Ci sono dischi che nascono dal dolore e diventano rifugio. E poi ci sono dischi che nascono dal dolore e decidono di chiamarsi Happy Today. È il caso del nuovo lavoro di Jeff Parker (chitarrista dei Tortoise ma anche esponente negli Isotope 217 e Chicago Underground Trio) e del suo quartetto ETA IVtet, in arrivo il 15 maggio via International Anthem.
A distanza di un anno da The Way Out of Easy, il chitarrista e i suoi complici tornano con un album che sfida la durata e la forma: due soli brani, entrambi oltre i venti minuti, cesellati dal vivo al Lodge Room di Los Angeles. Lo stesso spazio che ad agosto ospiterà una breve residenza della band, quasi a chiudere il cerchio tra registrazione e restituzione dal vivo.
Ma è la genesi del titolo a raccontare la posta in gara. Parker lo dice senza giri di parole: “Il 2025 è stato un anno difficilissimo per me e la mia famiglia. Otto mesi di sfollamento a causa degli incendi di Eaton, il peso dell’instabilità sulla salute mentale dei miei cari, e poi Trump di nuovo alla Casa Bianca a rendere miserabile la vita di chiunque”. Rivedendo le immagini del concerto che ha dato forma al disco, però, qualcosa si è ribaltato: “Era un momento di felicità autentica. Così ho deciso di chiamare il disco Happy Today”.
Prima dell’uscita ufficiale, la musica di Parker farà tappa anche sul grande schermo. Un film concerto che documenta la registrazione live dell’album verrà proiettato in anteprima a Chicago (The Land School, 3 maggio), Los Angeles (Vidiots, 26 aprile) e Portland (Mono Space, 30 aprile e 1 maggio), prima del lancio ufficiale fissato per il 29 maggio.
In un panorama musicale spesso liquidato con etichette come “jazz”, Parker continua a lavorare sul filo di una tensione preziosa: quella tra improvvisazione radicale e melodia che resta appiccicata addosso. Con l’ETA IVtet – la formazione che ormai conosciamo come una macchina da guerra timbrica, che si completa con il batterista Jay Bellerose, il bassista Anna Butterss e sassofonista Josh Johnso, la scommessa si fa ancora più alta. Due movimenti lunghi, due archi narrativi che non chiedono pazienza ma richiedono abbandono.
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