Nel 2024 salutammo con entusiasmo “uNomkhubulwane” di Nduduzo Makhathini esaltandone il “cuore” fatto di spiritualità, jazz e Africa (con tanto di utilizzo nel cantato di consonanti clic).
Si osservò poi che rispetto ai precedenti lavori Makhathini aveva rinunciato ai fiati, alle voci femminili e ad altri strumenti (quali ad esempio il vibrafono o le “percussioni”…) per assestarti su un trio composto da pianoforte e voce (ovviamente di Makhathini), contrabbasso e voce (Zwelakhe-Duma Bell le Pere) e batteria e voce (Francisco Mela), con il risultato di un suono più asciutto, diretto ma al contempo pieno e meditativo.
Ora con “The Myth We Choose” (Blue Note), torna nuovamente ad ampliare la “formazione”; oltre al contrabbassista Dalisu Ndlazi e al batterista Lukmil Perez, il “trio” vede la partecipazione di Shabaka Hutchings, di Black Coffee, del trombettista Robin Fassie, del chitarrista Keenan Ahrends, del batterista Ayanda Sikade e delle cantanti Thando Zide, Muneyi e Omagugu Makhathini.
Come si apprende dal sito della Blue Note (https://store.bluenote.com/products/nduduzo-makhathini-the-myth-we-choose) consultato il 27.6.26, “With his stunning 4th Blue Note album The Myth We Choose, the brilliant South African pianist, composer, healer, and philosopher Nduduzo Makhathini explores the ways in which various societies choose their own myths through song”.
Ed è quindi il mito attraverso il canto il tema conduttore dell’evocativo “The Myth We Choose”, lavoro che conferma la bravura di Nduduzo Makhathini nel fondere l’eleganza del jazz, con la spiritualità e l’Africa (come nell’ utilizzo delle consonanti clic e dalle atmosfere create dalle parti cantate).
Messo il primo vinile sul piatto, “Kuzodlula” è notturna, lenta, profonda e sospesa tra la voce, la tromba di Robin Fassie, il pianoforte e le parti “corali”.
Di pregio è “Imvunge KaNtu” che si mostra tanto splendidamente “scomposta” nel pianoforte quanto splendidamente ancestrale nelle parti vocali.
Con “Kwamabili” e “Unembeza” si torna su “pacati” territori jazz più “ordinari”, in cui Makhathini si può esprimere come pianista!
Girato il primo LP “Liyoze Line Nangakithi” vede la partecipazione di Shabaka Hutchings ed il suo flauto dialogare con il pianoforte in un rito ipnotico e “sciamanico”.
Se “What People Say”, con la voce di Omagugu Makhathini in primo piano, è calda e dalle tinte “black”, “Primordial Egg” (con Ayanda Sikade alla batteria) è tanto densa quanto rarefatta, la sostenuta “Ekuqaleni”, nel suo essere jazz, sorprende con un finale segnato da scie di elettronica.
Il secondo vinile si apre con “Ḽiṅwalo ḽa Mubebi” (che vede la partecipazione di Muneyi, per un altro momento di giusta fusione tra jazz e “spirito africano”, fusione che si sublima in “Umbono” (con la chitarra di Keenan Ahrends), composizione in cui compaiano anche cenni di “musica latina”.
Chiude il Side C “Ḽiṅwalo ḽa Mubebi (reprise)”.
Girato lato, “Tethered” (con Thando Zide alla voce) è il brano più immediato e “occidentale” del sisco e personalmente anche il meno interessante a cui segue (nuovamente) il jazz pacato di “Ongaphesheya”.
“What People Say (reprise)” con Black Coffee e Omagugu sebbene mostri anch’esso un piglio più “occidentale”, virando su atmosfere “ambient” ed elettroniche riesce a mantenere comunque una sua dignità, per il secondo brano (dopo “Tethered”) che in ogni caso personalmente non ho apprezzato.
Se “Kuzodlula (reprise)” è momento per solo piano “Zimthilili” veste di modernità (con una delicata elettronica) il jazz e l’Africa che la compongono.
- Conclusioni
Terminato l’ascolto, “The Myth We Choose” si rivela un bel lavoro, come detto evocativo ed equilibrato nel fondere jazz, spiritualità e Africa, con momenti altamente riusciti (“Imvunge KaNtu”, “Umbono”…), ma con la pecca di contenere composizioni (come “Tethered”, “What People Say (reprise)”…) che personalmente ho trovato musicalmente poco convincenti e non in linea con il restante disco; come spesso sta accadendo ultimamente, noto che alcuni musicisti, anche nella forma vinile, inseriscano un numero elevato di brani, arrivando a un minutaggio complessivo considerevole e ciò non sempre giova alla resa finale.
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