile evoluzione futura.

In Back Of My Hand con una leggerezza sorprendente, si parla dell’intimità che perde smalto quando diventa routine, della conoscenza profonda che si perde in quella prevedibilità che diventa stanchezza.

Don’t Let Them Tell You (It’s Fair) presentaIl testo più assertivo del disco. Parla di pressioni esterne, giudizi, aspettative sociali. È un invito a non accettare narrazioni imposte.

La malinconia c’è, ma è una malinconia che respira.

In questo senso, i Belair Lip Bombs si distanziano nettamente dal jangle neozelandese: niente atmosfere spettrali, niente minimalismo motorik, niente cripticità. Again è un disco che vuole essere capito, che vuole essere condiviso, che vuole essere vissuto.

La poetica della ripetizione: emozioni che tornano, relazioni che si riaprono

Il titolo non è casuale. Again è un album costruito attorno all’idea di ciclicità: relazioni che ritornano, pensieri che si ripresentano, abitudini emotive difficili da spezzare.

Non c’è dramma, non c’è catarsi: c’è un movimento circolare, quasi mareale.

È una poetica che appartiene profondamente alla generazione attuale e diversa da altre band contemporanee: non c’è la rabbia politica di Camp Cope, nemmeno il diarismo brutale dei Goon Sax, e neanche la narrativa geografica dei Rolling Blackouts Coastal Fever.

Qui tutto è interiore, ma mai chiuso. Un disco che appartiene a un luogo, ma non lo nomina. Una delle caratteristiche più interessanti di Again è la sua capacità di essere profondamente australiano senza mai dirlo esplicitamente. Non ci sono strade, quartieri, riferimenti geografici.

Eppure, la luce, il ritmo, la spazialità del suono parlano chiaramente di Melbourne, di un certo modo di vivere la musica come comunità, come condivisione, come continuità.

È un disco che sembra nato in piccoli club, in case condivise, in pomeriggi assolati. Un disco che porta con sé la tradizione senza imitarla.

Se il jangle australiano degli anni ’80 era letterario, quello dei ’90 era domestico, quello dei 2010 era comunitario, Again rappresenta una nuova fase: il jangle emotivo, il jangle relazionale, il jangle della ciclicità interiore.

È un disco che non vuole essere rivoluzionario, ma significativo. Non vuole essere rumoroso, ma chiaro. Non vuole essere perfetto, ma vero.

E in un panorama musicale globale che spesso premia l’eccesso, la saturazione, la performance, questa scelta di misura, di luce, di sincerità è forse la cosa più radicale che i Belair Lip Bombs potessero fare.

https://thebelairlipbombs.com/
https://www.facebook.com/lipbombz/
https://www.instagram.com/lipbombs/
https://thebelairlipbombs.bandcamp.com/album/again

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