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“Bon Voyage” chiude il decennio d’oro delle cattedrali sonore del geniale Klaus Schulze

di Marco Sica
16 Luglio 2025
in Recensioni
Tempo di lettura: 10 minuti
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“Si narrano le più disparate leggende su Klaus Schulze. Storie di musica e di uomini di un’altra epoca, di una società contraddistinta da una serie di eventi sociali, politici ed economici che modificheranno inevitabilmente l’avvenire. Racconti in parte enfatizzati nel tempo e dal tempo e che hanno, per quanto possibile, ispessito la musica stessa, talvolta stringendola fin troppo alle azioni o alle gesta epiche di personaggi e protagonisti”  (racconta Luigi Ferrara su queste pagine nel suo approfondito “Special: Klaus Schulze feat. Lisa Gerrard – Rheingold – Live at the Loreley DVD” di cui si invita la lettura).

  • Premessa

Zygmunt Bauman nel su celebre “Liquid Modernity” scrive “Come ho sostenuto in Life in Fragments (1996), la società postmoderna coinvolge i suoi membri principalmente nella loro capacità di consumatori anziché di produttori. La differenza è cruciale.” (da “Modernità Liquida” – Editori Laterza); e la “solida” certezza del consumo è poi drasticamente mutata in una “liquida” incertezza che si è riverberata anche nel mercato musicale con la diffusione di musica liquida. Negli ultimi anni si sta però registrando un’esigenza di recupero della forma solida con un mercato discografico che ha riscoperto la stampa del vinile. Questa duplice opportunità di riempire nuovamente gli scaffali con i dischi (non sempre a costi contenuti c’è da dire) e di avere contemporaneamente a costi (invece) contenuti spazio illimitato “on line” ha favorito un’ulteriore operazione di recupero e (ri)stampa/pubblicazione di registrazioni provenienti dagli “archivi” del tempo (si pensi solo al clamore suscitato da “Now and Then” dei The Beatles o al recente “Tracks II” di Bruce Springsteen).

Gran parte di questo nuovo ma “vecchio” materiale consta però di live ora inediti, ora vestiti di nuovo abito, ora pubblicati “ufficialmente” dopo esser circolati come bootleg per anni.Ultimamente abbiamo decantato con entusiasmo le stampe dei concerti dei Can (“Live in Stuttgart 1975”, “Live in Brighton 1975”, “Live in Cuxhaven 1976”, “Live in Paris 1973”, “Live in Aston 1977”, “Live in Keele 1977”), parlato dello storico concerto dei Pink Floyd a Pompei e del loro live al Wembley Empire Pool di Londra del 1974, del bel “Open Vocal Phrases Where Songs Come In and Out” di Arthur Russell, del “commiato” rappresentato da “Final Concert 10-28-14” dei The Allman Brothers Band e del “San Antonio Live In 85” di Dire Straits…

Ebbene ora è la volta della stampa di “Bon Voyage (Live Audimax Hamburg 1981)” (SPV) di Klaus Schulze che, come suggerisce il titolo, cattura l’esibizione del compositore e musicista tedesco all’Audimax di Amburgo del 1981.

Bon Voyage (Live Audimax Hamburg 1981) by Klaus Schulze

  • Antefatto

Correva la prima metà degli anni settanta, e la musica “colta”, la musica “alternativa”, era in Europa (per le “masse” di intenditori) ad appannaggio principalmente dell’Inghilterra.

A dispetto però di quanto ritenuto (anche – se non soprattutto – in Italia, paese in cui il progressive britannico faceva da padrone e in cui molti dischi erano oggetto di “culto” e di scambio tra appassionati), nell’arco di soli due anni, tra il 1971 e il 1972, fu la Germania a restituire alcune tra le “opere” più pregevoli, compiute e all’avanguardia per l’epoca.

Basterebbe citare (quali capolavori) anche i soli “Faust” dei Faust del 1971 e “Irrlicht” di Klaus Schulze del 1972 per vincere “facile” la partita, ma non ci si può esimere dal menzionare quantomeno anche gli splendidi “Tago Mago” dei Can del 1971, “Ash Ra Tempel” degli “Ash Ra Tempel” del 1971, “Zeit” dei Tangerine Dream del 1972, “Neu!” dei Neu! del 1972, “Hosianna Mantra” dei Popol Vuh del 1972.

  • “Irrlicht”: capolavoro nel capolavoro e tra le massime espressioni musicali di ogni tempo

E tra i tedeschi fu Klaus Schulze che nel 1972 con “Irrlicht” consegna alla storia quello che, a parere dello scrivente, è uno dei più bei dischi di tutti i tempi, incatalogabile nella sua fusione tra musica classica, avanguardia e sperimentazione elettronica “sintetizzata” in una “Quadrophonische Symphonie Für Orchester Und E-Maschinen”; mentre la terra di Albione si autocompiaceva ora nei suoi barocchismi progressive, che sarebbero poi (spesso) degenerati in un’elefantiasi ridondante, ora nella sua “tarda” e “fatua” psichedelia, Schulze con il suo “fuoco fatuo” codificava un linguaggio eterno, dal devastante impatto sacrale e al contempo tanto mentale quanto spirituale, iniziando a costruire vere e proprie “cattedrali sonore”.

“Irrlicht” fu l’idea di musica “contrapposta” all’altro grande classico tedesco dell’epoca, il monumentale “Zeit”, anch’esso del 1972, dei Tangerine Dream (di cui Schulze era stato membro e con cui aveva inciso “Electronic Meditation” nel 1970), vetta artistica dei Tangerine Dream e ulteriore lavoro da annoverare nei più bei dischi di tutti i tempi nonché pietra d’angolo della “Kosmische Musik”; per fare un “ardito” paragone cinematografico è come contrapporre “2001: A Space Odyssey” di Stanley Kubrick a “Solaris” di Andrej Tarkovskij (tra l’altro anche esso del 1972).

Di fatto nel 1972 la Germania vide la pubblicazione di quattro opere di impareggiabile valore (“Irrlicht”, “Zeit”, “Neu!” dei Neu! e “Hosianna Mantra” dei Popol Vuh), ciascuna a suo modo destinata ad influenzare le generazioni future (si pensi solo all’impressionate eredità lasciata da  “Hallogallo” dei Neu! o all’impatto che la “Kosmische Musik” avrà sull’elettronica a venire e sulla musica ambient).

  • Da “Cyborg” a “Timewind”: soffia nel “tempo” “vento” di cambiamento

L’anno dopo, nel 1973, Schulze accompagnato dalla Cosmic Orchestra si ripeterà con “Cyborg”, immenso capolavoro che è secondo a “Irrlicht” solo per data di pubblicazione, circostanza temporale che se da un lato conferisce a “Cyborg” una maggiore acquisita “consapevolezza” e “cura” (mostrando anche soluzioni che anticiperanno una certo approccio “industriale” – si ascolti “Conphära” o “Neuronengesang”), dall’altro lo rende inevitabilmente meno “impattante” ma non per questo meno “eterno”.

A “Cyborg” seguiranno gli altrettanto ottimi “Blackdance” (del 1974), “Picture Music” (del 1975 ma registrato nel 1974) e “Timewind” e (del 1975), lavori in cui inizia a emergere un uso del sequencer più “ritmato” (come da subito testimonia “Ways of Changes” da “Blackdance”) per una “danza nera”, “aliena” e tribale lanciata su desolati deserti cosmici; sempre Luigi Ferrara nel citato speciale scrive: ‘… tutti e quattro i primi album solisti vengono a cascata e sono sbalorditivi: 1972 “Irrlicht”, 1973 “Cyborg”, 1974 “Black Dance”, 1975 “Picture Music”, in buona parte sono desolati ambienti marziani con delle copertine da sballo e fondamentali per comprendere il trip cosmico del musicista e le sue teorie e l’influenza sul futuro della musica che naturalmente si evolverà. Il minimalismo di Schulze di matrice “Rileyana” è da intendersi come sospeso o senza tempo in lunghissime ed epiche epopee di organo o sintetizzatore. Frattanto il nostro eroe è impegnato in una serie di registrazioni bibliche nello studio del talentuoso tecnico Dieter Dierks. Insieme con gli altri Ash Ra Tempel, Jurgen Dollase, Harald Grosskopf, Gille Lettmann, W.Westrupp, W.Wegmüller e lo stesso Dierks, sotto il “miracoloso” e quanto mai perenne effetto di LSD, mette su ore di sessioni di musica improvvisata. Dalla visione e dalla regia del giornalista Rolf-Ulrich Kaiser e dal montaggio del tecnico Dierks che in studio passa giorni interi a montare ettometri di nastri, nascono dischi monumentali, tanto grandiosi quanto misteriosi a nome di Cosmic Jokers, tutti su etichetta Kosmische Musik.’.

  • Da “Moondawn” a “X” (disco con cui Schulze compie un altro miracolo musicale)

Il lavoro sulle ritmiche di Klaus Schulze troverà compimento in “Moondawn” (del 1976), disco in cui Schulze si farà affiancare da Harald Grosskopf alla batteria (collaborazione che proseguirà nel tempo).

Entro la fine del decennio Schulze, prima di iniziare a perdersi in una personale (seppur di qualità)  “ripetitività” e dopo la “particolare” colonna sonora “Body Love” (del 1977), pubblicherà almeno altri due lavori degni di nota.

Il primo è “Mirage” (del 1977) che, come suggerisce il sottotitolo “Eine elektronische Winterlandschaft”,  con i suoi “landscapes”, controbilanciati dall’uso del sequencer, segna i prodromi dell’ambient music, genere che farà la fortuna di Brian Eno; in “Mirage” Schulze tornerà a suonare da solo.  

Il secondo è “X” (del 1978) in cui Klaus Schulze, nuovamente accompagnato dall’orchestra e da Harald Grosskopf, recupera a una dimensione “epica” e compone “sinfonie” di altissimo spessore che, con genio e sapienza, fondono elettronica, orchestrazione, musica “classica” e musica “contemporanea”; “X” è l’ennesimo capolavoro che Schulze consegna alla storia della musica.

Registrazioni catturate dal vivo a Berlino nel 1976 e ad Amsterdam e Parigi nel 1979 troveranno invece spazio nel famoso (per gli appassionati) “… Live …” (pubblicato nel 1980 e che vede in “Dymagic” la voce di Arthur Brown – indimenticabile il suo “The Crazy World of Arthur Brown” del 1968); dello stesso periodo verranno recuperate anche le registrazioni del “concert Brussels/Bruxelles, 16 April 1977” e del “concert Arnheim/NL, 28 October 1979”, pubblicate nel 2014 in CD su “Stars Are Burning” altra testimonianza delle costruzioni musicali di cui era capace dal  vivo Klaus Schulze (la versione LP di “Stars Are Burning” conterrà solo le registrazioni del 1977, più una registrazione in studio del 2007).
 
Prima e dopo la pubblicazione di “…Live…”, “Dune” (del 1979) con alla voce sempre Arthur Brown e “Dig It” (del 1980) che, oltre a inaugurare il nuovo decennio, vede Schulze aprirsi all’esperienza “digitale” (nelle note di copertina di “Dig It” si legge: “All music played on the G.D.S. computer”; significativo in proposito è poi il titolo dato al primo brano di “Dig It”: “Death of an Analogue”). Per completezza e per rispetto delle date va annoverato anche “Trancefer”, pubblicato nel 1981 (coevo quindi alle registrazioni live di “Bon Voyage” e richiamato nel booklet di “Bon Voyage”) e composto (come da tradizione) da due lunghe composizioni, anch’esse votate al digitale e supportate da Wolfgang Tiepold al cello e Michael Shrieve alle percussioni.

  • “Bon Voyage (Live Audimax Hamburg 1981)”: si chiude la decade d’oro di Klaus Schulze

E così oggi, nel 2025, come detto, dagli archivi sono state recuperate le registrazioni dal vivo del 1981 all’Audimax di Amburgo, “raccolte” in “Bon Voyage (Live Audimax Hamburg 1981)” che, dopo nove anni dalla pubblicazione di “Irrlicht”, chiude (idealmente) la decade d’oro di Klaus Schulze.

Diversamente da altri dischi, l’ascolto di “Bon Voyage” lo si è fatto su supporto digitale e non in vinile; l’acquisto del CD lo si è preferito poiché corredato anche di DVD con la ripresa dell’esibizione che andremo a commentare (seguendo l’ordine di brani come indicato per i due CD); dalle riprese si può poi notare come sia presente quello che dovrebbe essere proprio un Crumar GDS computer.

Altra particolarità degna di nota di  “Bon Voyage” è la partecipazione di Manuel Göttsching (Guitar e Guitar Synthesizers), altro mostro sacro della musica tedesca (e non solo) autore di due dischi eccezionali quali “Inventions for Electric Guitar” (del 1975) e “E2-E4” (del 1985); Göttsching, compagno di musica di Schulze sin dai tempi dei primi Ash Ra Tempel, proprio nel 1981 collaborerà con Schulze alle registrazioni di  “Tonwelle”, lavoro che uscirà a nome Richard Wahnfried (un progetto dello stesso Schulze).

Quando parlo di Manuel Göttsching, oltre all’evidente influenza che ha avuto sull’elettronica e in particolare sulla techno music, invito all’ascolto di “Quasarsphere” (da “Inventions for Electric Guitar” registrato nel 1974) per il suo mondo sonoro così vicino alla ben più celebre “Shine On You Crazy Diamond” dei Pink Floyd.

‘In November 1981, Klaus Schulze was scheduled to go on a two-week tour through Germany, the Netherlands, Belgium, Luxembourg, Switzerland and France, which was to end in the Audimax Hamburg. Multi-instrumentalist Manuel Göttsching accompanied Klaus on tour as a special guest. This recording of the Hamburg Audimax concert was originally intended as a spontaneous, internal documentation; as a nice souvenir for everyone of a wonderful tour and now, after more than 40 years, allows all fans to share in the wonderful memories. With this in mind, we wish you – certainly also on behalf of Klaus and Manuel – a safe journey. Bon Voyage!’ (si legge sul sito https://klausschulze.bandcamp.com/album/bon-voyage-live-audimax-hamburg-1981 consultato il 30.7.25).

Premuto play sul lettore DVD si alza il sipario e frequenze alte, rintocchi e sibili (ri)suonano in “The Journey Begins” prima di fondersi con la ritmica di “Bon Temple” (in CD composta da un’unica lunga traccia di 30:00 minuti) su cui Schulze ricama un torrenziale assolo che lambisce le coste dell’occidente e dell’oriente per poi passare a manipolare suoni mentre Göttsching spinge la sua sei corde “oltre”… fino a spegnersi il tutto in rantoli d’elettronica e droni.

“Ash Tari Moderne” è frammentato e scintillante esercizio che evolve prima in visioni alieno-psichedeliche e poi nelle “classiche aperture” di Schulze per fluire senza soluzione di continuità nell’ipnotica e visionaria “Moulin Bleu”, destinata a infrangersi su destrutturazioni e placarsi  nei landscapes onirici di “Kreisreise”.

Senza pausa, in un flusso di coscienza continuo, “Ritus Duplex” riporta ritmo e pulsazione e riaccende il dialogo serrato tra i tasti di Schulze e le corde di Göttsching, dialogo che precipita nell’abisso denso di vuoto di “Wiegenlied”, esecuzione che apparentemente cala il sipario.

Dopo gli applausi e la (temporanea) uscita di scena c’è tempo “ancora per viaggiare” con “Voyage Encore” (mirabilmente sospesa tra accenni di funk e improvvisazione jazz/fusion in stile Head Hunters) e per guardare, con ammirazione, le architetture di suono di cui Schulze è maestro.  

https://www.klaus-schulze.com/
https://www.facebook.com/OfficialKlausSchulze

Prec.

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