Ci sono artisti che sembrano muoversi per sottrazione, altri che costruiscono cattedrali sonore con il fumo delle loro ossessioni. Beck, da sempre, è un equilibrista tra questi due mondi. E con il nuovo album Ride Lonesome, in uscita il 18 settembre via Capitol, fa centro ancora una volta, confezionando quello che potrebbe essere il suo lavoro più visionario e intimista degli ultimi anni.
Dopo il trip futuristico di Hyperspace, Hansen compie un gesto quasi eretico: torna indietro. Ma non per nostalgia. Per ritrovare il brivido della chimica vera. E lo fa riunendo la band che ha plasmato i suoi capitoli più malinconici e stratificati – Mutations, Sea Change, Morning Phase – ovvero Smokey Hormel, Joey Waronker, Justin Meldal-Johnsen, Roger Joseph Manning Jr. e Jason Falkner. Cinque architetti del suono che con Beck condividono un linguaggio fatto di riverberi, archi sfumati e quel senso di sospensione che solo certi studi sanno regalare.
Il suo “rifugio sacro”, come lo definisce lui stesso, sono stati i Room B degli United Studios di Hollywood, un luogo dove le pareti hanno assorbito decenni di rock malinconico e dove, come racconta Beck in una nota, “era passato un decennio dall’ultima volta che avevamo inciso Morning Phase. Questa volta, la chimica si era evoluta e approfondita. Un suono costruito negli anni, ma con la sensazione di scovare nuove trame emotive lungo il cammino”. E se c’è un nome che garantisce profondità, è quello di Nigel Godrich, il factotum del suono che ha curato il mix, conferendo all’intero lavoro quella patina di polvere stellare e crepuscolo che tanto ci piace.
Ma veniamo al primo assaggio che fa tremare le corde dell’anima. Il singolo “In the Night” non è solo un brano, è un cortometraggio esistenziale firmato dal regista Mikai Karl. E chi meglio dell’attore francese Denis Lavant – volto cult di Holy Motors e icona del cinema sporco e visionario – per incarnare lo spirito di questa nuova fase? Il video si apre con Lavant che fuma una sigaretta con un’aria tra il rassegnato e il beffardo.
Poi, il movimento. Lavant vaga in un appartamento parigino in decadenza, tra intonaci scrostati e finestre che si affacciano su uno skyline rustico e malinconico. Ogni passo è un addio, ogni sguardo fuori finestra un tentativo di riconciliarsi con lo spazio che si restringe intorno a lui. Mentre la musica di Beck avvolge la scena come un mantello elettrico e folk. È il ritratto perfetto di un uomo che si perde per ritrovarsi, esattamente come fa Beck con questo disco.
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