Ci sono artisti che ascolti, e artisti che subisci. E poi c’è Diamanda Galás, che ti prende per la nuca, ti spalanca il cranio e ci versa dentro urla millenarie, blues diabolici e una bellezza che fa male come una coltellata ben assestata.
La strega, la pianista, la vocalist capace di mettere in scena l’Apocalisse con la sola forza del diaframma, torna da noi. E lo fa con tre date che profumano di zolfo e catarsi.
Ecco il calendario dell’incubo/sacramento:
23 settembre 2026 – Trento, Auditorium Santa Chiara
26 settembre 2026 – Parma, Auditorium Paganini (nell’ambito de “Il Rumore del Lutto Festival”)§
30 settembre 2026 – Senigallia, Teatro La Fenice
Galás arriva in Italia dopo aver pubblicato (e rimasterizzato) due mostri sacri. Il primo è You Must Be Certain of the Devil (1988), ristampa rimasterizzata che The Quietus ha già acclamato come una delle migliori dell’anno. Il secondo è De-formation: Second Piano Variations, registrato dal vivo a lume di candela in una cripta chic della Pinault Gallery: lei, un pianoforte, Das Fieberspital (The Fever Hospital) riletto come un testamento sanguinante.
Il Journal de Noticias, dopo i concerti in Portogallo, ha scritto: “Un grido può diventare complicità con il proprio pubblico. Un’esperienza che oscilla tra un’agonia reificata e una chiarezza spirituale quasi insopportabile”. Parole che suonano come una promessa.
E il Guardian, sempre elegante nel terrore, la definisce così: “Vocalità melismatiche che sembrano evocare qualcosa di antico e terrificante”.
Già. Perché Diamanda non canta: scava. Scava nelle pieghe della malattia, della follia, dell’AIDS, della censura, della teologia punk. Lo fa dal 1979, senza mai una concessione al piacevole, al rassicurante.
Fondatrice della sua etichetta Intravenal Sound Operations (2017), Galás ha rimasterizzato e riposseduto il suo catalogo come una sacerdotessa che riscrive un breviario. E oggi, a distanza di decenni, resta l’unica vera anomalia: troppo estrema per l’avanguardia accademica, troppo colta per il rumorismo, troppo viva per la nostalgia.
Insomma: mettete in conto di uscire da quei teatri con le ossa rotte e l’anima un po’ più pulita. O un po’ più sporca. Ma certamente non uguale a prima.
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