Quattro ragazzi, metà romani e metà napoletani, si interrogano su cosa significa avere trent’anni oggi in Italia a suon di musica groove. La domanda attraversa i 13 brani di Non Esattamente a Fuoco, il nuovo album dei Bouganville (il cui titolo stesso rappresenta la condizione di trentenni che si indaga nel disco), in uscita per Dischi Belli è statp presentato allo storico music store napoletano Fonotecalo lo scorso novembre.
I Bouganville nascono dall’intesa tra Luciano Zirilli (voce, chitarra, piano), Luca Grillo (chitarra, voce), Gian Luca Fraddosio (basso, synth) e Luca Taurmino (batteria). Debuttano nel 2018 con il singolo Caterina, primo passo che li colloca nel panorama indipendente romano.
Al loro secondo lavoro dopo l’esordio de La Grande Evasione (2022), esordio che riflette l’esperienza del ritorno a casa dopo un periodo all’estero, i Bouganville con ironia e satira raccontano l’instabilità del presente attraverso tredici brani fatti di contrasti: fra questi, su tutti Giobbe, Ventinove, Lo Faccio per te, ma soprattutto Incantati, che raccontano la vita quotidiana, le frustrazioni e le passività della ex-gioventù italiana attuale, In Incantati, infatti, la band descrive nitidamente la generazione in questione. Il frontman canta di “incantati orgogliosi, arrabbiati ma silenziosi. Un racconto generazione dove si ripetono le cose che la stanno uccidendo e con il presente il loro futuro: “una casa non la compreremo mai”, “non faremo figli”, “figli siamo noi”, “torneremo in campagna e svuoteremo le città”. In questo quadro collettivo e generazionale ci si muove tra feste in cui in un bagno si sniffa e nell’altro si cambiano pannolini, compaiono F24 indecifrabili che chiedono più di quanto pensavi di avere, risparmi che evaporano all’alba, telefono scarico e amici dispersi. Un giorno sembra esserci equilibrio, quello dopo basta un parcheggio rubato per scatenare un’irritazione incontenibile. Tutto corre frenetico, si sfuma, non è mai definito, mai fermo. Questa generazione non cercare un fuoco nitido, ma tende a restare dentro la sfocatura: lì sta il cuore dell’album.
La scrittura dell’album è stata collettiva, per mesi i Bouganville hanno composto e ricomposto insieme, lasciando che le canzoni nascessero da silenzi, discussioni, illuminazioni improvvise e lunghe sessioni di ascolti condivisi. Un metodo che ha privilegiato il fluire dell’esperienza rispetto alla levigatezza formale. Perciò la mancata messa a fuoco a cui allude il titolo è in pratica un metodo creativo.
Nelle tracce dell’album, come un fil rouge, compaiono scenari urbani, vita di coppia frenetica, immagini distorte, scrittura pop ironica e disincantata. Musicalmente, il disco esordisce forte, con una intro ben assestata e promettente, da scena cinematografica anni ’70 (uno dei fili ispiratori del disco) e poi le dinamiche Giobbe e Ventinove, con echi di musica progressive-pop e pulsazioni dance alla Jamiroquai che si intrecciano in un suono in continuo mutamento.
L’indie pop d’autore, raffinatissimo, dei Bouganville si staglia attraverso questi episodi musicali fortunati, in cui il groove la fa da padrone, e il cantato, sulla scia di Daniele Silvestri, Max Gazzé, Neffa, accompagna ritmo e sonorità senza strafare, anche perché le sonorità sono complesse, sontuose, calibrate, arrangiate con dettagli perfezionistici e un ensemble di grande fattura, in cui nella sezione ritmica spicca l’evolversi del basso elettrico decisamente virtuoso e protagonista di Fraddosio, mentre le chitarre sono sempre stratificate, e i brani abbondano di synth e mellotron che disegnano paesaggi al limite della psichedelia circondati dal funk da inseguimento cinematografico che funziona come titoli di testa dell’album, pezzi quasi rock a cui è affidata molta della trama testuale del disco,
In altri episodi, ritmicamente più lenti, il groove viene meno e il disco si apre a sfumature pop dolciastre, che però restano meno felici: Lo faccio per te, con il featuring di Coca Puma, è un incontro a due voci stile colonna sonora film serie B anni ’70, (Calibro 35 docet) che gioca su una complicità, ironica e magnetica nel descrivere le contraddizioni della coppia moderna. In un brano come “Comice” la band rallenta percorrendo in un viaggio pigro e visionario, con echi mediterranei, con la ricerca del cantato mediante falsetti (non troppo riuscita). E anche Sogno Silvia rimane sulla scia di questo tempo rilassato, col classico duetto di piano e voce, anche se poi il pezzo si trasforma all’improvviso in un sussulto funkeggiante frenetico e sorprendente, mentre Parole Tremende mantiene più basso il ritmo funk mentre il cantato diventa parlato, per portare in primo piano la vena più cantautorale, capace di alternare leggerezza e durezza. La chiusura è con il groove tipicamente italico dell’ironica Meditazione Guidata, e poi con Luce Rossa, fragile ninna nanna obliqua, l’episodio più convenzionalmente pop e di musica italiana del disco.
A completare l’opera, un immaginario visivo che traduce lo stesso senso di instabilità: l’artwork dell’album è infatti una fotografia attraversata da un vetro scanalato che deforma corpi e ambienti senza ricorrere a filtri digitali. È un effetto semplice e materico, che restituisce lo stesso senso di instabilità che la musica vorrebbe narrare (ma in realtà gli arrangiamenti sono maniacali e precisi, la cosa migliore del disco), ispirato alla pratica di Erwin Blumenfeld e alle opere ottico-dinamiche di Alberto Biasi. Tutto resta sfocato, mobile.
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