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Bello e “intimo” è “On Beacon Hill” a firma Anthony Moore with AKA & Friends

di Marco Sica
14 Gennaio 2026
in Recensioni
Tempo di lettura: 5 minuti
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Prima di addentrarci nella descrizione di “On Beacon Hill” (Drag City) è necessario fare un passo indietro nel tempo.

  • Gli anni settanta

Per chi ama e ha amato il rock più sperimentale, Anthony Moore è un nome più che familiare, non tanto per la sua militanza nei Slapp Happy (gruppo orientato verso un art rock psichedelico) ma perché con gli Slapp Happy, tra il 1974 e il 1975, ha preso parte alle due storiche collaborazioni con gli eccezionali Henry Cow, cristallizzate nei dischi “Desperate Straights” e “In Praise of Learning” (entrambi pubblicati nel 1975 sebbene “Desperate Straights” sia stato registrato nel 1974).

Anni fa, era il 2019, su queste pagine ebbi modo di recensire il concerto che Fred Frith tenne a Napoli all’Ex Asilo Filangieri; in quell’occasione, nell’anticipare l’evento, in relazione al sodalizio Henry Cow/Slapp Happy, si osservò: ‘La collaborazione tra i due ensemble, grazie anche alla spiccata vocazione teatrale degli Slapp Happy, generò un nuovo spazio artistico musicale trasversale e poliedrico che, dopo un esplorativo Desperate Straights (1974), diede alle stampe il capolavoro In Praise Of Learning (1975), miscellanea, in un abbattimento di generi, di musica e “teatro” sospesa tra espressionismo, improvvisazione, elettronica (Moore è vicino al kraut tedesco), rock-cabaret e avanguardia (Lindsay Cooper si dedica a manipolare oboi e fagotti mentre Frith suona anche il violino e lo xilofono), perfettamente sintetizzati nella splendida Beautiful As The Moon Terrible As An Army, brano che è anche l’apertura del tombale live Concerts (1976), registrato in parte in Italia (Ruins  il 13 ottobre del 1975 a Udine) e che vede la partecipazione di Robert Wyatt’.

Va anche detto che gli Slapp Happy, avendo avuto genesi in Germania, nei primi dischi, oltre membri fondatori Anthony Moore, Peter Blegvad e Dagmar Krause, si avvalsero della collaborazione di Gunther Wüsthoff, Werner “Zappi” Diermaier e Jean-Hervé Péron (dei mitici Faust) per “Sort Of” del 1972 e per “Acnalbasac Noom”, registrato nel 1973 ma uscito poi solo nel 1980.    

Mentre poi Moore si dedicava a costruire e decostruire con tastiere e chitarra e a “giocare” con le voci e con le “orchestrazioni”, la moglie Dagmar Krause è diventata nota per la sua voce e per la sua passione nel cantare Bertolt Brecht, Kurt Weill e Hanns Eisler (la Krause prenderà parte anche al citato meraviglioso “Concerts” degli Henry Cow in cui fa la sua apparizione anche Robert Wyatt).    

La vocazione sperimentale che in quegli anni caratterizzava Moore prende forma anche nei primi suoi lavori solisti (per tutti in l’ottimo “Pieces from the Cloudland Ballroom” del 1971 in cui spicca “l’esercizio” per voci “Jam Jem Jim Jom Jum” ad occupare tutto il lato A del vinile e “A.B.C.D. Gol’Fish” con Werner Diermaier), sperimentazione che negli anni proseguirà fino all’epoca recente (si ascolti ad esempio “Arithmetic in the Dark” del 2019), alternata a belle composizioni più “art-pop-psichedeliche” (come il riuscitissimo “Flying Doesn’t Help” del 1979; da citare brani quali “Judy Get Down”, “Lucia”, per un disco che in chiusura con “Twilight (Uxbridge Road)” si riserva un breve omaggio al kraut).

Se “Pieces from the Cloudland Ballroom” aveva inaugurato il decennio, “Flying Doesn’t Help” lo chiude, per due dischi agli antipodi ma di egual pregio.

Tra le varie attività e pubblicazioni Moore, oltre a collaborare per alcuni testi con i Pink Floyd (era David Gilmour), nel 2000 troverà il tempo di dare alle stampe, nuovamente insieme a Peter Blegvad e Dagmar Krause, il pretenzioso ed operistico “Camera”.

  • “On Beacon Hill”

Veniamo ora a “On Beacon Hill”, un disco bello, “intimo” e convincente, con un Anthony Moore (voce, pianoforte e chitarra) che, accompagnato dagli AKA & Friends, si muove tra coordinate che evocano tanto Nick Cave quanto il Roger Waters di “The Final Cut” e “The Pros and Cons of Hitch Hiking”.

Nelle note di copertina gli AKA risultano composti da Anthony Moore, Keith Rodway (keyboards) e Amanda Thompson (voce e keyboards) e i Friends da Tullis Rennie (trombone and electronics), Olie Brice (double bass), Richard Moore (violin) e Haydn Ackerley (guitar).

Messo il vinile sul piatto, “Caught” già definisce un suono e un’atmosfera che avvolge, atmosfera che diventa narrativa in “It’s Fear” e in “The Argument” (che come detto mi hanno ricordato il Roger Waters di “The Final Cat” e di “The Pros and Cons of Hitch Hiking”).

Tirata e “sentita” è “A Man of Custom” con il suo pianoforte e i suoi “disturbi”.

L’ombra di Nick Cave appare invece in “No Parlez” che, nel suo incedere per pianoforte da “preghiera blues” conduce alla rarefatta e onirica  “The Blistered Salver”.

“World Service” è altro momento di pregio che porta alla mente Nick Cave con un assolo centrale in stile “Book Of Saturday” dei King Crimson. 

L’appena più ariosa “A Different Lie” congeda un lavoro che ha restituito piacevolissimi momenti di ascolto tanto nella scrittura quanto nell’esecuzione. 

https://reflectionsonsound.com/

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