È inutile nascondere la mia simpatia per i Beak>, apertamente manifestata su queste pagine in occasione dell’uscita di “>>>>”.
In quell’occasione, tra le altre cos,e si scrisse di loro: ‘Geoffrey Paul Barrow che, con Billy Fuller e Will Young, ha dato vita ai Beak>, progetto che abbracciava un credo retrò, psichedelico e Kraut, spiccatamente sperimentale, che si poneva come moderna prosecuzione, in chiave a tratti anche post rock, di quanto tracciato dalla psichedelia e dalla musica tedesca degli anni settanta (caratteristica che non può sfuggire soprattutto a chi ha amato i Neu! e i Can)’.
Ora Billy Fuller ha pubblicato, come solista, “Fragments” (Invada Records).
Prima di mettere sul piatto il vinile, sento di dover partire dal suo retro e dalla foto che lo caratterizza: una foto domestica, familiare, personale… perché domestico, familiare, personale… è “Fragments”.
E a ben leggere il retro “fotografa”: “Back cover is me, my mum and our pet fox Bess circa 1983/84” (come da nota riportata sul retro stesso); ed ancora è scritto: “This is me, on my own in my home studio recording music… it spanse time; sometimes with a visione in mind, sometimes just enjoying where I am in the moment”.
Passando all’ascolto, il lato A è aperto da “Rummer” che, al pari di “Penny Bont” (con tanto di voce), suona (non a caso) come esercizio domestico in chiave retrò e kraut.
Splendida è “Three Blind Mice” (con Andy Sutor alla batteria) che satura i solchi con le sue abrasive visioni.
“Budfrey Robbed Alexander” è, poi, abbozzato intermezzo che conduce alla fiabesca e paranoica “I Can’t”.
Quell’impronta domestica… vive anche in “Tail Gates & Ratchet Straps”, finché una bella “Todo”, nella sua pur brevità, riprenda a graffiare e a incidere.
Girato il vinile, l’ossessiva “Blackstar” illumina di chiara oscurità stile anni Ottanta.
Se “On The Eve” si muove verso direttrici più industrial, la brevissima “Something Else” evoca umori post-punk, mentre “Whammy” esplora territori cupi e sperimentali.
Con “Won A Synth” si ritorna a una (più delineata) “forma” con accenni anche a un certo post-rock.
“Pirate Ship” affonda in abissi di mari fantasma, prima che “Bonanza”, facendo fede al titolo, galoppi con accenno di melodia verso distese e praterie al tramonto.
Il tempo di apprezzare “Full Fat”, composizione che ben si collocherebbe in un disco dei The Residents, ed ecco che dall’ultimo binario parte “Last Train To Yatton”, brano che congeda un lavoro fatto di frammenti e bozzetti di idee accennate, ma a loro modo compiute.
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