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Gorillaz – The Mountain: la scalata spirituale di Damon Albarn

di Redazione
13 Marzo 2026
in Focus On, Primo Piano, Recensioni
Tempo di lettura: 4 minuti
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Ci sono dischi che si ascoltano. Poi ci sono dischi che si scalano. “The Mountain”, nono capitolo nella già leggendaria discografia dei Gorillaz, appartiene categoricamente alla seconda categoria. Non è un caso che Damon Albarn e Jamie Hewlett abbiano scelto questo titolo: siamo di fronte a un’ascesa, faticosa ma necessaria, verso una vetta da cui il panorama cambia radicalmente. E se la base di partenza di questa scalata è il lutto, la vetta è la rinascita.

Pubblicato il 27 febbraio 2026 sulla nuova etichetta indipendente KONG, “The Mountain” arriva a tre anni di distanza da “Cracker Island” e trova la band in uno stato di grazia creativa che non si vedeva dai tempi di “Plastic Beach”. L’ispirazione nasce da un viaggio in India del 2023, un pellegrinaggio personale prima ancora che artistico per Albarn e Hewlett, segnato dalla perdita dei rispettivi padri a distanza di pochi giorni. Ma se la scintilla è il dolore, l’incendio che ne divampa è un’esplosione di colori, suoni e spiritualità che abbraccia l’induismo e la sua visione ciclica dell’esistenza.

L’album si apre con la title track, cinque minuti di strumentale classico indiano – sitar, bansuri e tabla – che agiscono come una purificazione delle orecchie. Quando la voce di Dennis Hopper, campionata da una collaborazione del 2005, sussurra le sue meditazioni, capiamo subito il gioco dei Gorillaz: qui i confini tra i vivi e i morti sono labili. E i fantasmi sono invitati d’onore. Tony Allen, Bobby Womack, Mark E. Smith e il rapper Proof (in un “The Manifesto” semplice devastante) tornano a popolare l’universo della band, non come semplici campioni, ma come presenze vive che dialogano con il presente. È un modo elegante e toccante per ricordarci che la morte, in questo contesto, è solo un passaggio.

E nonostante il tema, “The Mountain” è tutt’altro che un disco cupo. Anzi. “The Moon Cave” è un groove synth-pop irresistibile, con archi vellutati e la voce pitch-shifted di Jalen Ngonda a guidare il ballo. “The Happy Dictator” è una di quelle canzoni che ti entra in testa e non ti molla più, nonostante parli di manipolazione e totalitarismo. È la classica maestria di Albarn: vestire di pop riflessioni amare.

Il cuore pulsante dell’opera, però, batte all’unisono con l’India. L’inserimento di strumenti e strutture raga non è mai folkloristico o di maniera. In “Damascus”, un riff ispirato alla musica classica indiana si dipana come un serpente impazzito, mentre “The Shadowy Light” vede la leggendaria Asha Bhosle, 91 anni, duettare con Gruff Rhys su una base di elettronica spirituale che è pura magia. L’operazione riesce perché la band non snatura mai il proprio Dna: l’hip hop, l’elettronica, il pop di Albarn rimangono saldamente al centro, mentre i nuovi elementi li arricchiscono senza sovrastarli.

C’è spazio anche per la malinconia più pura, quella che solo Damon sa trasformare in melodia. “Casablanca” e “The Sweet Prince” (qui troviamo anche Johnny Marr) sono momenti di intimità straziante, con la sua voce che si avvolge attorno a accordi minori. Ma è in “Orange County” che il concept si fa più chiaro: un fischietto allegro e il twang del sitar accompagnano un testo che parla della cosa più difficile, il dire addio a chi si ama. È la dimostrazione che si può piangere sorridendo, o forse sorridere mentre si piange.

“The Mountain” è un’opera corale, forse anche più di “Cracker Island”, ma qui le collaborazioni non appesantiscono mai il flusso. “The Manifesto” porta una verve latina che si sposa perfettamente con i sarod dei fratelli Bangash e l’irruzione finale di Proof. Ogni ospite è funzionale alla scalata, un compagno di cordata che aiuta a raggiungere la vetta.

E in vetta, si sa, si sta soli. La chiusa è affidata a “The Sad God”, un congedo amaro e profetico in cui una divinità si pente di aver donato all’uomo gli atomi, usati per costruire bombe, e vede la spiritualità sostituita dagli schermi. Un monito potente che riporta il viaggio con i piedi per terra.

Dopo venticinque anni di carriera, i Gorillaz potevano permettersi di vivere di rendita. Invece, con “The Mountain”, dimostrano di essere ancora una delle realtà più visionarie e coraggiose del panorama musicale globale. Non è solo un disco sulla morte, è un inno alla vita. E come tutte le vette, una volta raggiunta, vi lascerà senza fiato.

Per quanto riguarda i concerti i Gorillaz hanno annunciano – oltre a un esteso world tor – due date in Italia a giugno e luglio. La prima vedrà band tra gli headliner del festival La Prima Estate a Lido di Camaiore (27 giugno), la seconda sarà a Trieste (25 luglio).

https://gorillaz.com/
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