Se per i Van der Graaf Generator la “casa” era “with no door”, la “stanza” musicale dei Baaristi Muuti è “full of doors”
- Premessa
Esistono generi musicali capaci di marcare a fuoco il loro tempo ma di riuscire anche ad evolversi mutando forma pur restando fedeli alla matrice originaria.
Tra essi, quello più emblematico è sicuramente il metal, ma non di meno è riuscito a fare il progressive che dalla sua culla in terra di Albione negli anni settanta è continuato a crescere e a espandersi nei decenni a venire, contaminandosi e arricchendosi di influenze (molto spesso provenienti proprio dal citato metal).
Personalmente da ragazzo sono stato un grandissimo fruitore del Progressive; ancora oggi tra i miei gruppi preferiti annovero i King Crimson, soprattutto quelli di “Larks’ Tongues in Aspic” e di “Red”, i Gong e i gruppi appartenenti alla scena di Canterbury: su tutti, più dei Soft Machine, i Caravan e Hatfield and the North; spesso poi cito “Rock Bottom” di Robert Wyatt insieme a “Irrlicht” di Klaus Schulze come le massime espressioni non solo di quegli anni ma della scena musicale di ogni epoca.
La passione fu tale che oltre ai nomi “noti” (menzione speciale per i Gentle Giant e per gli Henry Cow) andai a scovare anche piccoli “gioielli” di gruppi “minori” (penso agli Spring, ai Gnidrolog, ai Samurai, ai Khan di “Space Shanty”, ai Cressida, agli Audience…) e band non solo europee (Arachnoid, Pazop, Bodkin, Moving Gelatine Plates, After Crying…) ma anche d’oltreoceano (Crucis, Bacamarte…); stilare un elenco anche solo approssimativo sarebbe complicato oltre che enciclopedico tanto è stata la produzione di “genere”.
L’Italia è un paese che si è mostrato sempre molto incline a subire il fascino del rock progressive non solo per il passato ma anche per il presente; è in questa direzione si sono mossi i Baaristi Muuti (Luca Mignano: drums, percussions; Francesco Galatro: bass, double bass; Moulay: lead guitar, vocals, synth; Jim Hawkins: keyboards, synth, guitar, vocals, percussions) autori di un “nu prog” che fonde progressive con sonorità ora più “metalliche” ora più elettroniche, e che hanno dato alle stampe il loro primo disco autoprodotto “A Room Full of Doors”.
- “A Room Full of Doors”
“A Room Full of Doors” è un disco ben suonato e ottimamente registrato (se si considera che è un’autoproduzione) che si sviluppa lungo un “viaggio” segnato da sette momenti in cui emerge una volontà di rendere l’ascolto fruibile anche nella costruzione più complessa dei brani come da subito mostrano “Ezutàn” (con la sua linea vocale e la sua chiusura) e “1793” (ai confini con un’elettro-fusion-rock da club underground).
“La Tavola di Smeraldo” (che fin dal titolo e dal testo evoca richiami “concettuali” di un certo progressive anni settanta) ha piglio da suite epica con incursioni tanto in territori da “horror”, quanto desertici, onirici e classici, per una “composizione” che dimostra abilità nel saper mutare forma senza eccessivi “strappi”.
Con “S8C1ndy” i toni salgono per un brano riuscito grazie ad una pelle “dura” che riveste una più granitica idea musicale (è il brano che personalmente mi ha preso di più) e che, senza soluzione di continuità, sfocia in “The Purse Of Certain Things” che ripropone più “abbordabili” paesaggi sonori, paesaggi che si riempiono di elettronica in “Laser Game” (con tanto di intermezzo “videogame”).
Chiude il disco una morbida “A Room Full Of Doors” fortemente intrisa di ammiccante contemporaneità.
Terminato l’ascolto, che si è mostrato nel complesso sicuramente piacevole, ho preferito i Baaristi Muuti di “S8C1ndy”, più diretti e “crudi”, meno “elettronici” e meno rivolti a un più “ampio” mercato.
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