Da fine maggio è disponibile su store e piattaforme di streaming Iter, il nuovo album della band alternative-rock dei Calgolla, pubblicato da Vina Records e distribuito da Believe. Il disco è una sorta di concept album, per il quale la band con base a Berlino composta da Emanuele Calì (già con precedenti esperienze nel collettivo Fitzkarraldo) alla chitarra, voce, composizione e produzione musicale, Felipe Melo (ERROR!, Rope, Föllakzoid) alla batteria, Yerko Ursic al basso (Voragine, Have Blue, Fumifugi) e Marco Papa (Kenoma, Ugo) alla chitarra, non si è risparmiata.
I testi sono tratti e adattati da Viaticus, graphic poem scritto dal cantante insieme all’artista visivo Giacomo Della Maria, mentre il disco, composto inizialmente in forma di demo, registrato da Yerko Ursic ed Emanuele Calì tra luglio 2023 e gennaio 2025 al Subterranea Studio in Artistania, Berlino, si è sviluppato per poi coinvolgere musicisti esperti nelle fasi di produzione e registrazione, unendo suoni d’ambiente, testi parlati alternati a armonizzazioni vocali, e texture surreali. La grafica del progetto è stata sviluppata in collaborazione con gli studenti della scuola per bisogni educativi speciali speciale Parzival-Schule (Berlino), le cui illustrazioni di animali magici hanno ispirato l’estetica del disco.
Il disco risente anzitutto sin dalle prime note dell’atmosfera sperimentale di Berlino, capitale tedesca e non solo dello sperimentalismo in musica: anche se i pezzi sono strutturati nella classica forma canzone, in realtà sono soprattutto evoluzioni musicali, che mescolano post-rock, post punk, math rok, progressive metal, sul quale si staglia un cantato che è quasi sempre un parlato, influenzato dall’estetica della poesia beat.
Complessi e esistenziali i temi trattati: migrazione, trasformazione interiore, alienazione sociale, collasso ecologico e senso di perdita, si alternano nei testi dando la sensazione che il viaggio evocato dal titolo sia più interiore che esteriore. Ma quel che colpisce di più al primo ascolto è la complessa trama musicale: le chitarre tessono trame a volte eteree (come in Morning Star) a volte graffianti e cattive, al limite del metal, con la sezione ritmica che costruisce un’ossatura ritmicamente pulsante e sempre in grado di reggere i diversi registri di ogni pezzo. Proprio in Morning Star, la prima traccia, i Calgolla (diventati definitivamente un collettivo laddove nascono come progetto solista di Cali con vari turnisti) danno esempio del meglio di sé e dei tratti distintivi del loro stile: c’è il cantato-parlato, quasi in sottofondo rispetto ai riff di chitarra che impreziosiscono il pezzo creando continuamente virtuosismi che dialogano con la sessione ritmica in una forma solare, raggiante, grintosa.
Totalmente diverso il colore di Iter, la title track, che inizia con un riff oscuro, su cui si staglia un basso inquietante e ulteriori linee di chitarra abrasive. Inquinamento industriale e catastrofi interiori si mescolano in un viaggio musicale generato da un ambiente sonoro duro e stratificato.
Fino a qui lo stile dei Calgolla si colloca verso un post-rock particolarmente metallico e tosto, ma è con Erdelose PFlanze, che inizia con rumori e canti di uccelli all’aria aperta, che i Calgolla sembrano citare in maniera esplicita le più importanti band post rock di questi anni, soprattutto per il lavoro incredibile di tessitura sonora che fanno le chitarre. La “pianta senza terra“ evocata dalla canzone è una metafora della sensazione di essere slegati, alienati dalla terra stessa che dovrebbe nutrirci.
Frantic Movement invece inizia con riff più tradizionali e puliti, una parte più cantata del solito, e un attacco di batteria stile dark-music anni ’80, e forse proprio per questo rappresenta uno dei momenti più evocativi e alti del disco. E’ una canzone che starebbe tranquillamente in un qualunque disco dei primi Cure o dei Joy Division, salvo la parte conclusiva di assoli potentissimi di chitarra che invece richiama le band metal di quegli stessi anni (Metallica, Iron Meiden).
Calm Waves, a dispetto del titolo, è un altro pezzo dal ritmo sostenutissimo e dalle atmosfere inquietanti, ansiose e ansiogene, altrettanto frenetico dei pezzi che lo precedono, travolgente, riuscitissimo nel mantenere la tensione ritmica e sonora del disco a metà strada.
L’aspetto più hard della band, già ampiamente evocato in alcuni momenti sonori dei pezzi precedenti, la fa da padrone in The Puppeteer, che cita non solo testualmente nel titolo ma soprattutto musicalmente i Metallica, e si presenta come una fiaba gotica in forma di canzone, in cui la burattinaia che tira i fili diventa metafora della perdita di autonomia e della manipolazione sottile che permea la nostra epoca. La giustapposizione di motivi infantili e riferimenti all’aldilà crea uno spazio di tensione in un crescendo che culmina in un addio distaccato al mondo.
La scelta del parlato e l’assenza di canto si sentono qui come un difetto, una mancanza, per una canzone che forse sarebbe stata completa e totale con una parte cantata. Ma è anche vero che i Calgolla sono e vogliono essere questo alternative rock in cui la musica, le trame, i riff, gli assoli, le ecoizzazioni, le tessiture ritmiche, vogliono essere protagoniste assolute.
Segue Pupilla Digitale, invettiva (unica in lingua italiana) contro il controllo digitale e la spersonalizzazione tecnologica, dove si racconta di un’umanità spiata, controllata e banalizzata come oggetto di consumo, come avviene oggi attualmente: per raccontare questa agghiacciante attualità i Calgolla scelgono di nuovo lo stile e i ritmi hard e riff metal e post-metal, qui amplificati dalla scelta dei cori cantati.
Il disco, fin qui memorabile e sorprendente oltre ogni aspettativa, si chiude con Zenobius I,16, e Dicotomias, Il primo è un pezzo che torna sullo stile di apertura del disco, quello inaugurato da Iter, di cui quasi rappresenta il contraltare musicale, pieno com’è di atmosfere eteree e evocazioni liriche realizzate grazie a veri e propri amplessi chitarristici ottenuti grazie all’ampio uso di eco, e nel quale verso la fine i Calgolla danno un saggio delle potenzialità dei loro pezzi in forma cantata.
Dicotomias, infine, chiude il disco tornando a un antico stile progressive metal, parlando dell’equilibrio tra gli opposti e dell’eterna ricerca dell’equilibrio, e cantando la lotta quotidiana per mantenerlo in un mondo sbilanciato, La poesia, in siciliano, del poeta Ignazio Buttitta evoca la lotta comune e una leopardiana solidarietà di fronte alle avversità, e proprio come al tempo il poeta di Recanati i Calgolla, più umilmente, affidano a questo ultimo messaggio la conclusione del disco, viaggio testuale attraverso temi complessissimi, ma soprattutto viaggio sonoro attraverso le infinite melodie e atmosfere che le chitarre, sapientemente gestite, riescono a produrre. Un viaggio che sorprenderà l’ascoltatore, per la ricchezza di trame e per le soluzioni sonore, che parte da riff di stile post-rock attualissimi per arrivare (specialmente nell’ultimo pezzo) alle esplorazioni e agli esperimenti 8per l’epoca) di indimenticate band progressive metal come Dream Theater. Una vera e propria alchimia di stili che costituisce l’originalità dei Calgolla e la ricchezza melodica del disco.
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